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Le religioni della politica

Torna il dossier sulla destrutturazione della politica di Verdiana Garau, che oggi approfondisce un tema che la cronaca e l’analisi molto spesso non colgono in pieno: la relazione tra politica e religione.

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Gli studi di geopolitica non riescono a sottrarsi facilmente dal menzionare il fattore religioso come ultimo terreno di dibattito che si pone inevitabilmente sopra ogni altra discussione, sia essa politica, filosofica, scientifica od economica. Lo stesso terrorismo islamico prende forza nella motivazione religiosa, lo stesso collante che unisce gli ebrei nella difesa di un loro stato sovrano è di origine o cultura religiosa. L’odio verso gli islamici, o verso gli ebrei, ha motivazioni anch’esse sempre religiose. Pare quasi che parlare di religione sia ridicolo ai giorni nostri, se non proibito, un tabu che apre porte sensibili che nascondono disagi esistenziali talmente difficili da affrontare che si preferisce infine farne a meno.

Ma la stessa motivazione che muove il pensiero filosofico, scientifico, economico ed infine politico e quindi geopolitico, trova sponda nella religione, la religione che sempre tenta di porre ordine e punti di riferimento all’esistenza stessa, come a loro volta la filosofia, la scienza, l’economia e la politica. Senza comprendere le religioni sarà altrettanto difficoltoso trovare le spiegazioni che descrivono i fattori comportamentali di alcune culture, come ad esempio tutte quelle che si affacciano sul Mediterraneo. E senza comprendere le motivazioni religiose, sarà difficile trovare un common ground per costruire insieme un dialogo interreligioso e trovare i punti di unità necessaria al progetto sociale comune nello stato o in una visione multilaterale globale a somma zero.

L’approccio spirituale al pensiero politico sta alla base del ragionamento politico. Non si possono scindere o annullare i due fattori. Inoltre basti pensare come esempio quali siano i fondamentali di aggregazione quando si tratta di innescare viceversa un conflitto. Ovvero quelli religiosi. Se gli dei dell’Olimpo apparivano mediocri modelli di riferimento, miserabili e così simili agli umani, con le loro stupide guerre e sentimenti superficiali, ridicoli a tal punto che nessuno si sarebbe mai lasciato perire per loro per immolarsi a tanta stupidità, il monoteismo ha largamente soppiantato le più antiche religioni politeiste, che poi con l’alibi di unico Dio, ha finito per giustificare la sottomissione al suo volere e alla divina provvidenza e fatto scattare quella volontà di sacrificio per la causa. Non si potrà mai recludere il pensiero umano nell’unica cella della ratio scientifica, senza che questo non sia mosso dallo spirito e non vaghi perciò nell’immenso mare dell’esistenza.

Così come certamente, ci ricordava Sant’Agostino, sarà difficile travasare tutto il mare in una buca di sabbia. Le guerre sono emozionali non razionali. Stiamo oggi sperimentando con l’avvento dell’era tecnologica e della diffusione dell’intelligenza artificiale con la sostituzione di questa all’attività umana, quanto di più “irreale” (se preferite virtuale o realtà aumentate etc..) o “immorale”, alcuni vedono concepire. Ma di nuovo, anche qui, l’uomo sta soltanto trovando le motivazioni di tanto affanno nella sua innata tensione spirituale, quella di creare una società più giusta, perfetta, moralmente ineccepibile. Come comportarsi? Fu Otto Von Bismarck a dire: “la politica è l’arte del possibile”. E se Dio può tutto, anche la politica può? E se per alcuni una cosa risulta impossibile, sarà possibile per qualcun altro? L’uomo sarà homo religioso prima di essere faber: prima di tentare le ennesime esperienze nell’universo e in questa immensità di controllare il suo destino o regolarlo, ha bisogno di un movente.

Se Marx diceva che “la religione è l’oppio dei popoli” e molti hanno abbracciato questo assunto, il comunismo o le derive socialiste cosa sono state? Va detto poi che è stata la legittimazione del consumismo e quindi degli istinti più bassi dell’uomo, quella linfa che avrebbe poi nutrito il sistema capitalistico. Senza una mediazione spirituale, la società si è catapultata verso stili di vita certamente più confortanti, definendolo “miglioramento della qualità”, ma perdendo, strada facendo, le motivazioni anche politiche che facevano da sfondo a quella volontà di superamento delle condizioni sociali, ovvero la volontà di una spinta verso una società di qualità e possibilmente egualitaria, almeno nelle società dette democratiche occidentali, ma soprattutto per una tendenza di pace fra i popoli.

Alla superstizione religiosa infine si è soltanto sostituita un altro narcotico sociale: o il consumismo, e insieme a questo una informazione sempre più tendente al controllo dei civili, come lo dimostrano le vicende di questi ultimi giorni in cui si è acceso il dibattito sui bavagli da imporre ai social network e sul monitoraggio stretto dei suoi utenti, o i totalitarismi, dove la potenzialità utopica e l’ambizione di costruire qualcosa di perfetto hanno generato mostri. Purtroppo le guerre di religione non hanno elevato alcun popolo e non hanno elevato le loro rispettive religioni, così come le guerre economiche, ma mai nella storia gli episodi di guerre religiose sono stati innumerevoli e ancora oggi assistiamo a feroci eccidi e atti di terrorismo in nome della religione. Si sono prodotte esse come ennesime guerre egemoniche culturali, dove una cultura avrebbe voluto soppiantarsi ad un’altra.

