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Marocco, processo d’appello per le proteste del Rif

Quarantatré imputati – tra cui leader delle proteste, giornalisti e semplici manifestanti – condannati in primo grado in relazione alle proteste pacifiche del movimento Hirak El-Rif per la giustizia sociale, affrontano la seconda udienza del processo d’appello.

Le proteste del movimento Hirak El-Rif erano iniziate nell’ottobre 2016 nella città di Al Hoceima e nelle zone circostanti, dopo che il pescivendolo ambulante Mouhcine Fikri era morto all’interno di un camion dell’immondizia nel tentativo di recuperare il pesce che gli era stato sequestrato dalle autorità locali.

Tra maggio e luglio del 2017 le forze di sicurezza marocchine hanno arrestato centinaia di manifestanti del movimento, tra cui El Mortada Iamrachen e Nawal Benaissa, comprese decine di minorenni.

Nel giugno di quest’anno, 54 imputati sono stati giudicati colpevoli di vari reati contro la sicurezza in relazione e hanno ricevuto dure condanne, in alcuni casi fino a 20 anni di carcere per “complotto contro la sicurezza dello stato”.

Ad agosto 11 condannati hanno ottenuto la grazia reale. Per gli altri 43 è iniziato il processo d’appello.

Dei 43 imputati di fronte al tribunale d’appello, quattro sono stati rilasciati con la condizionale a giugno e luglio del 2017. I restanti 39 si trovano nella prigione Ain Sabaa 1 (Okacha) di Casablanca. Tra di essi vi sono Nasser Zefzafi, il leader del movimento Hirak El-Rif, altri noti manifestanti pacifici come Najil Hamjike, Mohamed Jelloul e Achraf Yakhloufi, i giornalisti Hamid El Mahdaoui e Rabie Lablak e i cittadini-giornalisti Mohamed El Asrihi, Rabie Lablak, Hussein El Idrissi, Fouad Essaidi e Abd El Mohcine El Attari.

Un’analisi effettuata da Amnesty International ha rivelato tutta una serie violazioni del diritto a un processo equo, tra cui “confessioni” estorte con la tortura e poi utilizzate per condannare gli imputati.

Ai fini della sua analisi, Amnesty International ha intervistato sei avvocati della difesa e dell’accusa e sei famiglie di detenuti; ha esaminato i capi d’accusa, gli argomenti presentati dall’accusa, il verdetto del tribunale e documenti relativi al processo redatti da organizzazioni nazionali e internazionale e da organi d’informazione.

Queste informazioni hanno portato Amnesty International a concludere che il procedimento giudiziario di primo grado è stato profondamente irregolare e che le accuse si sono basate su prove discutibili.

Nessuno degli arrestati ha potuto avere immediato accesso agli avvocati. Il loro trasferimento a oltre 600 chilometri da Casablanca ha reso difficili la preparazione di una difesa adeguata e le visite familiari. Parecchi imputati hanno dichiarato di aver firmato “confessioni” dopo essere stati torturati o aver subito minacce di tortura.

Nasser Zefzafi ha dichiarato di fronte alla Corte d’appello di Casablanca che gli agenti di polizia lo hanno picchiato successivamente all’arresto e hanno minacciato di stuprare la sua anziana madre di fronte a lui.

Il giornalista Rabie Lablak ha denunciato che gli è stato messo in bocca uno straccio imbevuto di un liquido dal sapore disgustoso, che è stato denudato e portato di fronte a uomini dal volto coperto che hanno minacciato di stuprarlo e poi lo hanno effettivamente fatto con una bottiglia, se non avesse firmato la “confessione”.

Gli interrogatori sono stati condotti in arabo e anche i verbali sono stati redatti in quella lingua, che 22 degli arrestati, originari di una regione dove si parla amazigh, non parlano o parlano in modo assai carente.

Per raggiungere il verdetto, il tribunale si è unicamente basato sulle “confessioni”, ammesse come prove nonostante fossero state tutte ritrattate nel corso del processo.

Gli imputati hanno definito inumane le condizioni delle carceri, dove alcuni di loro hanno trascorso lunghi periodi in isolamento: Nasser Zefzafi per oltre 15 mesi, Hamid El Mahdaoui per più di 470 giorni, periodi di tempo equivalenti a tortura.

Il tribunale di primo grado non ha messo a disposizione della difesa i principali elementi d’accusa presentati dalla procura, tra cui video e post pubblicati sui social media. Sono state rifiutate le deposizioni di oltre 50 testimoni della difesa e, su un totale di 34 testimoni ammessi, solo 12 erano della difesa.

La richiesta di Amnesty International alle autorità marocchine è che il processo d’appello rimedi a tutte le irregolarità di quello di primo grado.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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