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Mafie italiane all’estero. Intervista ad Anna Sergi, criminologa dell’Università dell’Essex

Anna Sergi è laureata in giurisprudenza a Bologna, con una tesi in procedura penale europea. Dopo un breve periodo in Bocconi si trasferisce a Londra e consegue un dottorato in sociologia presso il King’s College. 

Oggi è senior lecturer all’Università dell’Essex e tiene un master in Organized Crime. E’ anche consulente dell’Australian Institute of Criminology. Le è stato conferito il Research Impact Award 2018 per i suoi studi sulla ‘ndrangheta in Australia. I suoi studi si concentrano prevalentemente sulla ‘ndrangheta in Europa, Canada, Stati Uniti e Australia.

Prof.ssa Sergi, è superfluo ricordare che il fenomeno mafioso italiano non è più locale ma, ormai da decenni, globale. Quali sono le problematiche con le quali si devono confrontare i Paesi diversi dal nostro?
Premettiamo che il fenomeno mafioso globalizzato deve essere spiegato nelle Università straniere, studiato dalle forze dell’ordine e compreso dalla società civile. Non è un’operazione facile, come, d’altronde, non lo è stato a lungo in Italia, e occorre rendersi conto che i problemi non sono solo culturali, ma anche giuridici.

Per esempio?

All’estero non esiste un reato come quello ex art. 416 bis c.p. italiano. Ci sono molte forme sofisticate di crimine organizzato, ma la mafia è considerata soltanto una di queste. Il crimine organizzato, però, persegue unicamente il profitto. La mafia, invece, un qualcosa in più: il potere politico, amministrativo, finanziario e il riciclaggio del denaro, puntando anche a un potenziamento del prestigio dell’organizzazione.

Oltre a questo aspetto normativo specifico, più in generale esistono differenze di approccio tra la tradizione giuridica di civil law e quella oltreoceano?
Nei sistemi di common law (America, Canada, Australia e Inghilterra) tradizionalmente non si pos- sono perseguire i gruppi, ma soltanto il singolo individuo che partecipa a reati di gruppo (c.d. reato di conspiracy). Il concetto di societas sceleris, proprio del diritto romano, non esiste e tale principio secolare dell’ordinamento non si può modificare. Si potrà, quindi, soltanto perseguire per partecipazione in attività criminale di tipo organizzato, senza però scalfire la vera attività mafiosa, quella che tende a infiltrarsi nella istituzioni pubbliche, avendo di mira soprattutto l’aggiudicazione di appalti.

Dunque, un grosso limite nella lotta contro il fenomeno.....

Negli Stati Uniti, però, si conosce da molto tempo la nostra mafia e ci si è comunque equipaggiati giuridicamente, anche senza chiamarla associazione a delinquere di stampo mafioso. Infatti è stata creata la fattispecie di enterprise corruption (Rico Act del 1970), permettendo all’Attorney General di incriminare il singolo soggetto autore di quei reati che, a prima vista, non sono collegabili con quelli di matrice mafiosa. In questo modo, con un secondo passaggio logico-investigativo, lo si può ricondurre a zone oscure dell’area socio-politica, tradizionalmente permeate dalla mafia. Il requisito è che l’associazione criminale si sia sviluppata in un periodo di almeno 10 anni tra la prima e l’ultima attività. L’aspetto positivo è che vi rientrano attività molto varie: dalla frode all’omicidio, i white collar crimes e i reati delle associazioni.

Qual è la situazione in altri Paesi?

Nonostante l’escamotage giuridico adottato dagli Stati Uniti, i problemi giudiziari restano, soprattutto in Australia. Qui la ‘ndrangheta è presente da cento anni, si è portata dietro i codici culturali originari, ma ha saputo anche innovarsi. Le forze di polizia hanno una conoscenza approfondita di tutti i gruppi presenti e delle rotte dei loro traffici, ma devono sospendere le indagini a livello statale senza poter raggiungere quello federale. La Australia Federal Police, infatti, non si occupa delle collusioni tra politica e criminalità, ma si ferma ai reati commessi da quelle che, a prima vista, appaiono organizzazioni criminali comuni. Non c’è l’idea della mafia come organized crime plus.

Globalizzazione del fenomeno mafioso significa anche omologazione delle pratiche dei clan?

