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Milazzo tra mafia, politica e affari. Il caso Santino Napoli

L’arresto il 24 gennaio 2017 nell’ambito dell’inchiesta Gotha 7 della Direzione Distrettuale Antimafia sulla penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale ed economico della provincia di Messina. Poi il processo a Barcellona Pozzo di Gotto e la condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa ad otto anni di reclusione (dieci la richiesta del Pm) e, il 25 novembre scorso, la riduzione a sei in appello.

 

Contro Santo Napoli detto Santino, infermiere professionale dell’Azienda sanitaria locale n. 5 e consigliere comunalea Milazzo per diversi partiti di centro e centrodestra, ininterrottamente dal 1993 al 2015, arriva adesso la doppia tegola della misura di prevenzione della sorveglianza specialecon obbligo di soggiorno per cinque anni e il sequestro dei beni da parte del Tribunale di Messina (presidente il dottor Massimiliano Micali).

A richiedere il provvedimento la DDA e la Questuradi Messina (istanza depositata il17 aprile 2020) che hanno attenzionato la fitta trama di interessi economici e società in mano a Santo Napoli, ai congiunti e al socio non poi tanto occulto, quel Giuseppe Busacca padre-padrone della “cooperativa” Genesi, asso pigliatutto dei servizi sociali e dell’assistenza alle categorie svantaggiate di mezza Italia. Un sistema complesso che ha consentito impunemente per anni di accumulare immense risorse finanziarie pubbliche, poi dirottate dalle casse delle cooperative “sociali” verso aziende di comodo (sistematicamente dichiarate fallite) e reinvestite in beni immobili o nella gestione del redditizio mercato del divertificio di Milazzo e dintorni, fatto di discoteche, pub, hotel e ville per feste e matrimoni.

La lettura del decreto del Tribunale peloritano fornisce un’assai poco lusinghiera descrizione della figura del politico-infermiere che in consiglio comunale ha pure ricoperto l’incarico di presidente di commissione (quella strategica dei lavori pubblici, l’ambiente e il territorio, dal 2000 al 2010) e, successivamente, di vicepresidente del civico consesso. “Santo Napoli, soggetto di riferimento dell’associazione mafiosa nel Comune di Milazzo, anello di congiunzione tra il livello politico-imprenditoriale e la criminalità organizzata, può essere ritenuto in termini ampiamente adeguati al presente contesto, soggetto indiziato di appartenere ad un’associazione di tipo mafioso”, scrivono i giudici. “La stabilità e la lunga durata della condotta per cui il Napoli ha subito condanna consentono quantomeno di trarre solide conclusioni circa la sua elevatissima propensione ad intessere relazionicon soggetti appartenenti alla mafia per ricavarne multiformi vantaggi: denaro, agevolazioni in campo imprenditoriale e politico, favori personali”.

 

A servizio e per conto dei barcellonesi

“I medesimi elementiportano a ritenereil Napoli attualmente pericoloso per la sicurezza pubblica e può essere annoverato tra i soggettidestinatari di misura di prevenzione in quanto indiziato di appartenere alle associazioni di cui all’articolo 416 bis c.p.”, aggiungono i magistrati. “Il Napoli ha intrattenuto illecitirapporti con esponenti mafiosiper circa tre decenni (…) A fronte di un’intera esistenza nel corso della quale il Napoli ha coltivato illecite relazioni con esponenti mafiosi,mostrando peraltro di saper cambiarei propri riferimenti per continuare a trarre vantagginonostante gli arrestidei soggetti con cui intratteneva rapporti qualificati (prima Salvatore Di Salvo, successivamente i fratelli Carmelo Francesco D’Amico), il Tribunaleritiene certamente di poter formulareun giudizio di pericolosità riferitoall’attualità”.

