L’Unesco ha premiato una tradizione secolare, non la Meloni
Presentare il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana come una conquista del governo in carica non è solo un’abile operazione di comunicazione: è una mistificazione storica.
Chi oggi si intesta il risultato non ha aggiunto nulla a ciò che viene celebrato. Né investimenti strutturali, né tutela reale delle filiere, né una politica culturale di lungo respiro. Solo appropriazione a posteriori di un patrimonio che esiste nonostante lo Stato, non grazie ad esso.
La cucina italiana non nasce nei palazzi, ma nelle cucine povere.
Non nasce nei ministeri, ma nei campi, nei porti, nelle stalle, nei quartieri operai.
Ed è diventata universale non per merito della diplomazia, ma per necessità di sopravvivenza.
Chi ha veramente propagandato l’Italia nel mondo non sono stati gli ambasciatori, bensì i diseredati: uomini e donne costretti a scappare dalla fame, dalle campagne abbandonate, dall’assenza cronica di opportunità.
Emigranti che hanno portato con sé non solo una valigia, ma un sapere millenario fatto di gesti, sapori, economia del poco, rispetto assoluto per la materia prima.
Sono stati loro — muratori, minatori, scaricatori di porto, cuoche improvvisate, panettieri notturni — a fondare ristoranti, trattorie, pizzerie nei bassifondi di New York, Buenos Aires, Marsiglia, Chicago.
Altro che marketing: era sopravvivenza.
Altro che storytelling: era identità difesa con le unghie.
Mentre l’Italia ufficiale li dimenticava — o li considerava una vergogna da esportazione — questi “inermi ambasciatori” costruivano, mattone dopo mattone, il mito dell’italianità nel mondo.
Un mito fatto di lavoro, sacrificio e dignità, non di slogan.
Ed è qui l’ipocrisia più grave:
si celebra la cucina italiana mentre si strangolano agricoltori, allevatori, pescatori, piccoli produttori;
si esalta la tradizione mentre si favorisce la grande distribuzione e la contraffazione;
si brinda al riconoscimento internazionale mentre si impongono sacrifici crescenti a chi quella tradizione la tiene viva ogni giorno.
Il riconoscimento UNESCO non è una medaglia al petto di un esecutivo:
è un atto di giustizia storica tardivo verso una civiltà materiale che ha resistito a secoli di incuria politica, rapina istituzionale e governi incapaci di guardare oltre il proprio tornaconto.
Intestarselo oggi come successo politico equivale a salire sul palco a concerto finito e prendersi gli applausi per una musica suonata da altri.
Da chi non aveva voce, né potere, né protezione. Solo fame, lavoro e memoria.
La cucina italiana non è il trionfo di chi governa.
È la rivincita silenziosa di chi è stato costretto a partire.
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