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Graziati da Biden, ora con Trump rischiano nuovamente la pena di morte

Il 23 dicembre 2024 il presidente statunitense uscente Joe Biden commutò le condanne a morte di 37 dei 40 detenuti federali in attesa dell’esecuzione.

L’attuale presidente Donald Trump criticò il provvedimento affermando che, anziché ricevere la commutazione, quei condannati a morte avrebbero dovuto “andare all’inferno”. Con uno dei primi decreti emessi una volta entrato alla Casa Bianca, incoraggiò le procure statali a incriminarli nuovamente.

 

Si può? Per la Corte suprema federale sì. Nel 2019 stabilì che gli imputati di un reato possono essere processati sia nelle corti federali che in quelle statali: apparentemente, una palese violazione del principio giuridico ne bis in idem, in base al quale una persona non può essere giudicata o punita più di una volta per gli stessi fatti. Ma, secondo la Corte, si applica la dottrina della “doppia sovranità”, per cui gli Usa e i singoli stati che li compongono avrebbero fonti di potere indipendenti.

Per la maggior parte dei 37 ex condannati a morte non dovrebbe esserci pericolo: gli stati in cui commisero il reato non applicano la pena di morte o le vicende sono troppo vecchie.

Ma per quattro di loro, il rischio c’è: le procure della Carolina del Sud, della Louisiana e della Florida (lo stato in cui nel 2025 sono state eseguite 19 condanne a morte) hanno presentato o hanno dichiarato l’intenzione di presentare nuove accuse.

Si prospetta, dunque, una lunga battaglia legale.

Le prime schermaglie già sono in atto: il dipartimento della Giustizia ha cercato di trasferire i 37 detenuti in un carcere di massima sicurezza in Colorado e gli avvocati di 21 di loro si sono opposti, chiedendo che i loro clienti rimangano nella prigione federale dell’Indiana, dove si trovano attualmente.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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