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Macerata, l’ora degli sciacalli

Nel continuo, deleterio impoverimento del discorso pubblico italiano un ruolo importante è giocato dalla reiterata strumentalizzazione degli episodi di cronaca nera e di più recente attualità da parte degli esponenti politici più in vista. Tendenza sempre propria del discorso politico nostrano ma sempre più accentuata in un’era in cui la vocazione propositiva da parte dei partiti è stata completamente inghiottita da una voragine sempre più ampia.

Nel lungo tramonto della Seconda Repubblica, un sistema che lancia i suoi ultimi rantoli sussulta sotto l’effetto di brevi, improvvisi shock: e nulla meglio dei recenti, gravissimi fatti di Macerata esemplifica questa tendenza. La piccola cittadina marchigiana si trova suo malgrado trascinata in prima pagina, risvegliata dal torpore rassicurante che sembrava avvolgerla, alla periferia dell’Italia e della storia, dalla manifestazione delle grandi contraddizioni della società italiana contemporanea: prima l’atroce delitto di Pamela Mastropietro da parte, probabilmente, di un giovane nigeriano, poi l’azione di Luca Traini, estremista di destra autoproclamatosi vendicatore della giovane assassinata, hanno sconvolto Macerata. La reazione del mondo politico agli accadimenti della scorsa settimana è stata forte sul piano dei toni ma largamente prevedibile sul piano contenutistico.

I fatti di Macerata hanno offerto infatti al panorama partitico nazionale l’occasione per degradare ulteriormente il discorso pubblico: lo sciacallaggio sistematico non ha mancato, una volta di più di infettare il dibattito. Da Matteo Salvini a Pietro Grasso, l’attitudine è la stessa: cambiano i toni, cambiano le parole utilizzate, ma si estrae l’avvenimento di attualità dal suo contesto, dal sottofondo sociale in cui è maturato, e lo si tramuta in arma da brandire per meri fini elettorali di breve periodo, rendendo ancora più profonde le faglie e le trincee che segnano la società italiana.

I fautori della teoria dello “scontro di civiltà”, dalla Lega all’estrema destra, hanno cavalcato l’omicidio di Pamela Mastropietro in modo tale da additarlo a monito e giustificazione per blocchi navali, chiusure delle frontiere e insostenibili arroccamenti; d’altro canto, spiace vedere i Presidenti delle due Camere lanciarsi in una non meno becera accusa al leader del Carroccio per le “responsabilità morali” nell’azione di Luca Traini contro i sei migranti africani di Macerata. Non è mancato, in questo campo, l’intervento di Roberto Saviano, che una volta di più non ha potuto resistere alla tentazione di calare dall’alto sentenze, ergersi a paladino dalla democrazia e rimarcare il suo ruolo di rappresentante principale dello scadimento del panorama intellettuale italiano.

Il tema del riverbero dell’immigrazione sugli equilibri sociali italiani si somma, inoltre, alla discussione sul fascismo in atto nel panorama politico-culturale. Tale tema di dibattito diventa oltremodo spinoso se si considera come l’estrema destra extraparlamentare abbia brigato a lungo nel cercare il sostegno “istituzionale” della Lega e, al contempo, veda sue componenti schierate in difesa dell’assalitore di Macerata (Forza Nuova ha addirittura dichiarato la sua disponibilità al pagamento delle spese legali di Traini!). Alcune settimane fa, I Diavoli sottolineavano l’ascesa di CasaPound come “un’allarmante questione politica”, sottolineando come il corteo per la commemorazione del quarantennale della strage dell’Acca Larentia si fosse trasformato, nello scorso gennaio, in un’esibizione di forza da parte della formazione, i cui militanti sono implicati in aggressioni e omicidi di stampo fascista (da Firenze a Fermo) o in strane trame economico-politiche raccontate da L’Espresso nei mesi scorsi.

Il fatto che Traini fosse presente al corteo, in ogni caso, non segnala la presenza di inquietanti connessioni sotterranee entro la galassia dell’estrema destra italiana. CasaPound si è nettamente discostato da Forza Nuova, condannando l’aggressione di Macerata, e sulla vicenda il commento più equilbirato e interessante è stato quello di Marcello Foa, che intervenendo a Omnibus ha rintuzzato i tentativi dell’esponente di “Più Europa”, Piercamillo Falasca, di equiparare, con un improbabile sillogismo, razzismo, fascismo e sovranismo anti-europeista. “Lo scopo del mondo “progressista” – ha scritto Foa – è di cambiare il giudizio collettivo, facendo leva sul senso di colpa e lasciando intendere che il gesto di Luca Traini non sia quello di un disadattato squilibrato, come io ritengo, bensì il sintomo di un rinascente fascismo in Italia”. Tale azione risulta ancora più deplorevole se si considera il fatto che gli autoproclamati censori del fascismo nostrano hanno numerosi scheletri nell’armadio: Giovanni Giacalone ha segnalato prontamente su Il Giornale come i Presidenti delle due Camere non abbiano avuto in passato remore ad accogliere calorosamente a Roma il leader ultranazionalista ucraino Andrij Parubij, vicinissimo ai gruppi neonazisti responsabili di eccidi come la strage di Odessa del 2014.

Da Saviano a Salvini, lo sciacallaggio è tecnica strumentale e usata coscientemente, come giustamente denunciato da osservatori equilibrati come Foa: l’ora delle tragedie si tramuta nell’ora degli sciacalli, e la conseguenza è un inquinamento del discorso pubblico che rende impossibile il distinguere razionalmente l’eziologia, la dinamica e le conseguenze precise di determinati avvenimenti e degrada ulteriormente il panorama del Paese.

Andrea Muratore

Questo articolo è stato pubblicato qui

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