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Più forte del Darfur, la protesta en rose del Sudan in attesa di una transizione democratica

Alaa Salah è il simbolo della rivoluzione del Sudan. Con lei molte donne, stanche dei soprusi di un regime in declino, che negli anni si è macchiato di uno dei massacri più cruenti della storia recente, non solo africana. Un timido raggio di sole torna a splendere sopra a Khartum, ora in mano all'unico militare rimasto credibile agli occhi della popolazione. Pronto a riconsegnare il potere al Popolo. 

Dito puntato al cielo, sguardo fiero e nobile. Bella come un’antica regina Kandaka e come il riflesso della luna che scende dai suoi orecchini. Il cielo all’imbrunire, instabile, fa da sfondo alla fine del trentennale regime di Omar al-Bashir, il settimo presidente del Sudan, deposto dopo sei giorni, ininterrotti, di proteste en rose. E’ la foto della battagliera Alaa Salah, più di altre, a diventare emblema dei 30 anni di umiliazioni e vessazioni nei loro confronti, reattive al richiamo della Zagrouda, il canto della rivoluzione che anticipa le marce della rabbia lungo le strade di Khartum. Casalinghe, insegnanti, avvocatesse, dottoresse o semplicemente mamme o sorelle. Più forti dei manganelli, dei gas lacrimogeni o dei fendenti delle milizie fedeli al regime, e vero traino di una rivoluzione per nulla intenzionata a fermarsi. Su dieci manifestanti, sette sono di sesso femminile. Si coordinano con lo smartphone, con l’hashtag #SudanUprising, e sfidano l’autorità del regime. Non più solo per l’endemica sottomissione all’uomo e ai costumi imposti in una società stretta dall’asfissiante morsa islamica. Ora, o meglio, da dicembre, la rabbia ha iniziato a ribollire dietro l’eco della fame, aggravata dal regime di Bashir che su invito del Fondo Monetario Internazionale ha cancellato con un colpo di spugna importanti sussidi, tra cui quello che permetteva alle famiglie di comprare il pane o pagare l’elettricità.

<blockquote class="twitter-tweet" data-lang="it"><p lang="it" dir="ltr">Di fronte alla brutale repressione dei diritti umani, il popolo del Sudan, in modo pacifico e gioioso, si fa sentire.<br>E la foto con <a href="https://twitter.com/hashtag/AlaaSal...; che guida la protesta ci ricorda che oggi sono le donne a guidare le lotte per i diritti umani nel mondo.<a href="https://t.co/UBhGVqQpoT&quot;&a...; Amnesty Italia (@amnestyitalia) <a href="https://twitter.com/amnestyitalia/s... aprile 2019</a></blockquote>

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Secondo l’”Index Mundi” in Sudan quasi un cittadino su due (46.5 percento) vive sotto la soglia di povertà, e circa un bambino su tre (il 33 percento) è sottopeso. Una tragedia umanitaria che dipinge lo stato arabo-africano come il sesto peggior Paese del pianeta, peggiore persino di Siria e Iraq, non proprio due Luna Park. Impietoso anche l’indice di “Transparency International”, che rileva la percezione della corruzione: anche qui il Sudan è il settimo peggiore Paese al mondo, meglio, però, della Corea del Nord di Kim Jong-Un.

Il Paese è ancora scosso dal conflitto nel Darfur, ormai declassificato a bassa intensità, ma con un focolaio nelle aree montuose del Jebel Marra. Anche qui l’innesco è partito dalla politica, incapace di gestire la rivalità economica tra la zona ovest, tra la valle del Nilo e la capitale. Rivalità a cui si aggiungono, manco a dirlo, le frizioni di matrice etnica tra le popolazioni sedentarie africane e quelle nomadi arabe. In sedici anni di conflitto è stata distrutta la vita di 3 milioni di persone e c’è stato un numero imprecisato di vittime: tra i 100 e i 400 mila morti, a cui si aggiungono le violenze settarie ai danni di donne, bambini e anziani delle tribù Fur, Masalit e Zaghawa.

Per tutti questi motivi più di un milione di manifestanti sono scesi in piazza, per le vie di Khartum e in sit-in davanti al quartier generale dell’esercito del Sudan, scandendo lo slogan “un popolo, un esercito”. Ancora una volta con una pugnalata di un ministro alla Difesa, come nel 1985 contro Jaafar Nimeyri, il padre della shaaria, a 16 anni dal suo putsch militare. Anche oggi l’appoggio delle forze armate è risultato determinante per scoperchiare il Paese e per strappare via al-Bashir e il suo Esecutivo, che già preparava le elezioni del prossimo anno. 