Nel decreto che ordina il sequestro dei beni e delle società in mano a Santo Napoli, Giuseppe Busacca e congiunti, si ricorda che all’infermiere-consigliere è stato contestato in sede processuale il “concorso nell’associazione mafiosa” operante sul versante tirrenico della provincia di Messina, “cui aderivano, fra glialtri, Salvatore Di Salvo, Carmelo D’Amico, Ottavio Imbesi, Mariano Foti, Domenico Chiofalo, Franco Munafò, ecc.”. “L’associazione dei barcellonesi – spiegano i giudici - avvalendosi della forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento ed omertà che ne derivava sul territorio, programmava e commetteva delitti della più diversa natura contro la persona, il patrimonio, la Pubblica Amministrazione, l’amministrazione della giustizia, l’ordine pubblico e la fede pubblica, con l’obiettivo precipuo di acquisire in forma diretta e indiretta la gestione e comunque il controllo di attività economiche, di appalti pubblici, di profittie vantaggi ingiusti per sé e per altri”.

Nello specifico, Santo Napoli “forniva informazioni di interesse per il clan, indicando i lavori appaltati dal Comune di Milazzo e le ditte che li avrebbero realizzati per consentire all’associazione di rendere queste ultime immediatamente destinatarie di atti intimidatori e conseguenti pretese estorsive; sistemava le estorsioni operando come mediatore presso la vittimaper conto dell’associazione; favoriva l’aggiudicazione di lavori pubbliciad imprenditori intraneio contigui all’associazione ed agiva, comunque,di concerto con esponenti di spicco della mafia barcellonese (in particolare, i fratelli D’Amico)affinché certe iniziative imprenditoriali venissero gestite da questo o da quell’imprenditore”. Inoltre, grazie alla sua attività di infermiere professionale e ai contatticreati con il personale sanitario - sempre secondo l’accusa – “riusciva a far ottenerecertificazioni di favore nell’interesse degli affiliati al clan”. Alla fine della fiera, Santo Napoli otteneva il “beneficio di gestire alcune discoteche a lui riconducibili sotto la Protezionee con l’ausilio dell’organizzazione mafiosadi riferimento”.

Numerosi i collaboratori di giustizia che hanno ammesso di conoscere Santo Napoli e le sue malefatte. Salvatore Centorrino, esponente mafioso della città di Messina, lo ha indicato come la persona che favorì la sua latitanza nella zona tirrenica a fine anni ’80. “Santino era un infermiere che lavorava presso l’ospedale di Milazzo e che mi risulta aver avviato successivamente un’attività di rappresentanza per forniture ospedaliere”, ha dichiarato Centorrino. “Era amico di Mario Marchese ed era la faccia pulita,in pratica, dei clan barcellonesi per attività, insiemeal figlio, di apertura di discoteche e cose varie. Tramite tale Santino trascorsi un periodo di latitanza nelle zone di Milazzo e di Pace del Mela… Lo avevo conosciuto tramite Gino Leardi, e lo stesso mi mise in contatto con Salvatore Famà, cognato di Pietro Nicola Mazzagatti e lo stesso Mazzagatti, i quali mi assicurarono la copertura nella zona di Milazzo, mettendomi a disposizione le abitazioni. Entraiin contatto anche con tale Pasquale Catanzaro, titolare di una grossa rivenditadi pesce a Milazzo, il quale mi diede la disponibilità di una casa nei pressidella discoteca Le Cupole. Conobbi anche il cugino di Piddu Madonia,che faceva il capostazione a Milazzo, tale Giovanni Ilardo”. Nomi di peso del firmamento mafioso quelli citati dal collaboratore messinese. Giovanni Ilardo era un pregiudicato catanese condannato per associazione mafiosa con sentenza definitiva nel procedimento penale Mare Nostrum, cugino del boss della famigliadi Caltanissetta Giuseppe “Piddu” Madonia, nonché fratello di Luigi “Gino” llardo, il mafioso catanese in stretto contatto con il superlatitante Bernando Provenzano, ucciso nel maggio 1996 alla vigilia della formalizzazione della sua collaborazione con lo Stato. Dagli atti del processo Mare Nostrum è emerso tra l’altro che Giovanni Ilardo era il “rappresentante di Benedetto Santapaola per la zona di Milazzo,dove aveva costituitoun gruppo operantenell’ambito del gruppo barcellonese”.

All’udienza dibattimentale del 4 aprile 2019, sempre Salvatore Centorrino ha fornito un altro elemento di collegamento con Santo Napoli. Ha riferito che il politico milazzese gli aveva presentato il proprietario del ristorante Villa Marchese perché andasse lì a mangiare nel breve periodo di latitanza che avrebbe dovuto trascorrere in zona.Dagli accertamenti effettuati è emerso che al tempo il ristorante era di proprietà di Francesco Marzini, ritenuto dagli inquirenti uno “stretto collaboratore del Napoli”.

