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Il patto sporco: il processo Stato-Mafia. Il capitolo sulle telefonate di Napolitano

Di Matteo: “Sulle chiamate di Napolitano abbiamo la coscienza a posto. Manterremo per sempre il segreto”“Noi conserviamo nitidamente il contenuto delle conversazioni”, dice il sostituto procuratore antimafia a Saverio Lodato nel libro edito da Chiarelettere
di Nino Di Matteo e Saverio Lodato | 16 settembre 2018 

E' uscito per chiarelettere  "Il patto sporco -Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista", scritto dal giornalista Saverio Lodato assieme al procuratore Nino Di Matteo.

Sul Fatto Quotidiano è uscito un estratto relativo al capitolo sulle telefonate tra l'ex presidente Napolitano e l'ex ministro Mancino

Pubblichiamo un estratto de “Il patto sporco” (Chiarelettere) di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, in libreria dal 18 settembre. 
Tutto quello che è accaduto intorno al processo è singolare, sconcertante ed emblematico. Tutto, tranne ciò che accadeva dentro l’aula. (…) C’è un’accusa che brucia particolarmente a me e ai miei colleghi: quella di essere responsabili della morte di Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del capo dello Stato Napolitano. In quell’occasione fummo definiti “assassini”, “eversori”, “magistrati che agivano con finalità ricattatorie nei confronti del presidente della Repubblica”. 
Ma l’autentica “bomba mediatica” esplose con la pubblicazione sui giornali del contenuto delle telefonate fra Mancino e Loris D’Ambrosio. Che cosa si dissero i due?
Le telefonate non furono poche. E alcune particolarmente utili per le indagini. L’argomento di fondo era la richiesta di Mancino di coinvolgere Napolitano nella vicenda processuale che lo riguardava. Ci rendemmo subito conto che Loris D’Ambrosio, invece di tagliare corto di fronte a quegli argomenti, preferì dare corda al “privato cittadino” Mancino. Lo rassicurò in più occasioni riferendogli di aver prospettato le sue lagnanze e richieste a Napolitano e ai magistrati che si erano succeduti al vertice della procura generale della Cassazione. (…)
 
Ma proprio in quella fase, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, con la violenza di un meteorite cascato dal cielo, piomba sul vostro lavoro con quel suo iroso conflitto di attribuzione. Vi tremarono le gambe e i polsi?
No. Avevamo la coscienza e la forza di chi aveva agito rispettando sempre la legge, e cercando solo la verità. Intercettando Mancino, ci eravamo imbattuti casualmente in alcune sue conversazioni con il presidente della Repubblica. Con la solita professionalità e riservatezza, gli uomini della Dia di Palermo che ascoltavano le telefonate ci avvertirono tempestivamente. E ci chiamarono ad ascoltarle di persona. Valutammo subito che il contenuto era penalmente irrilevante ed estraneo all’inchiesta. Ovviamente, comprendevamo che si trattava di materiale scottante. Ma a noi non doveva interessare l’aspetto politico o etico delle conversazioni. E quindi decidemmo che non le avremmo depositate, insieme alle altre, al momento della chiusura dell’inchiesta e che, come stabilito dalla legge, avremmo attivato la procedura prevista dal codice per la loro distruzione davanti a un giudice. Procedura di legge che avrebbe comportato la possibilità per i difensori degli imputati di valutare anch’essi la loro irrilevanza. Accadde l’imprevedibile. Nei miei confronti si aprì subito un’indagine disciplinare sollecitata alla procura generale della Cassazione.
 
Era stato sufficiente imbattervi nel nome di Napolitano perché lei si ritrovasse sul banco degli incolpati?
Mi faccia fare una premessa. Erano state pubblicate alcune indiscrezioni di stampa che affermavano che, nelle conversazioni con Mancino, Napolitano aveva parlato della Trattativa. Non era vero. Per questo in un’intervista a un quotidiano nazionale mi limitai a dire che le conversazioni erano penalmente irrilevanti ed estranee alla materia del nostro processo. Venni accusato di avere così confermato, anche se indirettamente, l’esistenza di quelle conversazioni. Un paradosso. Proprio io, che avevo spiegato che i primi articoli di stampa attribuivano al presidente della Repubblica conoscenze e ingerenze inesistenti sulla Trattativa. Scoprii dopo, difendendomi nel giudizio disciplinare, che la mia intervista era stata segnalata alla procura generale proprio dagli uffici del Quirinale. La mia posizione venne archiviata dopo oltre un anno. Ricorderò per sempre l’interrogatorio al quale venni sottoposto. Era la prima volta che entravo negli uffici della Cassazione. Era estate, il Palazzaccio era quasi deserto, mentre salivo le scale avvertivo la grande amarezza di entrare per la prima volta in quel “Tempio della Giustizia” in veste di accusato. Ero però sereno e determinato perché sapevo che mi ero comportato da magistrato, certo di aver fatto solo il mio dovere. Ed ero fiero, come lo sono tuttora, di non aver mai rivelato ad alcuno, e sfruttato in alcun modo, i contenuti di quelle telefonate.
 
Fatto sta che su quelle telefonate calò una pietra tombale per decisione della Corte costituzionale. Ma, a conti fatti, con quali conseguenze?
Le telefonate sono state distrutte senza che i difensori degli imputati le abbiano potute ascoltare. Loro non se ne sono rammaricati. Noi e gli uomini della Dia di Palermo conserviamo nitidamente il ricordo del contenuto di quelle conversazioni. Continueremo, ovviamente, a mantenere il segreto. Ma se oggi qualcuno si inventasse contenuti inesistenti, come è già capitato, ci troveremmo di fronte alla impossibilità di smentirlo con le registrazioni. La prova non esiste più.
Questo articolo è stato pubblicato qui

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