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GIOVANNI SOLLIMA in concerto a Venezia alla Scuola Grande della Misericordia

Presente spesso sia a Venezia che a Mestre - in questo caso invitato dagli Amici della Musica di Mestre per la stagione cameristica del teatro Toniolo - dopo il progetto culturale N-Ice cello per il quale aveva suonato, all’interno dell’abbazia benedettina di San Giorgio Maggiore, uno strumento di ghiaccio costruito dall’artista americano Tim Linhart ; dopo due concerti nell’ambito della stagione musicale dell’Auditorium Lo Squero, sempre nell’isola di San Giorgio, Giovanni Sollima è ritornato in laguna per un concerto al piano terra della Scuola Grande della Misericordia, il maestoso edificio cinquecentesco in due piani, il quale sta ospitando, fino al 22 novembre, “Magister Canova”.

Si tratta di una mostra multimediale, ideata e realizzata da “Cose belle d’Italia” in collaborazione con la Fondazione Canova Gypsotheca e il museo Canova di Possagno (TV), dove l’artista nacque nel 1757, per spegnersi, dopo un’intensa esistenza, a Venezia nel 1822.

Il concerto, intitolato “Il suono scolpito”, è stato l’occasione per sviluppare dal vivo la musiche composte per “Magister Canova”, di cui si è ascoltato un unico tema.

Il brano d’esordio, scelto dal violoncellista palermitano, è però una composizione di Padre (Vardapet) Komitas, nato Soghomon Gevorki Soghomonyan (1869-1036), un’importante figura spirituale, oltre che musicologo, della cultura armena. Il brano, “Krunk” è un canto popolare che si sviluppa lentamente e tristemente come una preghiera, espandendosi dalle pareti agli alti soffitti del monumentale salone, adibito per l’occasione alla musica.

A seguire, “Concerto rotondo”, di Sollima, in cui il musicista/compositore, manifesta il proprio virtuosismo e originalità. Utilizza infatti non soltanto l’archetto, per esprimersi con percussioni sul manico, pizzicati col pollice e l’indice, come se lo strumento si tramutasse in un’enorme chitarra. Ora lento, ora velocissimo, il brano sembra difficile da padroneggiare, se non si è in possesso di tecnica e creatività che permettano di non aver paura di sbagliare e di improvvisare alla maniera di un musicista Jazz.

Uno sguardo al passato, all’amato periodo barocco, ed ecco la prima Suite per violoncello solo di J.S.Bach, dimezzata in tre movimenti, quelli essenziali, secondo il nostro, ossia Preludio, Sarabanda e Giga, eseguiti ad un metronomo insolitamente rapidissimo.

Morbidezza e concitazione traspaiono da alcuni brani tratti da “The Scottish Book”, del compositore lucchese Francesco Barsanti (1690) che si spense a Londra nel 1770 (o 1775).

Come sovente accade, non poteva mancare, in una scaletta improvvisata dieci minuti prima di andare in scena, “Fandango after Boccherini”, dello stesso Sollima, che ha inteso rendere omaggio al celebre virtuoso violoncellista della seconda metà del 1700.

Il concerto, dopo poco più di un’ora, si concluderebbe con “Natural Songbook 4, 5”, sempre di Sollima, il quale si sposta centralmente e lateralmente nei settori dedicati al pubblico, che rimane stupito sia dalla sonorità in movimento, sia da un canto improvvisato che ha in sé qualcosa di sacro.

Gli applausi sortiscono l’effetto di far rientrare il musicista per eseguire una ballata elegiaca e “Terra acqua”, sentita anche a San Giorgio, composta a Venezia qualche tempo fa ed eseguita attraverso una sorprendente percussione sulle corde del violoncello mediante una matita.

Per una volta, Sollima non ha eseguito composizioni dell’amato Jimi Hendrix, né dei Nirvana o di Leonard Cohen. Ciò non ostante, il repertorio selezionato non è parso allontanarsi da quello consueto, poiché, nonostante un programma diverso, in ogni concerto ciò che emerge è l’anima inquieta e curiosa del musicista/compositore.

 

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