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Nel ventre della bestia. L’inferno delle prigioni americane nelle lettere di Jack Abbott

DeriveApprodi ha ripubblicato Nel ventre della bestia di Jack Henry Abbott, uno dei libri più importanti che siano mai stati scritti sulla condizione carceraria.

Nel 1979, mentre scriveva quello che è considerato da molti il suo capolavoro, Il canto del boia, lo scrittore americano Norman Mailer ricevette la lettera di un detenuto, Jack H. Abbott.

“Uno scrittore riceve diverse centinaia di lettere all’anno da sconosciuti. In genere vogliono qualcosa: vorresti leggere il loro lavoro, o ascoltare la storia della loro vita e scriverla? Questa lettera, al contrario, offriva indicazioni”.

Abbott aveva letto su una rivista che Mailer stava lavorando alla biografia di Gary Gilmore, il primo detenuto condannato alla pena capitale dopo la reintroduzione della pena di morte negli USA, nel 1977; il caso di Gilmore, pluriomicida e rapinatore di banche che aveva chiesto espressamente di essere giustiziato, aveva incendiato l’opinione pubblica americana. Abbott scrisse a Mailer che pochissima gente era a conoscenza delle condizioni in cui vivevano i prigionieri nelle carceri statunitensi. Addirittura Abbott, riporta Mailer, “era convinto che (anche) chi fosse stato in prigione per non più di cinque anni non ne sapesse quasi nulla”. 

Jack Henry Abbott, invece, aveva passato la maggior parte della sua vita dietro le sbarre. Finito in galera per la prima volta a dodici anni, vi aveva trascorso tutta l’adolescenza, ad eccezione di un periodo di cinque mesi di libertà. Poi, ormai maggiorenne, era tornato dentro per aver emesso assegni scoperti. Altri cinque anni. In prigione aveva accoltellato a morte un detenuto ed era stato condannato con una “sentenza indeterminata” da un minimo di tre a un massimo di ventitré anni.

“Da quando ho dodici anni sono stato libero nove mesi e mezzo in tutto. Ho scontato lunghi periodi di isolamento – solo per tre periodi un cumulo di più di dieci anni. Ho calcolato che in tutto ho passato in isolamento quattordici o quindici anni. Il reato più grave che ho commesso nel mondo libero è stato una rapina in banca quando ero evaso”. Rapina che gli vale un’altra condanna a diciannove anni, dopo esser evaso dalla Massima Sicurezza della Prigione di Stato dello Utah, nel 1971. Aveva ventisei anni.

Ma chi è davvero questo galeotto che legge Hegel e Kierkegaard, studia Marx e Lenin, critica la descrizione del carcere fatta da John Cheever e intrattiene un’appassionata corrispondenza con uno dei più grandi romanzieri contemporanei? Innanzitutto, uno scrittore. Uno scrittore assoluto. Mailer se ne era accorto immediatamente: “Sentivo tutta la soggezione che si prova davanti a un fenomeno. Abbott aveva una sua propria voce. Non ne avevo mai sentite così. Scriveva come un diavolo”.

Quello che viene fuori dalle lettere, pubblicate per la prima volta nel 1981, è uno spaccato crudo e crudele del sistema giudiziario americano. Una storia di violenza. Una violenza "nuda", come la chiama Abbott, quella subita ogni giorno da migliaia (milioni?) di prigionieri. Le prigioni degli anni '70 erano qualcosa di molto simile all'inferno sulla terra: “Leggere le lettere di Abbott non aiutava a fare sogni tranquilli. Adesso l’inferno si poteva guardare chiaramente. Era la Massima Sicurezza in un grande penitenziario”.

Privazione sensoriale, torture, fame, sete, abuso di psicofarmaci. Abbott attraversa tutti i gironi di questa macchina infernale di distruzione: “So come continuare a vivere passando in mezzo a tutto quello che apparecchiano per me. Mi hanno sottoposto alle celle spoglie, alle celle oscurate, sono stato incatenato al pavimento e ai muri; ho vissuto in mezzo ai pestaggi; qualsiasi droga la scienza abbia inventato per ‘modificare’ il mio comportamento, l’hanno provata su di me. La fame mi era diventata una condizione familiare; non ho ribrezzo a mangiare insetti nella mia cella o a vivere tra i miei escrementi, se questo significa sopravvivenza”.

