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Polonia: la destra nazional-populista dopo la tragedia di Danzica

Con molto piacere e sincera gratitudine ospito questo pezzo di Daniele Stasi, autore di un importante volume sulle origini del nazionalismo in Polonia. Grazie Daniele e buona lettura! A.G

Gabriel Narutowicz, eletto da appena cinque giorni Presidente della Repubblica, aveva deciso di visitare, in una delle sue prime uscite pubbliche, una mostra di opere d’arte nei pressi del centro di Varsavia.

Giunto nella galleria che ospitava la mostra, non si era accorto -come del resto la sua scorta- che alle spalle gli era sopraggiunto un uomo armato di pistola, che poi si scoprì essere Eligiusz Niewiadomski, di professione pittore e militante nazionalista. Niewiadomski scaricò tre colpi di arma da fuoco sul corpo del presidente, colpendolo a morte.

Narutowicz era stato eletto l’undici dicembre del 1922 con i voti decisivi delle minoranze nazionali presenti in Parlamento: l’ucraina, la tedesca e quella ebrea. I nazionalisti avevano chiesto a Narutowicz di rifiutare il sostegno dei “non polacchi” nella sua corsa all’elezione a capo dello Stato. Narutowicz aveva deciso nondimeno di non dare ascolto alla richiesta dei nazionalisti, probabilmente per ragioni che gli dovevano apparire di buon senso prima che di calcolo elettorale. Per la stampa nazionalista il nuovo capo dello Stato divenne così il “presidente degli ebrei” e il “traditore dei polacchi”, la cui elezione doveva essere annullata oppure “il traditore” stesso doveva dare le dimissioni. “Il linguaggio dell’odio” (mowa nienawiści) nazionalista fece diventare Narutowicz il bersaglio principale dei fanatici. Uno tra questi, Niewiadowski, uccise il primo presidente eletto di uno Stato polacco rinato dopo 123 anni di dominio straniero. L’omicida fu condannato per direttissima alla pena capitale. La sentenza venne eseguita il 31 gennaio del 1923. Ancora oggi, come subito dopo la sua morte, la tomba dell’assassino è meta di pellegrinaggio da parte dei nazionalisti che intendono in questa maniera onorare la memoria di chi aveva cercato di impedire, con il suo sacrificio personale, il predomino dell’”elemento esterno” sulla nazione polacca, “bianca e cattolica”.

Il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, era stato oggetto nei mesi scorsi di una campagna di denigrazione dell’estrema destra nazionalista e antisemita. In una delle manifestazioni pubbliche tenutasi alcuni mesi fa, gli estremisti di destra si erano spinti a decretare la condanna a morte di Adamowicz e di altri politici polacchi all’opposizione del governo nazional-populista in carica. Alla manifestazione, dal forte impatto simbolico, non era seguita nessuna presa di posizione da parte del governo e nemmeno un intervento delle forze di polizia o un’inchiesta della magistratura che, in molti casi, si erano limitate a derubricare l’accaduto a goliardata o manifestazione folkloristica. Adamowicz era considerato dai suoi detrattori, molti di loro tra i banchi dell’attuale maggioranza di governo, “criptoebreo”, “tedesco”, “corrotto”, “massone”, “nemico della nazione polacca”. Alcune figure rappresentative della destra liberale all’opposizione, come quella del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, nei mesi scorsi erano state travolte da una lava mediatica fatta di invettive, ingiurie, volgarità e minacce da parte della stampa nazionalista e sulla Rete dove a spadroneggiare sono i “troll” con la loro violenza verbale e “il linguaggio dell’odio” divenuto la cifra politica della destra radicale in Polonia. Adamowicz è stato ucciso da un folle; intorno al suo feretro si è raccolta quella parte della società polacca sgomenta e impotente di fronte al diffondersi dell’odio alimentato da chi concepisce la lotta politica come una battaglia tra gli autentici polacchi e “i nemici interni”: gli oppositori del governo, “i liberali” e i “marxisti”, tutti alla stessa maniera al servizio, secondo la vulgata nazionalista, dei “mercanti” e dei banchieri dell’Unione Europea che con le sue politiche costituisce una minaccia dell’identità nazionale.

La vittoria dei nazional-populisti di “Diritto e Giustizia” nelle elezioni di tre anni fa è giunta in un periodo nel quale la crisi economica internazionale ha avuto ripercussioni impreviste all’interno degli Stati membri e, più in generale, sull’equilibrio dei rapporti tra i “partners storci” all’interno dell’UE e il gruppo dei Paesi Visegrad. Tali ripercussioni hanno coinciso in Polonia con l’accentuarsi della polarizzazione della scena politica tra i sostenitori e gli oppositori all’attuale governo.

La tragedia di Danzica di due settimane addietro non ha fatto abbassare i toni dello scontro e nemmeno edulcorato gli animi dei protagonisti della vita parlamentare, nonostante una tragedia destinata a segnare profondamente la memoria collettiva negli anni avvenire. Il “padre padrone” di “Diritto e Giustizia”, Jaroslaw Kaczynski, non ha osservato il minuto di silenzio nella seduta del Parlamento in ricordo della tragedia di Danzica. Nei giorni scorsi ha dichiarato che: “Ognuno ha le sue vittime, la nostra era più importante”, un evidente riferimento alla morte del fratello gemello nel disastro aereo di Smolensk del 2010 che sarebbe, secondo lui, frutto del complotto ordito dal presidente della Russia Putin in combutta con l’allora premier polacco, Donald Tusk. La grande emozione suscitata nell’opinione pubblica dall’omicidio di Paweł Adamowicz, ha portato tuttavia a un calo rilevante nei sondaggi del partito di “Diritto e Giustizia” che potrebbe comprometterne il successo elettorale alle prossime elezioni europee e, soprattutto, il ruolo di partito egemone, in grado di esprimere autonomamente il sostegno al governo, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale tra due anni.

