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Maltrattamenti in carcere: udienza a Firenze del 25 Settembre. Il giudice accoglie tutte le prove

L’udienza a Firenze era una cosiddetta “filtro”, in sostanza non doveva succedere un granché, ma in questa storia non si può sottovalutare nulla.

La denuncia riguardava la presunta rottura di una porta blindata, da parte di Rachid, nel carcere di Sollicciano: è solo uno, degli undici procedimenti contro di lui, dal 2011 ad oggi, ovvero da quando i registratori entrarono in carcere. Un bel numero, ma non stupisce.

Il contenuto audio raccolto, diede a Rachid la sicurezza di denunciare apertamente, ogni violazione del diritto che lui riscontrava. Poteva questa “arroganza” non sollevare il disappunto di un certo tipo di poliziotti?

Con quelle denunce, non hanno voluto far altro che “mostrare i muscoli”, per ricordagli chi è che comanda, come gli disse quel saggio agente di Parma, ignorando che Rachid nascondesse un asso nella manica.

L’udienza non è cominciata benissimo: il Pm riteneva che le prove presentate dall’avvocato, non fossero pertinenti al fatto specifico e le contestava dalla numero 6 alla numero 24. Quei documenti erano legati ai fatti di Parma e Prato. Certo, non riguardano il fatto specifico della porta blindata e non riguardano nemmeno il carcere di Sollicciano; persino io avrei capito le resistenze del Pm, ma sono contenta che il giudice abbia ammesso tutte le prove, perché il quadro si completa, guardandolo nella sua interezza. Questi 11 procedimenti, presi singolarmente, restituiscono proprio l’immagine che gli agenti volevano ottenere: quella di un detenuto violento, così lontano da qualunque tipo di revisione della propria colpa, da continuare a dare un problema dietro l’altro. Ma non è vero.

Rachid ha preso così sul serio il suo ritorno alla legalità, da pretendere di vedere realizzato nei vari istituti, il motivo per cui la Costituzione ha voluto che esistesse una pena in Italia: la vera rieducazione. Ma ad oggi, il sistema penitenziario chiede al detenuto, se vede un male, di stare in silenzio, di voltarsi dall’altra parte, che sia il ricevere delle cipolle guaste, dopo averle pagate, o veder morire un detenuto malato da solo, senza assistenza medica. Gli chiede silenzio, in cambio della “buona condotta” e dei benefici di legge. Insomma: “taci ed uscirai il prima possibile”.

Questo amabile quadretto è la base, non voglio dire di tutti, ma di molti carceri, poco cambia se sul cartello davanti all’entrata ci trovi scritto “Parma”; “Prato”; Firenze”; “Asti”. E più le procure di queste città, più i tribunali di queste città, più i Pm di queste città, lavoreranno per unirsi, più la soluzione si avvicinerà.

Sono felice che ieri, in quell’aula di Firenze, il giudice non si sia opposto ad accettare anche le prove raccolte a Parma e Prato, perché significa che stiamo andando nella direzione giusta!

Questo articolo è stato pubblicato qui

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