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Ellade Bandini, una vita dedicata alla musica

Un piacevole racconto della sua vita, fatta di musica e di successi. Ellade Bandini, in questa intervista esclusiva, ripercorre la sua carriera, dai primi esordi nelle sale da ballo fino ai grandi palcoscenici, al fianco di artisti, come Guccini, Mina e De André.

Ellade, com'è maturata la tua passione per la musica e, in particolare, per la batteria?

“Hai posto bene la domanda. Passione per la musica che, tra l'altro, non ho mai studiato. Fin da piccolo, mi piaceva sentire le melodie, che fossero state cantate o suonate.

Io sono del 1946. Quindi, prova ad immaginare cosa poteva trasmettere la Rai di allora, cantanti melodici, come Luciano Taioli, Giorgio Consolini, Tonina Torielli, Carla Boni che cantavano canzoni strappalacrime; e poi, artisti napoletani, Fausto Cigliano Aurelio Fierro. Mi ricordo che imparavo le melodie delle loro canzoni. Salivo su una sedia per potermi specchiare, cercando di imitarli.

La batteria venne in un secondo tempo. Anche se avevo già avuto un incontro ravvicinato con lo strumento all’età di 3 anni. Ne rimasi letteralmente conquistato. Accadde a Baganzola, in provincia di Parma, durante la festa della Madonna, la prima domenica di Ottobre del ‘49. In una radura, avevano alzato un tendone per farvici suonare all’interno un’orchestrina da ballo. Mio zio Brando mi fece sedere sulle sue spalle per portarmi sotto il palco. L’omone, con giacca rossa e pantaloni bianchi che percuoteva tutti quei tamburi, notò il mio coinvolgimento. Così, finito il brano che stavano suonando, venne verso di me, mi sollevò e mi ritrovai seduto in mezzo a quella foresta di tamburi e piatti che facevano un casino pazzesco. Mi mise le bacchette nelle mani e li sono rimaste.”

 

Quali sono stati i tuoi primi esordi?

“Come quello di quasi tutti i ragazzi di quel periodo. Dopo essere stato mesi a fare pratica, accompagnando i dischi che trasmetteva la radio, decisi di uscire piano piano allo scoperto. Poco distante da dove abitavo, vi era un piccolo bar che possedeva uno dei primi juke box con, all’interno, non molti dischi, più o meno una decina, ma tutti fortissimi. Era appena stato creato un nuovo sound: il "Rock and Roll”. Elvis, Little Richard e Jerry Lee Lewis erano i miei idoli. Appena qualcuno inseriva la monetina, io partivo a sbacchettare su di un tavolino come un matto. Quando succedeva che qualcuno voleva offrirmi un gelato, lo scambiavo con un altro brano da accompagnare. Passavo così i pomeriggi estivi. Venne finalmente il momento di cominciare a suonare con veri gruppi, in spettacolini parrocchie, o nelle di allora “Feste dell’Unità”. Insomma, dove c’era musica, io c’ero. La voce di questo ragazzino che suonicchia non male si sparge, finché ti ritrovi in una vera orchestra da ballo.”

 

Quando è avvenuto il tuo primo grande debutto sul palco?

“Nelle sale da ballo, dove impari tutto quello che ti servirà in futuro. Non esiste palestra migliore. Ne ho fatte diverse di orchestre, ma le più significative furono: Giordano Tunioli, Ugo Orsatti, Janos D’Este, Gildo Fattori.”

 

Hai affiancato grandi nomi della musica, come Mina, Guccini, Antonello Venditti, Edoardo Bennato, I Dik Dik, Fabrizio De André. Quali sono i tuoi ricordi più piacevoli al fianco di questi artisti?

“Sinceramente, i ricordi più piacevoli restano quelli delle sale da ballo. Si suonava per un mese tutte le sere negli stessi locali, dove facevi tante nuove conoscenze. Si era giovani e, al mare, d’estate, si formavano compagnie con gli inevitabili innamoramenti. Che meraviglia!

Con artisti, come quelli che hai citato nella domanda, le cose cambiano. I rapporti personali, spesso, rischiano di essere molto diversi. Nel mio caso personale, sono stato avvantaggiato dal mio carattere molto tranquillo e disponibile che mi ha permesso di trovarmi sempre a mio agio anche nei tour più impegnativi.

Il tour di “Sono solo canzonette” del 1981 di Edoardo Bennato fu pazzesco. Gli stadi sempre pieni. Per non parlare delle quasi 90.000 presenze di quegli anni, a San Siro e al San Paolo di Napoli. Edoardo Bennato, per me, fu la prima, vera, grande Rockstar italiana.

Gli anni trascorsi con Francesco Guccini sono stati più di quaranta. Artisticamente, siamo nati e cresciuti insieme. Abbiamo fatto tanti grandi concerti. Abbiamo riso tantissimo, e perché no? Abbiamo bevuto in modo esagerato.

Con la grande Mina, ho avuto solamente collaborazioni in sala di registrazione. La cosa che posso dire di Lei è che sono stato uno dei pochi che ha avuto la fortuna di frequentarla e di godere della sua fiducia per vent’anni.

Ho fatto concerti per tre anni (92/93/94) in tutti i teatri più belli d’Europa con Angelo Branduardi. Una forza della natura, una vera star internazionale.

