Il ritorno di Patti Smith in piazza San Marco
Tra Papi, Pasolini e incitamento ad essere liberi, migliaia di spettatori hanno trascorso una piacevole serata, ascoltando la voce della cantante americana
Per la terza volta Patti Smith (Chicago, Illinois, 30 dicembre 1946) si è esibita in piazza San Marco, dopo esserci stata, la prima, nel 1978, come una dei molti turisti che frequentano Venezia in tutti i mesi dell’anno, rimanendone affascinata. In una serata lugliatica, fortunatamente risparmiata dalla pioggia, anche se freddina, - in alcune zone, però, c’è stato il cronico allagamento, legato all’eterno, irrisolto problema dell’acqua alta in piazza – la cantante, poetessa, scrittrice e sacerdotessa che guida verso la verità, inducendo alla riflessione, ha testato il pubblico e l’ambiente italiano, dove sarebbe ritornata (a Bergamo, il 10 ottobre), per celebrare i 50 anni dell’album d’esordio Horses, che, secondo alcuni critici, ha segnato l’inizio del Punk Rock.
Inutile dire che i telefonini si sprecavano.
Il concerto faceva parte della XII-esima edizione del festival della Bellezza (maggio – ottobre 2025 ; direttore artistico Alcide Marchioro), concepito intorno all’idea di Arte nell’Arte, che fin dalla nascita si propone di allestire eventi diversi in posti imperdibili dell’Italia (Teatro Olimpico di Vicenza ; Grotte di Catullo, Sirmione ; Il Vittoriale, Gardone Riviera ; Teatro Romano, Verona ; etc.) e che quest’anno aveva come tema La Meraviglia.
Lo spettacolo inizia con Grateful, una romantico-malinconica ballata dall’andamento lento immutabile, scritta da Patti il 9 agosto 1995, quando morì Jerry Garcia. Il quartetto che la accompagna – il figlio primogenito Jackson Smith alle chitarre ; Tony Shanahan, che la assiste da 20 anni, al basso elettrico, alla chitarra, alle tastiere ; un secondo chitarrista e bassista non identificato e che nemmeno l’ufficio stampa ha saputo riferirne il nome, in apparenza più giovane degli altri, che non suonava tutti i brani, e quasi si nascondeva, per riapparire al bisogno ; Sebastian Richford alla batteria – sembra assecondarla con delicatezza, confortato da un volume sonoro apprezzabile.
La canzone seguente, Ghost Dance (1978), spiega Patti, dà voce a tutti i fantasmi, gli oppressi, gli invisibili della terra. E’ un piccolo brano dedicato ai veri Americani (i Nativi Indiani Americani), un omaggio alla tribù Hopi. Meritano più amore e rispetto, anche se il governo attuale degli USA, fa di tutto per togliere loro il poco rimasto di Sacro. Anche questa musicalmente è una ballata lenta.
Rochford usa le spazzole e utilizza un set percussivo Ludwig con pochi tamburi, rispetto a quelli dei batteristi da stadio, e soltanto due piatti.
Patti fa una lunga introduzione prima di eseguire 1959, un brano composto assieme a Shanahan ricordando cosa successe quell’anno in America, ma soprattutto l’invasione del Tibet da parte della Cina, che represse duramente la rivolta popolare conseguente nel 1959, causando la fuga in India del Dalai Lama. E ha preso la palla al balzo augurando un buon compleanno alla guida spirituale, che proprio il giorno prima aveva compiuto 90 anni. Musicalmente è una ballata rock a tempo medio, priva di significative variazioni e che canta dopo il ritornello la parola “Freedom”, ricorrente spesso nel canzoniere dell’artista.
A questo punto Patti ringrazia ovviamente gli organizzatori, felice di essere di nuovo a Venezia, ma anche Madre Natura, per aver spostato il temuto maltempo previsto, risparmiando l’area marciana.
Arriva la prima cover, Trascendental Blues di Steve Earle (17/01/1955), un cantautore americano country-rock e folk singer. Purtroppo ne dimentica parte del testo e alla fine si scusa con lui, più che col pubblico, che le aveva tributato un applauso di incoraggiamento.
Si cambia canzone e Patti suona anche la chitarra acustica in My Blakean Year, forse un pellegrinaggio alla ricerca di una non meglio definita spiritualità. Musicalmente assai monotona.
La seconda cover è Work della giovane cantautrice canadese Charlotte Day Wilson. E’ un piacevole, lento Blues terzinato, pieno di Soul, ma che può far pensare anche al Gospel, dipende da chi lo interpreta.
