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Italia Viva e i suoi “fratelli”: i nuovi partiti alla prova delle urne

Fortune (e sfortune) dei partiti nati da scissioni negli ultimi anni: andrà meglio al nuovo soggetto di Matteo Renzi?

di Francesco Magni e Salvatore Borghese

Chi lascia la via vecchia per la nuova,
sa quel che lascia, e non sa quel che trova”.

La rima baciata che dà il titolo alla nota opera che Giuseppe Giacosa scrisse a Torino nel 1870 sembra calzare a pennello agli avventurieri della politica italiana.

Nel corso della storia politica del Belpaese, soprattutto quella più recente, di scissioni di partito, o scismi che dir si voglia, tante ne sono avvenute e tante ancora, con ogni probabilità, se ne verificheranno. I fedeli della Chiesa di Roma ricordano o conoscono alcuni scismi particolarmente traumatici come quello d’Oriente, quello Nestoriano, quello Anglicano, quello protestante per arrivare all’ultimo celebre scisma di Lefebvre dovuto al Concilio Vaticano II. Ma in tale disciplina si è cimentata con particolari successi quantitativi anche la politica italiana.

Un fenomeno trasversale

La storia della sinistra è sin dai suoi albori costellata di scissioni. Una di queste, quella di Livorno nel 1921, comportò la creazione di quello che poi sarebbe divenuto il più grande Partito Comunista d’Occidente. Negli ultimi anni, però, tutto lo spettro politico, senza distinzioni, sembra essere stato contagiato dalla malattia scissionistica.

Storace e La Destra

Come non ricordare la dipartita di Francesco Storace da Alleanza Nazionale in seguito all’accordo tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi per far confluire i rispettivi partiti nel Popolo delle Libertà? Così, nel 2007, nacque La Destra. Tale progetto politico, a cui i sondaggi assegnavano un 3% molto simile al 2,4% poi effettivamente conseguito alle elezioni politiche del 2008 (candidata premier Daniela Santanché), non ha poi conosciuto particolari fortune. Alle Europee 2009 fu capofila di un listone che comprendeva anche l’MPA, il Partito Pensionati di Fatuzzo e l’AdC di Pionati. Ottenne il 2,2%. Alle successive Politiche 2013 la lista precipitò allo 0,6% per poi sciogliersi, negli anni seguenti, nel Movimento Nazionale Per La Sovranità.

Fini e Futuro e Libertà

D’altra parte, l’avventura politica di Gianfranco Fini all’interno del Popolo delle Libertà non fu così longeva. Soltanto due anni dopo, nel 2010, il noto episodio del “che fai? mi cacci?” portò il fondatore di Alleanza Nazionale ad abbandonare il partito di Silvio Berlusconi e a fondare Futuro e Libertà per l’Italia. Anche in questo caso l’operazione destò l’attenzione di molti media e anche di alcuni intellettuali (come Antonio Pennacchi, che aveva da sempre militato a sinistra). Spalleggiato da due figure non irrilevanti della destra italiana come Italo Bocchino e Mirko Tremaglia, Fini cercò di occupare uno spazio di destra liberale che sembrava essere stato lasciato libero dall’evoluzione (o involuzione?) berlusconiana del Popolo delle Libertà. Le rilevazioni demoscopiche inizialmente accreditarono a FLI un consenso tra il 5 e il 6% (e, più avanti, addirittura del 7-8%). Ciononostante, gli sviluppi successivi (la caduta del quarto Governo Berlusconi nel 2011 e il Governo tecnico di Mario Monti) portarono il partito di Gianfranco Fini a conseguire un misero 0,47% alle Politiche 2013.

Monti e Scelta Civica

Proprio quella di Monti, pur non essendo una scissione, può essere considerata un’operazione interessante. Privo di precedenti esperienze politiche, l’allora Presidente del Consiglio in carica da appena un anno si cimentò in una personale avventura elettorale con la lista Scelta Civica. Secondo una rilevazione del Sole 24 Ore di fine 2012, una coalizione capeggiata da Monti avrebbe avuto il 23% dei consensi, diventando il nuovo secondo polo (davanti al centrodestra di Berlusconi). Le prime rilevazioni del nuovo anno furono molto più caute (8-9%) e assegnarono a Scelta Civica quello che poi fu effettivamente un dignitoso risultato alle elezioni del 2013, l’8,3%. Ma il boom del MoVimento 5 Stelle da un lato e l’avvento della leadership di Matteo Renzi dall’altro fecero precipitare il partito di Monti a un risultato da prefisso telefonico alle Europee del 2014: in quella tornata la lista Scelta Europea (da cui peraltro Monti si era dissociato), che comprendeva anche Centro Democratico e Fare Per Fermare il Declino, conseguì solo lo 0,7%.

