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Non chiamatelo razzismo

Per molti, per tanti, per troppi anche di sinistra, i fatti di razzismo, che quotidianamente si succedono nel nostro Paese, sono stati e sono considerati singoli episodi, non ascrivibili ad un sistema di potere razzista.

E così anche per Grillo, il razzismo è un falso problema, un fenomeno «esclusivamente mediatico». È vero non c’è razzismo ideologico, ma il razzismo “mediatico”, figlio della propaganda, più che della convinzione.

E tuttavia questo particolare e nuovo razzismo, si porta dietro le scorie peggiori del vecchio, e quindi anche un nucleo di violenza che ieri si è espresso con i forni crematori, l'olio di ricino, le torture, oggi si esprime con i raid, le aggressioni con le manganellate mediatiche, con le minacce, con il disprezzo di tutto ciò che umanità ed antirazzismo.

In una società mediatica e globale, non si può riprodurre il razzismo di 50 anni fa, ma si può riprodurre, ed è stato riprodotto, un clima di odio che genera violenza sociale ed istituzionale, oggi contro i migranti domani, domani contro gli ebrei, contro i gay contro la gente di sinistra.

Ma quando razzismo diventa violenza istituzionale, con il finanziamento e la promozione dei lager libici, con la norma, nella disciplina del reddito di cittadinanza, che sostanzialmente lo preclude ai migranti, con la ordinanza di Lodi che caccia i loro figli dalle mense scolastiche.

Quando il razzismo diventa violenza della società, con con le persone che non si fanno visitare dai neri, ma li prendono a fucilate, li minacciano, come a Melegnano, o li aggrediscono, come il ragazzo egiziano a Roma, ecc..ecc... .

Quando il razzismo diventa un fatto ”culturale“ con lo slogan “prima gli italiani”, è la base teorica ed ideologica della superiorità razziale .

Quando succede tutto questo, il razzismo diventa un problema reale e non esclusivamente mediatico, ma sociale, istituzionale culturale .

 

Commenti all'articolo

  • Di Persio Flacco (---.---.---.189) 4 marzo 20:48

    Non si esce dalla contrapposizione *ideologica* se non si prova a ragionare laicamente su certe problematiche.

    Consideriamo un fatto reale: una parte della cittadinanza esprime disagio, apprensione, e anche paura, per le condizioni che si trova a vivere in certi contesti. Si tratta di espressioni di disagio e di paura che precedono il successo di certe forze politiche, che anzi lo determinano.

    A fronte di questo:

    1. una parte politico ideologica tende ad orientare il disagio rappresentandolo come conseguenza delle caratteristiche "razziali" di certi "ospiti" non integrati;
    2. una parte tende a rappresentare il disagio come espressione di pregiudizi razziali o, nel caso migliore, come rozzezza di pensiero, e dunque a negarlo alla radice. 

    Se vogliamo entrambe le posizioni puzzano di pregiudizio e di razzismo, compresa la seconda. E continuando di questo passo entrambe le parti preparano il terreno per la maturazione di un vero razzismo ideologico.

    I fenomeni di disagio manifestati da certe parti della popolazione circa gli effetti di una immigrazione non governata con saggezza sono diffusi in tutta Europa, non solo in Italia, lo sono anche presso tradizioni culturali notoriamente aperte e tolleranti. Non tenere conto di questo rivela un pregiudizio ideologico del secondo tipo.

    Se ne è reso conto il governo Gentiloni che, con Minniti, aveva iniziato a prendere qualche provvedimento per rassicurare l’opinione pubblica e dimostrare ascolto verso certe sue istanze, ostacolato in questo da ministri dello stesso governo. Ricorderà che Minniti minacciò di dimettersi se altri ministri (in particolare il cattolico Delrio) non avessero smesso di agire in senso contrario a quello deciso collegialmente.

    In sintesi: continuare a rimpallarsi accuse a base di sovranismo, razzismo, pupulismo, elitismo radical chic, integralismo papalino, non fa che ignorare la sostanza del problema e polarizzare lo scontro attorno a valori assoluti che un laico dovrebbe rifiutare per principio.



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