Un lungo recitativo in cui ricorda Marco Polo, nato non molto lontano dalla piazza e di cui forse ne interpreta metaforicamente la vita, precede Nine, ancora una ballata, in cui emerge l’apprezzabilità degli assolo del figlio chitarrista, mentre il batterista continua ad usare con sapienza le spazzole e Tony Shanahan si alterna alle tastiere e al basso.
Una gradevole sorpresa, quando mette insieme due canzoni di Bob Dylan, Man in the long black Coat e One too many Mornings, quest’ultima, ha ricordato, una canzone che sentiva sempre quand’era adolescente.
E’ il momento che la serata si infiamma, grazie a Dancing Barefoot, due chitarre , basso e batteria a ricordare molte formazioni dei gruppi degli anni ‘60. La gente comincia ad alzarsi dalle sedie, a saltare, ad invadere i corridoi tra le file. Si prosegue con Beneath the Southern Cross. Patti prende di nuovo la chitarra acustica e la ballata si snoda per quasi dieci minuti, grazie anche a un lungo assolo di Jackson. Tra le note emerge una citazione da parte di Shanahan al basso di Within you without you, il brano che apre il lato B di Sgt Pepper’s dei Beatles, mentre Patti sfoga tutta la sua rabbia per ciò che limita la libertà
Ma ecco che l’eccitazione che ha fatto salire il climax della serata si interrompe.
E’ il momento di ricordare due papi : Albino Luciani, Giovanni Paolo I°, che la aveva colpita subito
per il suo sorriso, che poi sarebbe diventato un tratto di riconoscimento ; Jorge Mario Bergoglio, il primo pontefice ad assumere un nome senza precedenti, Papa Francesco. A loro dedica la lettura della preghiera semplice di san Francesco d’Assisi (“Signore fa di me uno strumento della tua pace”…), letta dapprima in italiano da un certo Stefano e poi replicata da lei in inglese. E quindi intona Placeable Kingdom, una drammatica melodia dall’andamento circolare, conclusa con un breve assaggio di People have the Power. Placeable Kingdom fu scritta assieme a Tony Shanahan nel 2003, sulla scia del dolore provato per l’uccisione dell’attivista Rachel Corrie nella striscia di Gaza da un bulldozer israeliano
Se qualcuno pensava che la consistente parte parlata si fosse conclusa si sbaglia di grosso. Non può certo, Patti, dimenticare uno dei suoi scrittori preferiti. E allora passa a leggere un estratto da “I sogni” di Pier Paolo Pasolini, prima di eseguire, da Radio Ethiopia (1976), Pissing in a River, che parla di desiderio d’amore e di cambiamento.
Ed eccoci al gran finale con una canzone, scherza lei, diventata una sorta di folk song italiana. E’ Because the Night, testo di Patti e musica di Springsteen, ex sigla, per gli italiani, di “Fuori Orario”, il palinsesto notturno, ormai ridotto, di RAI 3. La dedica al padre di suo figlio, il chitarrista Fred ‘Sonic’ Smith (14 settembre 1948 – 4 novembre 1994). Molti la cantano in coro. Lei la definisce una canzone sull’amore, in linea con l’Italia, da lei ritenuta il “Paese dell’Amore”.
Sta per andarsene, ma torna sui suoi passi per interpretare, stavolta completamente, People have the Power, un Rock spinto scritto da lei, assieme all’amato Fred “Sonic”, contenuto in Dream of Life (1988). Patti invita tutti a essere liberi, a bloccare i governanti folli.
Le sue ultime parole, dopo 94 minuti : Thank you everybody. Stay Strong! Stay Free!
I musicisti si spingono sul proscenio, ringraziano, si inchinano a tempo e il figlio riprende la madre col telefonino, mentre il pubblico alle spalle la acclama.
C’è da chiedersi quale sia la vera Patti Smith. Quella agguerrita che invita alla lotta e grida contro i potenti del mondo? Che spezza una ad una le corde di una chitarra elettrica alla fine di una cover di “My Generation” dei WHO (si può vedere il video su internet)? Oppure la creatura mansueta che legge preghiere cattoliche e sorride pensando ai papi scomparsi che le erano tanto piaciuti?
In conclusione, tanto di cappello per la forma fisica e per un’energia sorprendente in una persona oggi 79enne. Speriamo non ci sia mai una “casa di riposo” per lei su questa terra.
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