Ma non è bastato. Perché dal cuore della rivoluzione sudanese, dall’Associazione dei Professionisti Sudanesi (Spa), si è levata anche la protesta contro il leader del golpe militare, Awad Ibn Auf, su cui pendono sanzioni americane. Auf è il generale che è diventato per soli due giorni presidente del Consiglio militare di Transizione del Sudan. Ha però fallito, un po’ come il suo più longevo predecessore Abd al-Rahman Suwwar al-Dhahab. Affossato dalle sue stesse dichiarazioni perché giudicate dai manifestanti deludenti, a tratti contraddittorie e quindi effimere. Non andavano bene. Sia Awad Ibn Auf, che il suo vice Abdelmarouf al-Mahi, sono ritenuti troppo vicini agli ambienti islamisti, e rappresentano nell’immaginario collettivo una mera riproduzione del regime di al Bashir.

Uno dei banchi di prova è stata la ventilata mancata consegna del 75enne al Bashir all’Aia, nove anni dopo che la Corte penale Internazionale ha spiccato un mandato di arresto per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio, legati ai fatti del Darfur, il più cruento dell’Africa subsahariana. Un pesante fardello anche per Auf, colpevole, secondo le accuse, di aver issato i bombardamenti dei mujahidin janjāwīd contro le popolazioni locali. Assieme a lui, a stretto giro, si è dimesso il generale Salah Gosh, il consigliere della sicurezza nazionale (Niss), che nei mesi scorsi aveva condotto violente repressioni contro i manifestanti. Secondo “Middle East Eye” Gosh goderebbe dell’appoggio di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, le petro-monarchie che dopo aver ottenuto il congedo del “dinosauro” al Bashir non vogliono fermarsi e hanno dichiarato nuovo appoggio ai militari. A differenza del libico di Haftar, però, almeno in apparenza, Gosh sarebbe stato baricentro di una coalizione più ampia, con dentro Israele e anche gli Stati Uniti, con cui secondo il “New York Times”, Gosh aveva collaborato fornendo informazioni utili alla Cia.

Le truppe pro-al Bashir si sarebbero macchiate anche delle 27 vittime, freddate dalle milizie pro-governative durante gli scontri negli ultimi giorni. Un quarto di quelle causate dall’esplosione della protesta di Atbara, Port Sudan e Dongola a dicembre. A cui si aggiungono le 13 persone uccise giovedì scorso e le altre 3 venerdì, tra cui un agente, “morti tra le mani del regime e delle sue milizie ombra” ha dichiarato l’Asp.

E’ questo lo scenario che precede la recente ascesa a presidente del Consiglio di Abdel Fattah al-Burhan, militare di lungo corso protagonista della guerra civile che ha portato alla secessione del Sudan del Sud e della guerra contro gli Houthi in Yemen, e unico militare di spicco a non esser finito nel mirino dell’Aia per il massacro in Darfur. Oggi Burhan, che ha da poco azzerato i vertici dell'esercito nominando il colonnello generale Hashem Abdel Muttalib Ahmed Babakr come capo militare, fa da contraltare alla Spa, nel tentativo di un dialogo, con la promessa nel cuore di epurare il Sudan da tutti i residui del regime di al Bahshir. Molti già consegnati alla Giustizia, e di lanciare il Paese verso elezioni anche prima dei due anni di governo militare già preventivati.

Dolci premesse, coadiuviate dall’eliminazione del coprifuoco voluto da Auf, e più volte violato dai manifestanti su invito della Spa a non mollare, assieme alla liberazione dei prigionieri politici. “Vogliamo continuare il nostro viaggio per continuare la nostra vittoriosa rivoluzione” recita un comunicato della Spa. “Vogliamo un premier indipendente”, chiedono, forti anche dell’appoggio di Stati Uniti, Norvegia e l’ex madre patria Gran Bretagna, consapevoli dell’importanza di garantire al popolo una transizione pacifica che nelle intenzioni della Spa.Con loro anche il Consiglio per la pace e la sicurezza (PSC), l’organo permanente dell’Unione africana che si occupa di favorire la risoluzione dei conflitti, che ha dato due settimane di tempo al Consiglio militare transitorio del Sudan (TMC) per consegnare il potere ai civili.

Dal suo canto l’associazione dei Professionisti ha già dichiarato nei giorni scorsi che “non si ritirerà o devierà dal suo percorso per raggiungere le richieste piene e legittime della gente”. Un po’ come il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, culle della civiltà africana, che uniscono il suo corso in Sudan, fortificando la loro marcia, unica, verso la meta.

 

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