Alfano e il Nuovo Centro Destra

Sorte migliore non toccò certo ad Angelino Alfano, ex segretario del Popolo della Libertà che decise di non seguire Berlusconi nell’uscita dal Governo Letta (di cui Alfano era vicepremier e Ministro degli Interni) e nella rifondazione di Forza Italia, avventurandosi invece nella creazione del Nuovo Centro Destra (NCD). Questo risultò poi protagonista della stagione di governo con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni garantendo al PD una solida maggioranza di governo.

L’avventura elettorale di Alfano, però, non è stata delle migliori: alle elezioni europee del 2014 la sua lista insieme all’Unione di Centro fece registrare solamente il 4,4%, ben distante dal 6-7% assegnatole dai primi sondaggi. La parabola declinante continuerà – nonostante un cambio di nome nell’accattivante Alternativa Popolare – fino alle Politiche 2018, e condurrà a una scissione tra la corrente di Beatrice Lorenzin e quella di Maurizio Lupi: i primi daranno vita alla lista Civica Popolare (0,54%) in coalizione con il PD, i secondi si fonderanno con altri soggetti minori di centrodestra (Fitto, Cesa, Tosi, Zanetti) in Noi con l’Italia (che divenne la “quarta gamba” della coalizione con Forza Italia, Lega e FdI e raccolse l’1,3%).

Le scissioni nel centrosinistra

Veniamo alle – turbolente – sorti del Partito Democratico. Fustigato, quasi fin da subito, dall’abbandono di uno dei suoi fondatori, Francesco Rutelli, con la creazione nel 2009 di Alleanza per l’Italia (API) che però non sembrò causare particolari scossoni. Pur risultando nell’immediato il terzo partito per eletti nella città di Roma a causa delle numerose adesioni pervenute nei Consigli municipali e nel Consiglio Comunale, il partito non affrontò – se non in sporadiche occasioni – l’avventura elettorale. Sorte non dissimile è toccata anni dopo a una scissione sul versante sinistro: Possibile di Pippo Civati, fondato nel 2015, non si è mai presentato da solo alle elezioni, partecipando però alla genesi di Liberi e Uguali nel 2018 e di Europa Verde alle Europee di maggio 2019.

Difficile, poi, misurare il reale peso elettorale di Articolo 1 – Movimento dei Democratici e dei Progressisti, (MDP) partito nato a inizio 2017 in seguito all’abbandono di una consistente parte della componente più di sinistra del partito, tra cui l’ex Segretario Pierluigi Bersani, l’ex Presidente del Consiglio Massimo D’Alema e l’ex capogruppo alla Camera (oggi Ministro) Roberto Speranza. Le prime rilevazioni demoscopiche arrivarono ad assegnare al nuovo soggetto un massimo del 6% dei suffragi. Il risultato fu però ben diverso: Liberi e Uguali, lista unitaria che oltre a MDP comprendeva anche Sinistra Italiana e Possibile, alle Politiche 2018 si fermò al 3,4%.

Le prospettive di Italia Viva

Quanto può valere, allora, il nuovo partito di Matteo Renzi? Nel sondaggio Quorum/Youtrend di 10 giorni fa Italia Viva è data al 3,6%, con un elettorato potenziale massimo del 13%, e nell’ultima Supermedia YouTrend/Agi di venerdì 27 settembre si registra un dato simile (4,1%). È importante sottolinearee come Matteo Renzi risulti attualmente tra i leader politici con il minor tasso di gradimento/fiducia di tutto il panorama nazionale. Questo non sembra promettere bene per le sorti della nuova formazione – anche alla luce delle poco fortunate esperienze dei predecessori, che abbiamo qui sommariamente richiamato.

Matteo Renzi ha, dunque, lasciato la strada vecchia nella speranza di prenderne una nuova, verso successi che crede di meritare. Riuscirà il “senatore semplice” di Firenze a smentire tutti i precedenti e a far sì che Italia Viva risulti all’altezza delle sue aspirazioni?

Questo articolo è stato pubblicato qui

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