La prigione di San Quentin all'epoca possedeva il migliore ospedale di medicina traumatica di tutti gli Stati Uniti. I giovani medici si "facevano le ossa" lavorando sulle ossa spezzate dei detenuti. E ce n'erano tanti, ogni giorno. Abbott descrive il sadismo dei secondini, il regime di perenne ingiustizia che vige in prigione: “L’esperienza mi insegna che l’ingiustizia è forse la sola (se non probabilmente la più importante) causa di pazzia dietro le sbarre”

Il suo giudizio sulle prigioni si allarga, e diventa una critica a tutta la società Usa:

“Nessuno si aspetta da me che diventi un uomo migliore in carcere. E allora perché non dirlo: lo scopo è farmi a pezzi, distruggermi completamente. Lo scopo è marchiarmi a vita, con il marchio di quella bestia che loro chiamano prigione (...) A un uomo, quando viene messo in prigione, è portata via la sua esperienza di società, è portata via l’esperienza di un pianeta vivo di cose viventi”

Leggendo Nel ventre della bestia si ha l’istinto di sottolineare molto. Probabilmente a causa della struttura della narrazione nelle lettere, fatta di un'alternarsi di frasi brevi. Abbott ha divorato molti libri di filosofia, durante la detenzione, e il suo stile di scrittura ne risente. Non sono infrequenti le massime, sentences fulminanti che ricordano Nietzsche (tra l’altro citato ampiamente dall’autore):

“I libri sono pericolosi dove c’è ingiustizia”

“Il tempo scende sulla tua cella come il coperchio di una bara in cui sei disteso e che guardi chiudersi lentamente su di te”

“Odio questa faccia da sottoproletariato criminale: il prodotto di una guerra di nervi che nessuno ha dichiarato ma che incombe su di noi! Dopo dieci o quindici anni di prigione, il sole non tramonta e non s’alza mai. Non ci sono stagioni”

“Ho bisogno della bellezza come ho bisogno di respirare”

In prigione Abbott legge, studia, scrive e si politicizza. Acquisisce quella che, marxianamente, definisce "coscienza di classe". È un prigioniero nero a spiegargli il concetto per la prima volta: “Il marxismo è la mia consolazione”, scrive a Mailer. “Non ci riesco proprio, a essere felice con i meschini desideri che la società borghese ha marcato nella mia carne, nella mia carnalità”.

Tra le sue pagine si può trovare una minuziosa analisi del razzismo "scientifico", sostenuto clandestinamente nell'America degli anni '60, all'epoca scossa dai primi moti di liberazione dei neri, che sarebbero sfociati nel movimento delle Black Panthers:

“Io ho passato una vita in prigione con indiani d’America, messicani, chicanos e neri americani. Senza dubbio ogni prigioniero non-bianco che ho conosciuto si aggrappa a una coscienza rivoluzionaria del mondo – ma i più solidi, i più ostinati, sono i prigionieri neri (...) L’espressione ‘discriminazione razziale’ sembra anni-luce distante dall’orrore profondo nato e pasciuto dalla società bianca: il negro”.

Alcune delle lettere di Abbott vennero pubblicate dalla prestigiosa New York Review of Books nel giugno 1980, quindi riunite in volume con il titolo definitivo, Nel ventre della bestia, l'anno seguente. Il libro divenne un best seller internazionale e provocò dibattiti accesi. Mailer testimoniò in favore di Abbott, che venne rilasciato in libertà condizionale nel giugno del 1981. Il 19 luglio, il New York Times pubblicò una recensione entusiasta che salutava la nascita di un grande scrittore.

Proprio mentre le rotative mandavano in stampa quell'articolo, Jack Henry Abbott accoltellava a morte un giovane cameriere di 22 anni, Richard Adan fuori da un bar di Manhattan: Abbott aveva chiesto dove fosse il bagno e Adan gli aveva risposto che non poteva farglielo usare. Datosi alla fuga, Abbott venne catturato in Louisiana poche settimane dopo; processato, fu condannato a scontare altri 15 anni di prigione. 

Nel ventre della bestia è una storia d'ingiustizia, che potrebbe (anzi, dovrebbe) essere letta come un manuale. Il tragico esito della storia personale di Abbott non attenua l'incredibile forza della sua esperienza. Che è un'esperienza sociale e collettiva, non individuale. 

"Mi è costituzionalmente impossibile esistere in prigione". Dopo cinquant'anni passati dietro le sbarre, Jack Abbott ha deciso che quella non-esistenza era durata abbastanza. Ha posto fine alla sua vita di prigioniero impiccandosi con i lacci delle sue scarpe, la mattina del 10 febbraio 2002. Ha scritto un biglietto di addio, che le autorità non hanno mai reso pubblico. Norman Mailer è morto cinque anni dopo, il 10 novembre 2007.

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