I consensi al partito di “Diritto e Giustizia” vanno ulteriormente restringendosi dopo che nei giorni scorsi il suo leader principale, è rimasto coinvolto in una vicenda i cui contorni gettano una luce sulla personalità di Kaczynski e sul profilo della destra polacca. “Gazeta Wyborcza”, il giornale più diffuso nel Paese sulla Vistola, ha pubblicato le registrazioni di una trattativa d’affari avvenuta alcuni mesi fa a Varsavia nella quale sono coinvolti lo stesso Kaczynski e alcuni suoi familiari. Questi i fatti emersi dalle intercettazioni: una ditta austriaca di costruzioni era stata incaricata dalla fondazione “Lech Kaczynski” di redigere un progetto per la costruzione nel centro di Varsavia di due grattacieli di circa 200 metri di altezza per un investimento pari a circa 300 milioni di euro. L’opera doveva essere finanziata dalla banca “PKO”, sotto il controllo del partito di “Diritto e Giustizia”. La realizzazione del progetto era tuttavia legata, come emerge da alcuni passaggi delle intercettazioni, alla vittoria elettorale di un uomo di “Diritto e Giustzia” nelle elezioni amministrative del 2018 nella capitale. La sconfitta elettorale inaspettata della destra nazional-populista a Varsavia ha costretto Kaczynski a rinunciare momentaneamente alla realizzazione del faraonico progetto nel centro della città definito simbolicamente “K-Towers”: due torri gemelle che dovevano costituire il monumento ai due gemelli Kaczynski. 
Un sindaco avverso a “Diritto e Giustizia” avrebbe potuto rilevare irregolarità urbanistiche nel progetto, impedire lo svolgimento dei lavori e sfruttare la vicenda a fini elettorali. I rappresentanti della ditta austriaca avevano tuttavia pensato di registrare le conversazioni con il leader della destra polacca e di renderle pubbliche una volta che l’investimento si fosse arenato e le spese sostenute, oltre ai guadagni sperati, fossero andati persi.

La storia delle “due torri gemelle polacche”, che dovevano sorgere a qualche centinaio di metri di distanza dal palazzo della cultura donato da Stalin ai polacchi agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso – e in qualche modo doveva gareggiare con esso per grandezza e fastosità – rappresenta in modo efficace la megalomania del leader della destra polacca e svela uno sfondo fatto di corruzione, di traffici di quantità enormi di denaro nella disponibilità di un politico di professione e capace di tessere alleanze che mirano al controllo delle istituzioni centrali e periferiche dello Stato polacco.

L’assassinio del sindaco di Danzica e i fatti emersi in queste ore sulla costruzione delle “K-Towers” costituiscono l’ennesimo, duro colpo sul piano elettorale per la destra al governo. Consapevole che, dopo gli avvenimenti delle scorse due settimane, il successo ottenuto negli anni scorsi è improbabile da raggiungere, Kaczynski si è messo a cercare nuovi alleati nella destra più estrema, apertamente antisemita e filofascista, in Parlamento e nella società civile. Nella Seconda Repubblica polacca (1918-1939), la crisi parlamentare fu superata dapprima attraverso il colpo di Stato di Piłsudski (1926) e, in seguito alla morte del Maresciallo di Polonia (1935), mediante la ricerca di un’alleanza tra la destra nazionalista e le formazioni filofasciste spuntate come funghi dalla fine degli anni Venti fino al 1939. Tale alleanza avrebbe dovuto dare nuova linfa allo Stato autoritario segnato da episodi di corruzione, dai dissidi interni fra gli eredi di Piłsudski (ognuno dei quali avrebbe voluto fare della Polonia una potenza economica e militare) e dalla debolezza intrinseca delle istituzioni, in particolare dell’esercito. Lo scenario attuale in Polonia presenta, in situazioni differenti, alcune analogie tra la destra di allora e quella attuale, dalla vocazione autoritaria e, per molti versi, grottesca nei suoi atteggiamenti vanagloriosi.

Il partito di ”Diritto e Giustizia” aveva costruito fin dalla sua nascita una solida alleanza con una parte della Chiesa cattolica polacca, segnatamente con Radio Maryja, intorno all’idea che le riforme di tipo liberale introdotte dopo il 1989 erano state portate avanti da una classe politica corrotta e legata a doppio filo con il decaduto regime comunista. Di fronte a questo blocco di forze, il partito di Kaczynski aveva fatto del suo legame con la nazione e della sua “diversità” rispetto alle èlite corrotte e al servizio dell’Unione Europea i pilastri della sua propaganda politica. Una propaganda che sembra oggi smentita dai fatti di corruzione che investono il principale leader della destra nazional-populista rivelatosi, invece di un idealista dai costumi semplici e dalle abitudini frugali, il “dominus” di una rete di interessi opachi la cui possibilità di realizzazione appare strettamente connessa al “linguaggio dell’odio” rispetto al quale una parte dei vertici della Chiesa polacca ha preso le distanze e che verosimilmente darà vigore nelle prossime settimane all’opposizione di tipo liberale ed europeista al governo.

Daniele Stasi

Questo articolo è stato pubblicato qui

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