Tra gli investigatori stranieri esiste ancora una scarsa chiarezza sul reale funzionamento delle mafie italiane all’estero. Spesso si pensa a una omologazione tra i clan italiani e quelli emigrati, mentre le numerose differenze presenti all’estero pongono dubbi giuridici su che cosa considerare realmente mafia o meno.

Tradizionalmente ci sono attività criminali di diversa competenza tra mafie diverse. In Australia, ad esempio, cinesi e italiani estorcono ognuno i propri connazionali. La ‘ndrangheta gestisce i grandi traffici di droga e controlla i porti, controllando gli ingressi anche per gli altri gruppi. Cinesi, indonesiani e filippini, invece, importano piccole quantità di sostanze stupefacenti e diverse dalla cocaina.

Ma è sempre così netta questa suddivisione di attività criminali?

No, infatti per l’operatore di polizia straniero sorgono grossi problemi quando anche la rigida ripartizione tra le nazionalità di provenienza dei criminali viene meno. Di solito la ‘ndrangheta collabora con le altre mafie quando le occorre organizzare il traffico di droga. Invece, qualora manchi un ricambio continuo di connazionali, avviene un’ibridazione dei gruppi, per garantire la sopravvivenza dell’organizzazione. Questo anche perché, all’estero, la regola dei matrimoni soltanto tra membri appartenenti a famiglie mafiose è spesso derogata. A Melbourne, ad esempio, una delle più grosse famiglie di ‘ndrangheta è imparentata con una delle più grandi famiglie criminali della città. Un altro esempio è quello del Canada, dove c’è un’interazione tra il Siderno group e gli Hells Angels, alcuni dei quali sono stati accusati di trasportare cocaina in quelle aree. Così si hanno generazioni miste.

Si rischia, però, così o di considerare inesistente la mafia (perché a operare non sono solo soggetti italiani) o di ritenere che tutto ciò che è legato agli italiani sia mafia.
Infatti perché possa considerarsi mafia serve un ulteriore elemento qualificante, oltre la nazionalità di provenienza del gruppo. Più ci si allontana dal piano strettamente criminale avvicinandosi al sistema politico, si vede la presenza della ‘ndrangheta. In questa “zona grigia” prevale la criminalità di origine italiana. Poi si sale a un ulteriore livello, se e quando sorgono problemi di gestione. Infatti ci deve essere un “organo” che dica cosa fare e indichi come farlo. Questo è quello che tecnicamente viene chiamato Crimine (una sorta di corrispettivo della Cupola di Cosa Nostra). Ne fanno parte di solito soggetti anziani, sconosciuti alle autorità di polizia, provenienti da cittadine piccole, che però tutti rispettano e ascoltano. Gli investigatori, nonostante si rendano conto che siano loro i soggetti realmente importanti, non riescono a collegarli alle attività criminali base (traffico di sostanze stupefacenti o estorsione), perché si è creata una nube di collusione intorno alla vera organizzazione di tipo mafioso. Ciò accade in Australia, Germania, Svizzera, Canada e Stati Uniti.

Qual è il grado di integrazione delle forze di polizia in Europa nella lotta alla mafia?

Europol, negli ultimi anni, ha creato un’unità specializzata nella lotta alla mafia, al cui interno c’è una sezione italiana con vari appartenenti alle nostre forze armate. A novembre è stato lanciato un operational network relativo alla lotta alla mafia. Esiste anche una direttiva europea sulla confisca dei beni all’estero. Dalla strage di Duisburg (2007) in poi, negli stati membri è cresciuta una certa consapevolezza circa queste problematiche. In Germania esiste una squadra speciale antimafia composta interamente da personale italiano. In Olanda, Francia, Belgio, Austria sono nate squadre interne alla polizia.

A questa crescente consapevolezza presso le forze di polizia, ne corrisponde altrettanta tra l’opinione pubblica straniera?

No. Negli USA e in Canada c’è ancora un’idea holliwoodiana della criminalità, che passa attraverso la mistificazione attuata con serie televisive e luoghi simbolo della ‘ndrangheta come Griffith New South Wales, Perth o Adelaide in Australia.

In conclusione, a fronte delle dinamiche di sopravvivenza delle mafie all’estero, gli strumenti giuridici si stanno adeguando per fronteggiarle, nonostante la “liquidità” e “flessibilità” di questo peculiare fenomeno criminale, che si auspica venga progressivamente percepito in modo più adeguato dall’opinione pubblica dei Paesi interessati.

                                                                            Guido Casavecchia

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