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I centri per l’impiego non servono per il lavoro stagionale. Forse neppure per il resto

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

le domande retoriche spesso sono lo strumento per attizzare polemiche su qualcosa che non piace troppo a chi pone le domande stesse, allontanando fino a distanze siderali l’analisi per ipotizzare soluzioni ai problemi.

Esaminiamo la questione della difficoltà delle imprese turistiche a trovare lavoratori stagionali. La domanda retorica sul tema l’ha posta Chicco Testa su Twitter:

 

Domanda seria. Come mai operatori turistici di tutta Italia non trovano collaboratori e il collocamento non segnala i nomi di chi percepisce il reddito di cittadinanza e li invita a farsi assumere ?

 
 
 
 
 

Trattandosi di una domanda finalizzata solo a suscitare polemiche, basta leggere la gragnola di risposte per comprendere come il suo autore sia pienamente riuscito nell’intento. Senza che, ovviamente, si evinca la minima ipotesi di soluzione. Proviamo, allora, ad affrontare (senza la minima pretesa di poter risolvere) il problema evidenziando i punti critici.

Un primo punto da evidenziare è che le imprese, i datori di lavoro, utilizzano pochissimo i canali “ufficiali” di ricerca, tanto pubblici, quanto privati: le domande di lavoro rivolte sia ai centri per l’impiego, sia alle agenzie di somministrazione sono nemmeno il 10% del volume totale delle assunzioni, che per la gran parte avvengono utilizzando canali amicali, come noto.

L’assenza di una domanda di lavoro mediante canali strutturati è uno dei più gravi difetti del mercato del lavoro in Italia, caratterizzato da rilevante opacità e, quindi, di mancanza di uno degli elementi fondamentali di quell’opera di intermediazione il cui compito è facilitare l’incontro tra domanda e offerta.

Purtroppo non si è mai affrontata seriamente la questione, ad esempio proponendo incentivi all’utilizzo della ricerca su canali strutturati e trasparenti. Dunque, le aziende non hanno particolare interesse a rivolgersi a “regolatori” del mercato.

Con specifico riferimento al lavoro stagionale presso le imprese turistiche, tuttavia, è anche vero che l’opera di intermediazione non viene troppo richiesta per ragioni strutturali ed endemiche. In primo luogo, le imprese fanno riferimento agli enti bilaterali, che curano, anche in maniera efficace, l’incontro domanda/offerta e dispongono di lunghi elenchi di lavoratori.

In secondo luogo, il lavoro stagionale ha una precisa caratteristica: il diritto di precedenza, regolato dall’articolo 24, commi 3 e 4, del d.lgs 81/2015 (uno dei decreti legislativi che compongono il Jobs Act). Si prevede che il lavoratore stagionale a tempo determinato ha il diritto di essere assunto dal medesimo datore di lavoro con precedenza rispetto ad altri lavoratori per le medesime attività stagionali, purché manifesti per iscritto la propria volontà entro tre mesi dalla cessazione del precedente contratto. Dunque, la gran parte dei lavori stagionali sfugge a qualsiasi intermediazione, perché vi è un rapporto diretto tra lavoratore e datore, fondato sul diritto di precedenza.

Non è da nascondere, poi, una circostanza drammaticamente concreta, la cui portata tuttavia non è del tutto conosciuta: il lavoro stagionale soffre di un enorme “nero”, totale o parziale. Ovviamente, questo è reso possibile proprio dall’opacità del mercato e dall’estesissima possibilità di contatti diretti tra datori e lavoratori, saltando qualsiasi intermediazione anche sindacale. L’attivazione di un rapporto in nero esclude di per sé qualsiasi intervento di incontro domanda/offerta da parte dei centri per l’impiego e delle agenzie.

