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Il caso Silvia Romano: le questioni aperte

Proviamo a contestualizzare adeguatamente il tema della liberazione di Silvia Romano e a capire quali siano le principali questioni politiche aperte: prima ancora di discutere, come si è fatto, in maniera faziosa sulla legittimità o meno di pagare riscatti per salvare vite umane, sarebbe utile concentrarsi sul piano di un contrasto al terrorismo che sappia agire a monte. Evitando di esporre a situazioni di pericolo nostri concittadini impegnati in attività di lavoro o volontariato senza la dovuta protezione, specie laddove operano gruppi problematici come Al-Shabaab.

La liberazione di Silvia Romano in Somalia dopo il suo sequestro in Kenya è una notizia che non può non destare sentimenti di gioia ed è la prima, reale dimostrazione di soddisfazione collettiva per l’Italia dall’inizio dell’emergenza coronavirus. Un sollievo collettivo, al termine di una lunga operazione che ha visto coinvolti l’Aise – il servizio segreto estero -, i servizi segreti turchi e le autorità somale.

Risulta molto probabile, stando alle ricostruzioni, il pagamento di un riscatto. E proprio attorno a questo tema stanno nascendo tutte una serie di domande e interrogativi a cui è importante dare risposta.

Ci permettiamo una precisazione: anche se ammontante a diversi milioni di euro, chi scrive ritiene giusto e doveroso nel caso di Silvia Romano il pagamento di un riscatto per salvare una vita di una concittadina in pericolo. Da sostenitore delle istituzioni è fiero dell’operazione dell’intelligence; da italiano, chiaramente, lieto del ritorno a casa di Silvia; da cristiano non può non ricordare il principio biblico “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Ma ci sono anche diverse risposte legate a questioni eminentemente politiche.

Perchè paghiamo riscatti per salvare nostri connazionali? Lo si può dire al di fuori da ogni fraintendimento: la risposta apparentemente più superficiale è quella più realistica, perchè è la maggiore certezza per il ritorno a casa dei nostri concittadini. Poche nazioni al mondo possono permettersi di tenere la linea della resistenza a tutti i costi, meno ancora hanno la capacità di organizzare interventi di liberazione armi in pugno e anche alcune di esse (dagli USA al Regno Unito, dal Giappone alla Francia) hanno in certi casi ceduto. Non dimentichiamo che anche le operazioni “armi in pugno” contro i sequestratori non hanno certezza di successo: il caso di Giovanni Lo Porto, ucciso in Pakistan nel 2015 da un attacco americano condotto coi droni, è tristemente istruttivo.

Inoltre, ricordiamocelo, nei sequestri di cittadini occidentali all’estero la questione più importante non è il fatto che risulti necessario procurarsi il denaro da versare, ma avere la certezza di trattare con le persone giuste. Ecco perché ci si coordina con somali e turchi, nel caso di Silvia. Il “Sultano” Recep Tayyip Erdogan è il dominus del quadrante geopolitico somalo. “Lo Stato africano”, ha scritto Lorenzo Vita su Inside Over, è un complesso ginepraio di interessi strategici e di lotte per il controllo del territorio. I signori della guerra, i pirati, bandi di predoni, i terroristi di Al Shabaab e un governo fragile fanno da sfondo a una vera e propria sfida per il controllo delle aree del Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno da tempo avviato una loro politica di penetrazione nella parte settentrionale, quella che si affaccia sul Golfo di Aden. Mentre più a Sud, nella capitale Mogadiscio, è con i turchi che bisogna trattare. E gli italiani lo sanno benissimo”.

In terzo luogo, la questione dovrebbe essere primariamente rivolta a una svolta metodologica: c’è distinzione tra la risoluzione delle crisi degli ostaggi delle organizzazioni terroristiche (Al-Shabaab nel caso) e la loro prevenzione. Nella prima fattispecie, molto spesso il riscatto diviene l’unica soluzione praticabile. Ma la battaglia con il terrorismo e i sequestratori si combatte in primo luogo riducendo e prevenendo le occasioni di vulnerabilità per i nostri concittadini in nazioni potenzialmente rischiose. Aggiungiamo che in tal senso il caso del sequestro di Silvia è doppiamente istruttivo, in quanto avvenuto non in un focolaio di instabilità perenne, ma in una località del Kenya ritenuta, in linea teorica, abbastanza sicura. Ma vicino al buco nero somalo, questione irrisolta di lungo termine della politica internazionale.

