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La scuola usa-e-getta

di Raffaele Mantegazza

Un amico di mio figlio sta giocando in cortile: sta per iniziare la V elementare. Io gli dico: «Ehi, tra qualche giorno inizierà la scuola». Lui risponde: «E’ vero, devo dire alla mamma di portarmi al centro commerciale».

Più di tante analisi pedagogiche questo episodio la dice lunga su alcuni problemi gravi relativi alla scuola di oggi. Chi scrive è uomo di scuola, innamorato di questa realtà, ma non si può tacere di fronte allo spettacolo di genitori che vagano errabondi per le corsie dell’ipermercato alla ricerca della “cartelletta a due buchi con fogli a quadretti senza margine di due millimetri e mezzo con scappellamento a destra” con liste di materiale scolastico lunghe tre chilometri (antologie di italiano di 1000 pagine delle quale se ne studieranno sì e no 100; Cdrom che resteranno impacchettati fino a giugno) per una scuola bulimica e commerciale.

Al di là dei costi per le famiglie (la scuola obbligatoria e gratuita garantita dalla Costituzione sembra una barzelletta) la questione è pedagogica: prepararsi per il primo giorno di scuola dovrebbe significare pregustare la gioia per il fatto che si rivedranno i propri amici, pensare con entusiasmo a cosa si imparerà quest’anno, temperare la giusta nostalgia per le vacanze con la voglia di rimettersi in gioco… Invece tutti a comperare, spendere, consumare in un festival del capitalismo di fronte al quale poi i progetti sull’educazione alla sostenibilità e alla sobrietà sembra prese in giro.

Possiamo pensare a una scuola leggera? A una scuola che faccia un po’ di dieta? E dove il giro di affari dei centri commerciali e dei produttori di cancelleria conti meno della felicità dei nostri ragazzi? Rispolverando magari la vecchia utopia seicentesca di Comenio: «La scuola deve essere: un pubblico sanatorio, una pubblica palestra, un pubblico parlatorio, un pubblico centro di illuminazione, un pubblico laboratorio, una pubblica fabbrica di virtù, una immagine dello Stato, una piccola amministrazione piena di esercizi per la condotta della casa, una piccola repubblica, una piccola chiesa, un piccolo paradiso pieno di delizie e di passeggiate amene, di spettacoli e di colloqui sia improvvisati per divertire sia intorno agli argomenti proposti per indurre alla riflessione. E poi dibattiti per chiarire questioni, e redazione di lettere, e infine rappresentazioni di drammi per procurasi un’onesta libertà di parola».

Questo articolo è stato pubblicato qui

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