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Misteri sauditi e lotte di palazzo contro i superpoteri di Mbs

Sullo sfondo c’è il delitto. Talmente imperfetto da diventare la pietra dello scandalo degli ultimi mesi di casa Saud. Delitto ordinato, ormai l’ammette anche la Cia, dal principino bin Salman, che il papà-re, salito sul trono già vecchio a 79 primavere, aveva innalzato a suo delfino due anni fa, usurpando al nipote Muhammad bin Nayef un ruolo già conferito. 

Un pateracchio che destabilizzava l’andamento ciclico della tradizionalista e autoritaria petromonarchia, controllata dagli anni Trenta dal clan Saud grazie ai buoni uffici del Regno Unito. Nella danza reale di Salman padre non si sa se sia contato il caratterino del principe, che non s’accontentava della carica di ministro della Guerra, assolta da subito (a discapito degli Houthi yemeniti) nell’esaltare l’aspetto militare. Dietro di questo vanno di pari passo una politica estera consona ai voleri del protettore d’Oltreoceano nei suoi due centri di potere - Casa Bianca e Pentagono - e il desiderio di potenza non solo economica che l’islamismo wahhabita rivendica. Da mesi il fantasma di Khashoggi s’aggira per la corte, e superato il complice silenzio iniziale, lo stesso Mbs ha seguìto la via d’una rivendicazione di ritorno (l’opinionista è stato ucciso perché il sistema non ammette critiche e opposizioni) e la presunta modernizzazione interna basata sul business dorato con qualsiasi partner mondiale, purché né ficcanaso né petulante attorno a diritti politici, sociali, civili.

L’Occidente, cresciuto nell’immorale logica del denaro che non puzza, fa finta di nulla e la vita prosegue. Eppure, forse, qualcosa sta accadendo. Proprio nella reggia di Riyadh. Certa stampa e osservatori attenti leggono fra le righe, cercano d’interpretare talune assenze del principino da un protocollo del casato estremamente ferreo. Ultimamente bin Salman ha mancato alcuni incontri internazionali, né ha atteso, come di solito accade fra l’apparato di corte e di sicurezza in aeroporto, il padre di ritorno da un viaggio estero d’una certa importanza (in Egitto). L’ambiente della sicurezza è finito nel marasma delle inchieste esterne e interne dopo l’uccisione di Khashoggi, con tanto di dimissioni forzate, cambio di responsabili eccetera, e anche in occasione del viaggio da Sisi la scorta reale ha subìto avvicendamenti. Si temeva per l’incolumità del sovrano, comunque da tempo dato per malato? Ufficialmente la corona non ha trattato la questione, ma diversi osservatori unendo questo caso con le assenze di Mbs suggeriscono l’ipotesi d’un suo ridimensionamento.

Resta ovviamente una congettura, perché le gerarchie interne erano state ristabilite proprio dalle reinvestiture del 2017 che designavano pretendenti in posti chiave o di comodo. Erano stati accontentati uomini strategici e potenti, alcuni sono caduti col ciclone Khashoggi. Il più noto è Saud al-Qahtani responsabile della cyber sicurezza, vicinissimo a Mbs, sacrificato dal principe e attualmente agli arresti domiciliari. Seppure l’avvicendamento che ha destato più clamore riguardava il ministero del Esteri dove la Casa Bianca aveva voluto la keffia amica e benevolente alla politica statunitense di Ader al-Jubeir. Il nuovo corso di Mbs aveva dovuto acconsentire all’investitura. Ma nel rimpasto post-Khashoggi piazzava nel dicastero l’esperto Ibrahim al-Assaf, un uomo-apparato già ministro delle finanze e prim’ancora alla guida della compagnìa petrolifera di Stato Aramco. Su cui vigilava bin Salman in persona. Ora c’è da capire se qualche consigliere stia dicendo al padre di fidarsi meno del figlio, addirittura estromettendolo a vantaggio di altri rami della famiglia reale. Un’ulteriore mossa su una contromossa già compiuta riguardo alla successione sarebbe un evento epocale. Con cui si scontrerebbe la struttura della trasformazione e del controllo inventata da Mbs, che non è certo solo la macchina di propaganda ‘Vision 2030’.

Enrico Campofreda, 21 marzo 2019

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