Dal 1975 al 1981, sono stato continuamente in giro per il mondo con Albano e Romina Power. Forse, il più bel periodo della mia vita. Strano, vero?"

 

Con Fabrizio De André è avvenuta una lunga collaborazione. Che ricordi hai delle tournée e, in particolare, delle due serate al Teatro Brancaccio di Roma del 13 e 14 febbraio 1998?

“I ricordi che posso avere di Fabrizio sono i suoi improvvisi cambiamenti d’umore. Sorrisi, abbracci e momenti di grande tranquillità, alternati a sfuriate per un nonnulla. Alla base di tutto, vi era il grande rispetto che lui aveva per il pubblico. Era terrorizzato dall’idea di deluderlo. I concerti del Brancaccio rispecchiano quello che ho appena detto. La tensione, sempre altissima, ci obbligava ad una concentrazione che ha permesso e ottenuto il risultato che tutti sappiamo.”

 

A quale tour di De André sei maggiormente legato?

“Sicuramente a quello de "Le Nuvole”. Vanno, vengono. Alle volte, si fermano. Mi viene ancora la pelle d’oca.”

 

Com'era lavorare con Fabrizio De André?

“Impegnativo, molto impegnativo, ma ne valeva e ne è valsa la pena.”

 

Che ricordi hai dell'ultimo concerto di Fabrizio a Roccella Jonica del 13 agosto 1998 e delle prove del concerto annullato a Saint Vincent?

“Le prime file a Roccella Jonica erano totalmente occupate dalle istituzioni politiche e militari della zona, cosa che lui odiava. Desiderava avere davanti il suo pubblico, quello vero, e non delle divise o politici, ai quali, probabilmente, non interessava niente. Ad un certo punto, disse la frase che, in Sicilia, c’erano un tot numero di disoccupati. E meno male che c’era la mafia, se no sarebbero stati dieci volte tanto.

Passò ai telegiornali con le espressioni glaciali e scandalizzate delle prime file, senza fare sentire il lungo applauso del pubblico. Era, chiaramente, una provocazione all’assenza delle istituzioni in territori di grande vulnerabilità.

Il concerto di Saint Vincent non si fece mai, e tutti ne sappiamo il motivo. Eravamo sul palco per la prova dei suoni. L’ultima prova mi riguardava in modo particolare. Si trattava dell’arpeggio che lui faceva, anzi, che solo lui sapeva fare, di “Amico Fragile”. Lui lo faceva, soprattutto, per verificare se io riuscivo sentire bene le note basse che faceva con il pollice, e sulle quali, io mi basavo ritmicamente. Quelle note basse non le sentivo proprio. E come sempre succedeva, in quei casi, gli chiedevo se si era tagliato le unghie, ma lui non rispondeva. Cercava di suonare come sempre quell’arpeggio che, invece, non sarebbe più riuscito. Si alzò dalla sedia, buttò letteralmente via la chitarra, si voltò verso di noi. Ci guardò quasi uno alla volta, mentre scendeva dal palco, salutandoci con un gesto della mano. Fu l’ultima volta che lo vidi.”

 

Attualmente, presiedi dei corsi di formazione nei seminari. Che cosa consigli ai ragazzi che intendono intraprendere questo percorso?

“A questa domanda, dovrei ritirare in ballo un inspiegabile disinteresse culturale delle istituzioni. Io vado a fare incontri con i ragazzi e a raccontare quale è stato il mio percorso. Quello che dico effettivamente resta sempre di più un semplice racconto. Ci sono in atto continui cambiamenti che avvengono, tra l’altro, in modo velocissimo. Il mondo che ho visto io non c’è più. Come dicevo prima, ne resta solo il racconto che faccio. La realtà dei giovani, bella o brutta che sia, è quella che inizia il momento della loro nascita. Tutto il resto sono solo storie. La musica che ci ritroviamo, oggi, rispecchia esattamente il loro mondo. Io non la giudico. Non posso giudicarla, perché non fa parte di me, ma se esiste, è perché qualcuno l’ha fatta e a qualcun'altro piace. Quello che suggerisco è di non accontentarsi, di quello che ti viene proposto come una meravigliosa novità. Quando il tuo gusto ti suggerisce che non vi è nessuna novità in più tutt’altra che meravigliosa.”

 

Stai portando, con grande successo in tutta Italia, con la band "Mille ancora", composta da Giorgio Cordini e Mario Arcari, tre componenti storici di De André, il suo vasto repertorio. Che cosa si prova a proporre le sue canzoni? Ce ne sono alcune che, ancora oggi, ti emozionano?

“Mille Anni Ancora” è un gruppo che suona il repertorio di Fabrizio, esattamente come Mario, Giorgio e io abbiamo eseguito con lui per anni. Abbiamo scelto musicisti bravissimi che, probabilmente, sarebbero stati scelti dallo stesso Fabrizio. Tanti ammettono dispiaciuti di non aver mai visto un suo concerto. Ecco, noi cerchiamo di riproporre i brani come se fosse veramente un suo concerto. L’unica differenza è che, oggi, possiamo suonare i suoi brani con grande serenità. Non ho un brano preferito in particolare. Forse, “Sidun”, e poi, una sua traduzione di “Nancy”. Mi piace veramente tanto.”

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