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Incendi in Amazzonia, indagini e processi: al via la campagna di Amnesty

Amnesty International ha lanciato una campagna online per sollecitare il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo governo a rafforzare la protezione dei territori nativi e delle riserve naturali dell’Amazzonia.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, è necessario che le autorità brasiliane svolgano indagini e processi nei confronti dei responsabili degli incendi illegali in Amazzonia affinché si prevenga l’ulteriore distruzione della foresta pluviale.

Il 29 agosto il presidente Bolsonaro ha promulgato un decreto che proibisce di appiccare incendi a scopo di disboscamento per 60 giorni. Il decreto, lamentano però gli esperti, potrebbe avere scarsa efficacia dato che buona parte dei recenti incendi è già vietata dalle leggi esistenti.

Il problema è proprio questo: sulla carta il Brasile le leggi in grado di proteggere i territori nativi e le riserve naturali ci sarebbero, ma il presidente Bolsonaro si è attivamente prodigato per indebolire queste protezioni.

Da aprile 2019 Amnesty International ha visitato quatto territori nativi dell’Amazzonia brasiliana: Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau nello stato di Rondônia, Arara nello stato di Pará e Manoki nello stato di Mato Grosso.

Nei quattro territori visitati, la percentuale di deforestazione è superiore di quasi l’80 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. In alcune aree, i leader delle comunità native hanno ricevuto minacce di morte per aver cercato di difendere i loro territori tradizionali.

Il 23 agosto Amnesty International ha assistito all’incendio divampato nel territorio nativo Manoki, nello stato di Mato Grosso (nella foto scattata da un drone). La zona data alle fiamme era stata chiusa. Secondo i leader Manoki, l’incendio era stato appiccato allo scopo di creare pascoli per le mandrie di bovini.

Al di là della volontà politica, o forse anche a causa di essa, i tagli di bilancio a livello federale hanno causato la riduzione delle operazioni di monitoraggio e di prevenzione delle acquisizioni di terreni e delle deforestazioni illegali sono state ridotte.

“Se avessimo abbastanza personale per effettuare le ispezioni, la situazione non sarebbe arrivata a questo punto”, ha dichiarato sotto anonimato un funzionario dell’agenzia nazionale per l’ambiente dello stato di Rondônia.

Un nativo Manoki, che a sua volta ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto:

“L’Ibama [l’istituto brasiliano nato per la tutela ambientale e la protezione della foresta amazzonica] ha smesso di venire qui. Non so perché. Abbiamo preparato rapporti, comunicato le coordinate dove erano in corso i disboscamenti illegali, ma non si sono più fatti vivi”.

La Funai (Fondazione nazionale dell’Indio), da cui dipende l’Ibama, ha subito un taglio del budget. Secondo dati del governo, i fondi di spesa assegnati alla Funai dall’inizio dell’anno al 28 agosto sono stati inferiori del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. Fonti di stampa hanno reso noto che complessivamente il budget dell’Ibama è stato ridotto del 25 per cento.

Lanciando la campagna, il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha dichiarato:

“Siamo di fronte a una crisi dei diritti umani e a una crisi ambientale. Nel lungo termine, rafforzare i poteri delle autorità civili per contrastare la deforestazione e le acquisizioni illegali dei terreni è l’unica strada percorribile. Per il futuro della foresta pluviale amazzonica e per coloro che la considerano la loro casa, nonché per il resto del mondo che da essa dipende per la stabilità del clima, il Brasile deve fare di più”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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