E qui veniamo a un punto fondamentale, quarto ed ultimo: la responsabilità delle organizzazioni che si occupano di arruolare e inviare volontari e cooperanti nei Paesi dell’Africa e del resto del mondo. Risulta fondamentale un coordinamento a tutto campo tra queste organizzazioni e le autorità, italiane e locali, per preservare la sicurezza e l’operatività dei nostri concittadini in loco. Le organizzazioni di volontariato hanno una grande responsabilità nel promuovere attivamente la sicurezza e la formazione delle persone inviate sul campo: conosco personalmente esempi di organizzazioni che, dal Perù al Mozambico, dalla Bosnia al Togo, intrattengono una relazione virtuosa con autorità nazionali e locali per rendere utile e sicuro il lavoro dei volontari. Altre, purtroppo, mancano della serietà necessaria per supportare le innegabili energie di chi, magari con l’intenzione di cambiare il mondo, magari con la semplice buona volontà, parte per Paesi lontani e complessi. Un esperto della realtà africana come padre Giulio Albanese, missionario comboniano, ha dichiarato a La Stampa che “in Africa non ci si può muovere come cani sciolti. Non è una vacanza alle Maldive! A volte si nota una eccessiva improvvisazione. Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ci sono tante Ong e onlus che fanno bene il loro dovere, così come il mondo cattolico con i suoi circa 8mila missionari nei cinque continenti. Attenzione alla tendenza di demonizzare il mondo della cooperazione; come dico sempre, non bisogna buttar via l’acqua sporca col bambino”.

Sotto il profilo del contrasto al terrorismo e degli sviluppi geopolitici, in conclusione, la liberazione di Silvia Romano ha mostrato l’abilità strategica di Al-Shabaab, organizzazione terroristica che ha acquistato una crescente capacità operativa sul terreno somalo e ha inoltre ottenuto un indubbio successo di “immagine” riconsegnando Silvia in buona salute e riuscendo, tramite un suo portavoce, addirittura a parlare ai microfoni di Repubblica come un rappresentante di uno Stato sovrano, arrivando a discutere della destinazione dei soldi del riscatto: “In parte serviranno ad acquistare armi, di cui abbiamo sempre più bisogno per portare avanti la jihad, la nostra guerra santa. Il resto servirà a gestire il Paese: a pagare le scuole, a comprare il cibo e le medicine che distribuiamo al nostro popolo, a formare i poliziotti che mantengono l’ordine e fanno rispettare le leggi del Corano”. Il modus operandi dell’organizzazione dimostra una raffinatezza strategica e narrativa mancante ad altri gruppi terroristici, esaltando di conseguenza la pericolosità di un gruppo terrorista di cui, troppo spesso, non si è parlato con abbastanza approfondimento e di cui preoccupa la presenza stabile in un Paese strategico per la sua vicinanza alla giuntura tra Oceano Indiano e Mar Rosso e allo scenario etiope e nilotico, teatro della partita geopolitica per l’acqua che anima l’Africa. Di Al Shabaab sentiremo ancora parlare: e un nemico così insidioso potrebbe essere difficile da scalzare.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Enzo Salvà (---.---.---.64) 14 maggio 11:47
    Enzo Salvà

    D’accordo con voi su Silvia Romano e sulle organizzazioni della Cooperazione. Molto interessante "storia, struttura ed obiettivi del gruppo jihadista del Corno d’Africa" di Gaetano Magno, complimenti,

    Un Saluto

    Es.

  • Di pv21 (---.---.---.121) 15 maggio 17:30

    CIAK > Passaggi chiave. Certa inclinazione all’altruismo cerca una qualche forma di riscontro gratificante nei vari interlocutori. Di norma la sopravvivenza, quale bisogno basilare, è l’ultimo aggancio alla vita.

    E quando si resta a lungo segregati da soggetti del tutto sconosciuti, bendati ed armati, non piove dall’alto il “richiamo” alle loro credenze religiose (con tanto di scelta del nome della consorte del profeta).

    Non solo. Si può scommettere che, dopo qualche tempo dal ritorno alle origini (casa e famiglia), risulterà conveniente intraprendere il percorso a ritroso. Magari con qualche pubblicizzato mea culpa.


    Ergo. Se fosse un libro sarebbe titolato “Famosi per niente”.

    Stop a vicende tanto accattivanti quanto “lesive” della crescita sana di una Generazione senza Bussola che …

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