Il ruolo degli intermediatori ufficiali, quindi, in generale, ma con specifico riferimento al lavoro stagionale in particolare, non può che essere residuale e limitato a quei pochi casi nei quali l’incontro domanda/offerta non si sia creato per opera degli enti bilaterali, dei contratti in nero o dell’esercizio del diritto di precedenza. E in questi casi residuali, spesso, si annidano appunto figure difficili da reperire, perché non accettano condizioni contrattuali in nero o svantaggiose o perché, in ogni caso, l’assenza di un sistema di accoglienza che assicuri vitto e alloggio rende naturalmente complicata anche la mobilità territoriale.

Occorre, poi, caro Titolare, soffermarsi specificamente sull’ultima parte della domanda retorica del Testa, laddove si chiede perché il servizio pubblico “non segnala i nomi di chi percepisce il reddito di cittadinanza e li invita a farsi assumere”.

Non si può non evidenziare il modo assolutamente distorto col quale si percepisce l’attività di intermediazione. Il pensiero che sta evidentemente dietro questa domanda è guidato dalla convinzione che l’intermediazione altro non sia se non un’attività di mera compilazione di elenchi di persone, nel caso di specie i percettori del reddito di cittadinanza, da “scuotere” ed invitare a proporsi da sé presso aziende (l’invito a farsi assumere).

Cercare il lavoro in questo modo alle persone è semplicemente dilettantistico. Ogni lavoro richiede un minimo di qualificazione professionale; anche i lavori stagionali, per i quali, pure laddove si tratti di attività di base, è richiesta quanto meno una conoscenza delle lingue straniere ben al di sopra di quella meramente scolastica.

 

Chi fa intermediazione non può limitarsi a chiamare “chiunque” e invitarli a presentarsi da sé presso datori, sul semplice presupposto che un certo settore denunci sui giornali carenze di professionalità.

Una modalità seria per avvicinare la domanda all’offerta consiste nel valutare le professionalità e di avviare, non col “fai da te” bensì con selezioni concordate coi datori, lavoratori pre-selezionati, che dispongano almeno delle competenze di base utili per essere poi scelti.

Dare per scontato che ogni percettore del reddito di cittadinanza abbia le capacità professionali per intraprendere lavori stagionali è alquanto semplicistico, non crede, Titolare? Probabilmente, anzi, i percettori del RdC sono persone piuttosto lontane dal mercato del lavoro, per debolezze endemiche della propria carriera lavorativa e di studio.

Da ultimo, per altro, occorre evidenziare che ancora ad oggi l’Anpal non ha messo a disposizione dei centri per l’impiego l’elenco dei percettori nei confronti dei quali intraprendere azioni per la ricerca di lavoro. Se manca, quindi, l’elenco preciso delle aziende che “chiedono” lavoratori (è ovvio che evidenziare il problema solo sui giornali, senza presentare richieste specifiche a centri per l’impiego o agenzie private impedisce anche solo di ipotizzare l’incrocio), come anche l’elenco dei beneficiari del Reddito di cittadinanza, la proposizione di domande retoriche, senza l’individuazione dei problemi e l’ipotizzazione di strumenti per superarli, serve solo a rendere più acuti i ruggiti dei leoni da tastiera.


Giusto evidenziare che credere che i centri per l’impiego lavorino e risolvano “per liste” è illusorio e semplicistico, soprattutto per un’area così ampiamente grigia come quella del lavoro stagionale. Il problema è che i centri, in ragione del loro storico sottodimensionamento e della natura prevalentemente informale e destrutturata del mercato del lavoro italiano, rischiano di restare inutili anche dopo la “rivoluzione” del reddito di cittadinanza e dei navigator, che peraltro non è chiaro che andranno esattamente a fare. Quindi, da una peculiarità all’altra e da un’eccezione all’altra, si finisce a prendere atto che il reddito di cittadinanza è quello che tutti sapevamo sarebbe stato: un sussidio incondizionato ed incapace di riattivare le persone. Quanto allo specifico caso degli stagionali, ed alla possibilità che il reddito di cittadinanza abbia innalzato il cosiddetto salario di riserva al punto da ridurre l’offerta di lavoro, serviranno altre analisi ed evidenze ma il sospetto esiste. (MS)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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