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Dati personali: privatizzare la privacy è una soluzione? Il progetto HAT

I nostri dati non ci appartengono ma diventano proprietà di chi li raccoglie. Dovrebbero (potrebbero?) invece essere un patrimonio comune, una risorsa che crea un benificio a chi la offre (noi, gli utenti) ed uno stimolo a chi la sfrutta (le aziende). 

Questa à l'idea del progetto HAT, la piattaforma alla base di HATPDP (HAT personal data platform): il principio è quello di scambiare i dati personali contro servizi che sono pensati per migliorare le nostre vite. 

Facciamo un passo indietro. Di quali dati parliamo? Dei dati personali che ogni giorno lasciamo dietro di noi: ogni commento o ogni like che mettiamo su Facebook racconta una relazione o una preferenza, ogni video che guardiamo su YouTube è espressione di una tendenza, ogni cosa che cerchiamo su Google è una porta sul nostro inconscio, ogni sito che visitiamo è l'impronta di un gusto. E se già ci sembra tanto è perché ancora non abbiamo parlato dell'Internet degli oggetti (IoT, Internet of Things), ovvero del futuro molto prossimo in cui tutti gli oggetti che abbiamo intorno sono in rete, pensati per reagire ai nostri bisogni, settati cioè sui nostri dati. 

Hat vuole che questi dati torni a noi, ovvero che la proprietà sia nostra e che si fondi su uno scambio diretto ed esplicito con le aziende. 

Quale potrebbe essere un uso interessante dei nostri dati da parte delle aziende? Creare app che ci aiutino a visualizzarli, analizzarli e usarli, ad esempio. Ora questo non è praticamente mai possibile. Per capirci: usate app di monitoraggio della vostra attività sportiva? Perfetto. Quei dati li potete vedere elaborati in statitistiche più o meno diverse fornite dall'azienda. Ora provate a scaricarli e a rielaborarli secondo i vostri gusti. Non sarà possibile, quei dati, i vostri, si possono leggere e usare solo in un modo. 

"Se hai un account per le tue email, dovresti avere un Hat per i tuoi dati" dicono sul sito di presentazione della piattaforma, un HAT Platform Provider (HPP). 

Alla base l'HATPDP è, nelle intenzioni almeno, un'opportunità anche per la aziende che possono rispettare la privacy dei loro utenti creando smart devices che permettano agli individui di acquisire i loro dati personali e creare applicazioni intelligenti che permettano l'uso di questi dati. Inoltre, forti di questo, gli individui potrebbbero usare questi dati per fare delle scelte. 

HATPDP è un progetto gestito dal progetto HAT (Hub-of-all-Things) che vede coinvolte sei universtià Cambridge, Edinburgh, Exeter, Nottingham, Warwick e l'università West of England con un budget di £1.2m (circa 1.6 milioni di euro) e un network di ricercatori, Ngo, istituzioni e aziende. 

Le aziende (un vero Advisory Board IAB), come fa notare Antonio Casilli su Twitter, non sono da poco e non sono proprio delle sconosciute: ci troviamo Accenture, Bosch, Telefonica... Insomma, quello dei dati il business. E anche l'uso "buono" lo è. 

Il prossimo giugno HAT diventerà una piattaforma open-source e una community che si occuperà di far funzionare la piattaforma Hat e di creare app integrate. Il tutto sotto la supervisione del progetto che veglierà che gli standard di privacy, prezzi e modelli corrispondano ai valori del progetto. 

Quindi riprendiamoci i nostri dati? Sì, più o meno. Oppure impariamo, almeno, a non essere completamente succubi di un mercato del quale siamo una merce ​ignara del valore che sta svendendo. 

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