 

Pizzo e discomusic

Un altro collaboratore di giustizia del barcellonese, Nunziato Siracusa, ha riferito che tra il 1996 ed il 1999, Santo Napoli, approfittando del ruolo istituzionale rivestito nel Comune di Milazzo, otteneva informazioni sulle imprese impegnate in lavori pubblici per sottoporle poi ad estorsione. “Mi sono recato più di una volta, insieme a Salvatore Sem Di Salvo, presso l’ospedale di Milazzo per consegnare al Napoli la somma di due milioni di lire, che questi riceveva per il proprio apporto, oltre ad una mensilità doppia nel periodo natalizio”, ha aggiunto Siracusa. Sempre secondo il collaboratore, nel corso degli anni ‘90 il Napoli aveva sistemato in prima persona alcune estorsioni a Milazzo, tra cui quella ai danni del rinomato locale Dolce Vita.“È ragionevole ritenereche l’intervento dell’organizzazione mafiosa in favore del Napoli abbia determinato la successiva liquidazione volontaria dell’azienda e le dinamiche societarie che la porteranno, nell’anno 2003, ad entrare nella disponibilità formale di Baldassare Catalano, zio di primo grado di Antonino Napoli, in quanto quest’ultimo è figlio naturale di Santo Napoli e della sorella del Catalano, Caterina”, annota il Tribunale di Messina nel decreto di sequestro dei beni. Opportuno aggiungere che lo stesso Antonino Napoli risultava essere al tempo titolare del ristorante Il Paradiso di Capo Milazzo.

Sempre Nunziato Siracusa ha riferito di un’altra importante estorsione in cui il Napoli avrebbe fatto da intermediario, nel 2009, ai danni della pescheria “Caravello”. Tra il 1996 e il 1999, il politico milazzese “aveva chiesto e ottenuto il sostegno dell’associazione mafiosa alla sua candidatura quale consigliere provinciale o regionale, ricevendo la fattiva collaborazione dei maggiorenti del sodalizio mafioso tra cui Domenico Tramontana, Santo Gullo, Carmelo Giambò, Salvatore Di Salvo e Giovanni Rao”, ha aggiunto Siracusa. Infine ha riferito agli inquirenti che nell’anno 2004 Santo Napoli gestiva insieme a Carmelo D’amico alcune discoteche di Milazzo, tra cui l’Inside e Le Terrazze. “In questo contesto, intervenni su richiesta di Carmelo D’Amico per dissuadere CarmeloVito Foti dal creare problemialle discoteche gestitedal Napoli (…) In particolare, ricordo che il Foti pretendeva di entrare gratisin una discoteca. Lo stesso era in cattivi rapporti con il Napoli che accusavadi essere un confidente.

Conferme dirette sul modus operandi di Santo Napoli sono giunte dai fratelli D’Amico. Secondo Francesco D’Amico, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2003, il Napoli “avrebbe sfruttato la sua carica pubblica per fare assegnare alcuni lavori pubblici alle imprese riconducibili a Salvatore Di Salvo, Carmelo Mastroeni e Maurizio Marchetta”. In particolare si sarebbe interessato per conto dei barcellonesi ai lavori di realizzazione di alcuni impianti sportivi. In anni successivi, lo stesso Francesco D’Amico sarebbe stato sollecitato dal consigliere comunale a collocareuna bottiglia incendiaria contro l’impresache stava realizzando diverse case popolari nel quartiere Sant’Antonino di Barcellona Pozzo di Gotto. Per la cronaca, gli stretti contatti di Santino Napoli con i mafiosi barcellonesi Salvatore “Sem” Di Salvo e Carmelo Mastroeni sono stati accertati nel corso dell’indagine Omegasu mafia e appalti nella provincia di Messina; nella medesima inchiesta sono stati documentati pure i contatti telefonici tra il politico e il pregiudicato Cosimo Scardino, poi condannato per associazione mafiosa con sentenza passata in giudicato, nell’ambito del processo Icaro.

