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Il tempo delle api: lezioni di vita dall’alveare

Il libro del biologo Mark Winston parla di arnie e alveari, di agricoltura e ambiente, ma anche di passione per il miele e per il territorio "fotografato" in ogni vasetto

di Eleonora Degano 

Mettete insieme 30 anni di ricerca sulle api, una palpabile passione per questi insetti laboriosi e per le loro deliziose produzioni, aggiungeteci una rilassante ma approfondita riflessione sulla società dell’alveare e avrete “Il tempo delle api: lezioni di vita dall’alveare“, il libro del biologo e scrittore Mark L. Winston da poco uscito in Italia per la casa editrice il Saggiatore (338 pagine, 23 €).

Le pagine che vi aspettano non sono solo una trattazione scientifica e di storia naturale, non sono solo il racconto autobiografico di una vita dedicata alle api o dei pericoli che le minacciano oggi. Winston è tra i più noti biologi nel suo campo e ha vestito i panni sia dello scienziato che dell’apicoltore: ogni anno, nel suo laboratorio della Simon Fraser University, riusciva a finanziare numerose borse di studio con i ricavati della vendita del miele prodotto dalle arnie dell’università. Vasetti per ben cinque tonnellate.

E se “gli animali hanno tanto da insegnarci” vi è sempre sembrato un modo di dire un po’ sdolcinato, lui l’ha concretizzato: oggi è direttore del Centre for Dialogue della Simon Fraser, un centro che ha l’obiettivo di facilitare lo scambio di opinioni, la comunicazione, la collaborazione. Mettendo in pratica, dice Winston, tutte le lezioni apprese dall’alveare.

Che siate appassionati o meno di entomologia, questo è il momento giusto per mettere metaforicamente il naso nell’alveare: mai come ora le api, responsabili dell’impollinazione di un grossa porzione delle colture commerciali (il loro valore solo per l’agricoltura è stimato oltre i 200 miliardi di dollari) sono state a rischio. E mai come ora abbiamo preso coscienza del rapporto tra quello che mangiamo e il territorio che lo produce, tra gli animali e l’ambiente.

Eppure non è semplice trovare chi riesca a raccontare tutto questo con ponderata moderazione: se da una parte la biodiversità viene fraintesa e diventa sinonimo acritico di “antiche varietà” di qualche specie vegetale, moda per foodie e protagonista dell’opinionismo sull’alimentazione, dall’altra abbiamo un approccio strettamente scientifico e per esperti. Che rischia di rivelarsi difficile per, diciamo, un consumatore attento posto di fronte alla scelta di cosa mettere “nel piatto”.

Se volete riflettere sul cibo, sull’agricoltura, sulle api, sulla società e su un sacco di altri aspetti che (anche se non l’avreste mai detto) trovano paralleli tra l’alveare e l’umanità, questo è il libro che fa per voi.

Con razionalità, passione e calma, Winston ci racconta anche un’industria del miele che è cambiata profondamente. Racconta di apicoltori che faticano a competere con i grandi produttori, di miele frutto di un’apicoltura industriale dove le api vengono cresciute in batteria come i polli e non conoscono fiori, ma solo un continuo rifornimento di sciroppo di mais. E di quel polline che è la firma del territorio, nonché una garanzia della provenienza del miele, nel 75% dei vasetti sugli scaffali dei negozi non c’è traccia.

Non mancano le testimonianze e l’esperienza di apicoltori che scelgono un approccio artigianale, privilegiando la qualità per instaurare un vero rapporto con i clienti, e che capiscono quanto conti oggi mettere un volto dietro al cibo che mangiamo, valorizzando il territorio. Ogni vasetto diventa così un’istantanea del luogo in cui è stato prodotto.

Dietro a ogni vaso di miele, infatti, si nascondono cifre da capogiro: per fare 500 grammi di miele ci sono faticosi voli di quasi 100 chilometri, due milioni di fiori visitati e, per un piccolo apicoltore, fatica e dedizione. Un “sudore della fronte” che Winston racconta con obiettività, senza fronzoli e retorica, facendoci davvero venire voglia di sapere cosa c’è dietro a quell’alimento dorato, quali fiori e luoghi ne fanno la firma. Riuscirete più a guardare un vaso allo stesso modo?

Ma la stessa quantità di miele, quando entrano in gioco le manipolazioni e gli interessi economici, può raccontarci una storia del tutto diversa. A un apicoltore americano questo mezzo chilogrammo di miele costa circa 1,25 dollari, contro gli 0,25 di un apicoltore cinese. Per equilibrare il mercato, quest’ultimo deve pagare una tassa di circa un dollaro. Ma in passato, con una truffa, alcuni disonesti produttori trovarono il modo di aggirare la tassa: il miele cinese veniva fatto viaggiare con etichette false per tutto il mondo e tra il 2002 e il 2008 superarono il confine oltre 600 partite di miele cinese, contaminato con un antibiotico che era proibito negli Stati Uniti.

Un complotto internazionale, che fece il giro del pianeta e tutt’ora non è risolto al 100%, ma che (lo sapevate?) è stato tra i motivi che hanno portato alla fondazione della FDA, la Food and Drug Administration, l’organo statunitense deputato alla regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici.

Non mancano i riferimenti agli studi scientifici condotti proprio nel laboratorio di Winston, da lui e dai suoi studenti che hanno proseguito sulla strada delle api: nel 2002 la sua allieva Lora Morandin ha fatto un’indagine per quantificare la diversa produttività dei campi di colza quando questi vengono sfruttati al 100%, diventando una sorta di “infrastruttura asettica”, e quando invece una parte viene lasciata incolta. Al “servizio” delle specie vegetali che vi prendono dimora e di conseguenza delle api selvatiche. Morandin ha scoperto che gli agricoltori che seminavano interamente i campi guadagnavano circa 27 000 dollari a fattoria, contro i 65 000 di chi ne lasciava libero il 33%.

Le api, concludendo, diventano la metafora non scontata di un sistema alimentare che non funziona come potrebbe, di un’agricoltura spesso slegata dall’ambiente che la ospita. Un ambiente che si fa concetto sempre più astratto e non rete complessa e straordinaria di habitat, meccanismi biologici e piccoli, preziosi abitanti come le api. L’esperienza di prima mano di Winston, raccontata con un genuino entusiasmo, coglie decisamente nel segno.

@Eleonoraseeing

Questo articolo è stato pubblicato qui

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