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Kirghizistan, la Corte costituzionale dice no alla pena di morte

Il 27 settembre 2025 l’opinione pubblica del Kirghizistan fu sconvolta da un fatto di violenza efferato: il rapimento, lo stupro e l’omicidio della diciassettenne Aisuluu Mukasheva.

Il presidente della repubblica, Sadyr Japarov, per placare le proteste (e presentarla come la facile soluzione a cultura patriarcale e inefficacia dell’operato delle forze di polizia), propose un emendamento alla Costituzione che consentisse di condannare alla pena di morte gli autori di quei reati e chiese alla Corte costituzionale di pronunciarsi.

La risposta è arrivata il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani: no.

Ripristinare la pena di morte, ha detto la Corte, è inaccettabile e giuridicamente impossibile.

Il divieto di pena di morte e la priorità del diritto alla vita hanno implicazioni tanto di legge quanto morali: sono principi che guidano le politiche penali e i sistemi giudiziario e carcerario del paese. Venir meno a tali principi sarebbe un passo indietro rispetto alla giurisprudenza della Corte, che si è sempre espressa in favore della dignità umana e di una sempre più forte protezione dei diritti e delle libertà.

Da un punto di vista strettamente giuridico, la Corte ha poi precisato che il Kirghizistan ha ratificato il Secondo protocollo al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che prevede l’abolizione completa e definitiva della pena di morte e dal quale non è consentito ritirarsi.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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