“Ricordo anche che in un periodo compreso il 2000 e il 2005, intervenni insieme a mio fratello Carmelo D’Amico, ad Angelo Caliri e altri presso la discoteca Le Terrazze di Milazzo, che in quel periodo era gestita da Vito Carmelo Foti, per intimidire quest’ultimo e convincerlo a lasciare la gestione di quella discoteca a Santino Napoli, che l’aveva avuta in precedenza”, ha dichiarato Francesco D’Amico. “In quel periodo il Napoli gestiva insieme ad Alessandro Busacca e a Francesco Rantuccio le discoteche Le Terrazze, Babylon, Paradiso e Inside”. Come addetto alla sicurezza in quegli stessi locali, lavorava allora Elio D’amico, fratello di Francesco e Carmelo.

 

Buste zeppe di euro in ospedale

Santo Napoli si sarebbe rivolto a Francesco D’amico per intimidire violentemente un fioraio che lavorava vicino al cimitero di Milazzo e che voleva cacciare dal luogo in cui esercitava la sua attività. “Io mandai Antonino D’Amico, Franco Munafò e Angelino Alesci a svolgere quanto richiesto dal Napoli”, ha ammesso il collaboratore. “L’episodio trova preciso e oggettivo riscontro nella denuncia di Scibilia Roberto,aggredito a calci e pugni, presso il suo chioscodi fioraio al cimitero”, scrive il Tribunale di Messina. Nell’occasione, la persona offesa riconosceva come uno dei suoi aggressori il predetto Antonino D’Amico,che veniva arrestato e condannato per rapina e lesione personale, in concorso con altre persone non identificate”.

L’ex uomo di vertice della mafia barcellonese, Carmelo D’Amico, oggi anch’egli collaboratore di giustizia, ha raccontato che Santo Napoli sarebbe entrato a far parte della consorteria mafiosa nei primi anni ‘90 e per almeno un decennio avrebbe “rappresentato un punto di riferimento per l’associazione anche all’interno dell’ospedale di Milazzo per ottenere una via preferenziale per le prestazioni mediche, ma anche perottenere certificati falsi”. Ma erano soprattutto le estorsioni a danno delle aziende che avevano ottenuto lavori pubblici a consolidare i legami tra il clan e il politico-infermiere. “Con Salvatore Di Salvo c’incontravamo con Napoli e lui ci dava un foglio stampato con l’indicazione delle ditte”, ha spiegato Carmelo D’Amico. “Tali incontri avvenivano nel suo ufficio o a volte nei bagni dell’ospedale per il timore di intercettazioni. Per queste segnalazioni il Napoli riceveva quale compenso una percentuale dei proventi o dei regali”.

In conformità a quanto narrato dal fratello Francesco, Carmelo D’Amico ha riferito che Santo Napoli utilizzava il proprio peso politico-istituzionale per fare ottenere degli appalti alle ditte riconducibili a Carmelo Mastroeni, Salvatore Di Salvo, Maurizio Marchetta e ad “altri imprenditori vicini all’associazione, come Giuseppe Molino eSebastiano Puliafito”. Il collaboratore ha ricordato una complessa operazione immobiliare realizzata negli anni 2004-05 e che lo ha visto protagonista insieme a Santo Napoli e agli imprenditori Vincenzo Pergolizzi e Antonino Perroni. “Il ruolo del Napoli era stato principalmente quello di agevolare la trasformazione urbanistica, da zona agricola a industriale, dei terreni su cui doveva essere costruito un complesso immobiliare”, scrivono i giudici del Tribunale di Messina. “In questo contesto, il Perroni veniva sostanzialmente sottoposto ad estorsione dagli altri e, secondo quanto riferito da Carmelo D’amico nell’ambito del procedimento Gotha 7, l’imprenditore aveva consegnato a lui 100.000 euro, al Napoli 50.000 e al Pergolizzi una villetta a rustico tra quelle costruite”. L’episodio estorsivo è stato confermato agli inquirenti dallo stesso Perroni che ha stigmatizzato l’estrema pericolosità della famiglia D’Amico, “nonché di Santo Napoli e Vincenzo Pergolizzi, collegati oltre che tra di loro e con la mafiabarcellonese, anche con la criminalità organizzata di Messina e Catania”.

