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Ricordando l’esistenza e la sofferenza della Somalia

Non ha fatto notizia durante l’anno e non sarà ricordata nemmeno nei riassunti di fine anno, ma la Somalia detiene ancora saldamente il titolo di paese più in crisi del mondo.

Non fa notizia la guerra in corso tra gli al Shabaab e il “resto del mondo” al quale si è unito l’esercito del vicino Kenya e non ha fatto notizia nemmeno la crisi umanitaria che espone qualche milione di somali e abitanti dei paesi limitrofi alla morte per fame. A giugno circolò una stima dell’ONU secondo la quale erano già morti sessantamila (60.000) bambini sotto i cinque anni per fame. Un numero di bambini molto superiore all’intero bilancio di sangue delle primavere arabe e delle guerre in corso quest’anno. Seguì e continua a seguire il silenzio.

La Somalia è una ex colonia italiana, l’ultima volta che ci siamo stati è finita con uno scandalo epocale prontamente insabbiato. A rimorchio della missione “Restore Hope”, decisa di Bush I e terminata da un riluttante Clinton, ci presentammo con la nostra “Missione Ibis”. Finì che fummo cacciati dall’ONU e dagli americani, perché i nostri avanzavano un’agenda indipendente e combinarono grossi guai, in un paese che durante decenni di dittatura avevano trasformato in una discarica di rifiuti tossici e in una fonte dell’oro: quella dei fondi alla cooperazione che attraverso la Somalia finivano nelle tasche degli amici degli amici.

Oggi di quella missione si ricordano quasi solo gli omicidi di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, ma è giusto ricordare che ce ne andammo anche perché i nostri soldati, come quelli del contingente belga e canadese, si coprirono di vergogna.

Emersero foto di torture e stupri di somali e storie poco edificanti. Il Belgio condannò alcuni dei coinvolti, il Canada sciolse il corpo coinvolto, l’Italia protesse la Folgore con una commissione, la Commissione Gallo, che concluse senza condannare nessuno e raccomandando per il futuro di mandare in missione all’estero i nostri militari accompagnati dai carabinieri.

Proprio una bella figura, ci rimettemmo anche l’Achille Lauro, affondata da un incendio dal chiaro scopo intimidatorio proprio di fronte alle coste somale (nella foto mentre consuma le sue ultime ore). Un altro mistero che non sarà mai chiarito.

La mancanza di conseguenze e provvedimenti per questi scandali porterà alcuni dei coinvolti a far carriera, alcuni si ritroveranno anni dopo a gestire la “macelleria messicana” al G8 di Genova, ancora una volta impuniti. Le immagini che vedete sono le (all’epoca) famose foto dei nostri torturatori, così come pubblicate da Panorama.

Per parte dei militari si sostenne che erano scherzi o giochi erotici fraintesi, ma proprio Panorama pubblicò anche una videocassetta con l’inchiesta “Good Morning Somalia”, che lasciava pochi dubbi e che nessuno si sognò mai di denunciare come diffamazione. Oggi in rete queste foto sono rintracciabili con grande difficoltà, così come l’inchiesta di Panorama è sparita dagli orizzonti e non è mai stata trasmessa. Anche cercarne in rete il ricordo diventa un esercizio complicato.

 
Sono invece convinto che certi ricordi non vadano sepolti e che buchi del genere nelle memoria collettiva possano servire solo a far ricadere il paese in quelle stesse vergogne, anche per questo periodicamente impiego un po’ del mio tempo per ricordare che esiste anche la Somalia e che quello che abbiamo fatto in Somalia è un tassello fondamentale della nostra storia recente.

Oltre che di quella del mondo in generale, perché la Somalia è il più antico fronte della War on Terror dopo l’Afghanistan, un fronte ancora aperto attorno al quale stanno morendo a migliaia per fame, nell’indifferenza generale.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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