Il processo di civilizzazione non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo, senza una coscienza della propria forza che attinge dallo spirito e che produce la fiducia in sé stessi, che faccia da collante culturale in mezzo a tanto disordine di immagini e icone che questa società consumistica ha prodotto senza…religione. Di fatto la società occidentale moderna è individualista. Il danaro è arrivato in abbondanza nelle società moderne, ma non ha spinto la civiltà ad acquistare mezzi per la propria elevazione morale e spirituale, l’ha traghettata invece verso la più spudorata imitazione dei fasti e le spregiudicatezze degli dei dell’Olimpo, non certo verso la rettitudine di un Dio. Immagino che la soluzione sarà, come già detto in precedenza nelle pregresse analisi, una religione civile, o se preferite ragione civile, a toglierci da questo guaio, che possa affondare le sue radici in una poetica religione della democrazia. Le regole civili di convivenza si contano sulle punta delle dita, poi ogni momento storico tende a metterle in pratica come ritiene più opportuno, facendosi utilitaristiche.

La politica avrebbe il compito di equilibrare e sincronizzare il contesto con le semplici regole civili fondanti, scongiurando la tentazione di amplificare il “demone” di turno, con la conseguenza che poi per progresso si intenda sempre la modernità. La modernità deve accompagnarsi altresì al progresso spirituale. I Papi infatti, per rientrare negli esempi religiosi più vicini alla nostra cultura, hanno sempre condannato qualsiasi nazionalismo, capitalismo o le esasperazioni del socialismo. La Chiesa ha sempre cercato di “salvare il salvabile” dove per salvabile si intendono proprio quei semplici eterni precetti che muovono lo spirito e con lo spirito l’uomo, che si affaccia ad ogni periodo storico con il piglio dell’avventura e al primo successo a quello dell’esaltazione, ritornando dunque ad avere bisogno di regole.

È successo, nel corso della storia, che sia stata la politica che spiegasse e legittimasse la condanna, come quando si toccano i temi del nazifascismo o del comunismo stalinista. Quella pretesa scientifica di cui sopra, parlando del mondo attuale, in cui si tenta di realizzare il paradiso in terra ad ogni costo, fosse anche la morte del prossimo, che rende così i popoli portavoci e giustizieri di una volontà maggiore che vanno ritenendo più elevata della precedente o dell’altrui o con la guerra o con l’oppressione. La febbre che sale verso il raggiungimento di questo paradiso in terra ha purtroppo sempre giustificato politiche criminali creando popoli militanti di quella o l’altra ideologia, come di quella o l’altra religione. C’è stato anche un periodo nel novecento del dopoguerra in cui invece le “macchine” politiche, ovvero gli organi dirigenti dei partiti, erano in grado di elaborare decisioni collettive e non individuali, settarie o fanatiche. Dove il culto della personalità era marginale, si parlava di leader carismatici a capo di organizzazioni complesse, ma esisteva un noi, e il partito non si identificava con il leader di questo. Oggi invece, come dice Cassese, “la politica e i suoi partiti hanno i piedi lontani dalla società, quando dovrebbero avere sia i piedi nello Stato che nella società”. La politica deve perciò farsi portavoce di un messaggio ecumenico, non sostituirsi ad un dio regolatore, né alla divina provvidenza, così come la nostra culturale italiana ci insegna, prima di scadere in un trend di esaltazione economico, sociale o politico in un rispetto religioso delle differenze, anche di scelta. Perché la politica frutto di un ragionamento filosofico, deduzione di un movente religioso, possa tornare ad essere come diceva Craxi “un socialismo evangelico”.

Con ciò viviamo in un contesto difficile da affrontare, dove il mondo del post guerra fredda vede l’occidente in generale fallire in questa missione ecumenica, soppiantata dall’invadenza preponderante, nel contesto geopolitico, da una Cina post-maoista, iper tecnologicizzata e forte economicamente, oltre che politicamente strutturata al suo interno sulla base di antiche filosofie solide e granitiche, e dove si sente minacciata dal disagio intollerante che fa appello ad un ritorno ai sovranismi o minacciate da un Islam che vorrebbe essere totalizzante imponendosi con la violenza. Come ritrovare quel filo perduto nel labirinto dei tempi moderni, mentre vediamo la nave che si allontana e il caos che ci attende sereno?

C’è una tendenza strisciante che vuole individuare negli ultimi tempi uno stato che si vuole sostituire ai cittadini, dove questi già sono stati sostituiti dalla bassa considerazione del diritto al lavoro negli ultimi quaranta anni e là dove questi non costruiscono più la loro società si ritrovano ad essere loro stessi i prodotti del mercato, come quello digitale, con il conseguente risultato della sperequazione economica e del disagio sociale alienante che di ecumenico non ha nulla. Poi c’era la Cappella Palatina. Che immensità. La visione frattale dell’unione con il cosmo. L’urna religiosa dove i mondi si incontrano. Tempio dell’uguaglianza e di Dio, se è, e se è uno solo. Il grembo, l’utero materno di una genesi di pace e bellezza. Lì dentro, come in uno scrigno l’Imperatore volle racchiudere il suo profondo desiderio di unione dei mondi e della società, in una alcova religiosa

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