Ancora il collaboratore Carmelo D’Amico ha ricordato che alla fine del 2008 il Napoli gli aveva segnalato che una ditta di Catania aveva ottenuto un appaltoper l’importo di 7 milionidi euro, relativoalle fognature di Barcellona Pozzo di Gotto. “In quell’occasione egli mi chiese un occhio di riguardo nell’estorsione che gli avremmo fatto perché era molto amico dei titolari”, ha aggiunto. “Anziché il 3% dissi al Napoli che avrei chiesto l’1%. Il Napoli contattò i suoi amici e mi confermò che erano disponibili a pagare 70.000 euro. Poi venni arrestato e non so come andò a finire la cosa…”.

Gli inquirenti hanno individuato la predettaditta nella Tecnical S.p.A. di Catania (oggi “Angelo Russello S.p.A.), che nel maggio 2010 aveva ottenuto un appalto dal Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, avente ad oggetto Lavori di realizzazione del Contratto di Quartiere II S. Antonino. “Giova rilevare che Fabrizio Russello, membro della compagine sociale dell’impresa in parola, era tratto in arresto, il 22 novembre 2005, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Caltanissetta (Operazione Odessa) per il reato di associazione mafiosa in quanto ritenuto l’uomo di collegamento fra i clan mafiosi di Riesi e Gela”, annotano i magistrati. L’imprenditore gelese venne poi assolto dal Tribunale di Caltanissetta nel luglio 2008, ma – evidenziano i giudici messinesi – “dei Russello ha parlato, con dovizia di particolari, più di un collaboratore di giustizia, primo fra tutti Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei Lavori pubblici di Totò Riina, il quale ha riferito in meritoall’elevato livello di contiguità al gruppo di potere mafioso della famigliaRussello”. Dei potenti costruttori gelesi hanno parlato pure Salvatore Lanzalaco e Giovanni Brusca, “i quali hanno confermato che l’accordo tra imprenditori del cosiddetto cartello mafioso e imprese edili settentrionali rappresentava uno strumento per rendere all’esterno trasparente l’aggiudicazione di un appalto pubblico da parte di imprenditori collegatia Cosa nostra”. Salvatore Lanzalaco, in particolare, ha riferito che la famiglia Russelloera ritenuta uno dei più importanti collegamenti tra il mondo degli appalti e Cosa nostra e che il filo di congiunzione era rappresentato dal potente boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia.

C’è infine un altro collaboratore di giustizia barcellonese, Aurelio Micale, che ha posto l’accento sul ruolo ricoperto da Santo Napoli quale “gestore” delle discoteche di Milazzo. “Era persona vicina all’organizzazione mafiosa e in particolare ai fratelli D’Amico che si occupavano di gestire la sicurezza nei locali del Napoli”, ha spiegato Micale. “L’infermiere gestiva le discoteche insieme a tale Busacca (Giuseppe Busacca, nda), gestore di cooperative per servizi agli anziani e di Francesco Rantuccio”. Sempre secondo il collaboratore, per le imprese da sottoporre ad estorsione “Napoli faceva delle segnalazioni a Carmelo D’Amico, tramitel’impresa di Puglisi Salvatore” e “sempre grazie alla sua influenza politica si era attivato per agevolare la concessione demanialeper l’apertura di un lido da parte di Elio D’Amico in località Tono di Milazzo, in particolare presso la Capitaneria di Porto”.

 

Voti, soldi, partiti e favori

Nel decreto di sequestro dei beni e di applicazione della sorveglianza speciale ai danni di Santo Napoli e Giuseppe Busacca, il Tribunale di Messina si sofferma anche sui legami “intercorrenti” tra il politico milazzese e Salvatore Rinzivillo, reggente della famigliamafiosa di Gela e fedelissimo del boss Giuseppe Madonia. “Le risultanze investigative dei procedimenti Exitus e Extra Finesdella Procura di Caltanissetta, compendiate nella nota del 15 gennaio 2020della Squadra Mobile della Questura di Caltanissetta, rivelano la continuità dei rapporti tra Santo Napoli e Salvatore Rinzivillo fino all’arresto di quest’ultimo il 4 ottobre 2017”, scrivono i magistrati. “Il Napoli aveva risalenti rapporti con il mafioso

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