Dalla Lucania alla Basilicata: la funzione unificante del Mezzogiorno come leva di sviluppo
Parlare del ritrovamento del Candelabro etrusco di Ruvo del Monte non significa limitarsi alla descrizione di un singolo oggetto. L’obiettivo è, piuttosto, partire da esso per rileggere la funzione storica che l'antica Lucania ha svolto nel Mezzogiorno e capire se, nel contesto attuale, la Basilicata possa recuperare almeno in parte quel ruolo che ebbe fino al XII secolo.
Da quel momento, infatti, profondi cambiamenti economici e sociali resero le aree interne – per così dire – ancora più “interne”. Il candelabro etrusco e le numerose tombe presenti nell’area non sono un’eccezione, ma testimonianze da collocare nel quadro delle relazioni commerciali, politiche, economiche e religiose che caratterizzavano l’Italia meridionale in età preromana, prima dell’unificazione del territorio sotto Roma. Come ricordava lo storico Racioppi, basta “gittare uno sguardo” sulla carta geopolitica del tempo per comprenderne la complessità. Tra il VI e il IV secolo a.C. l’area meridionale era infatti plasmata da tre grandi presenze: gli Etruschi, insediati da Pontecagnano a Capua; i Greci, sia sul Tirreno con Poseidonia, sia nello Ionio da Taranto a Crotone passando per Metaponto, Sibari e Siri; e i Lucani, popolazione di ceppo osco-sannita, stanziati tra Sele, Ofanto, Bradano e Lao, attraversati da fiumi allora navigabili come Agri, Sinni e Basento. Proprio il posizionamento della Lucania, unito alla rete fluviale, rese quest’area un punto di scambio commerciale e culturale di primaria importanza. L’origine del nome “Lucania” è tuttora discussa: “terra dei lupi”, “terra dei boschi”, o ancora “terra a oriente”. Quest’ultima interpretazione è particolarmente interessante, perché riflette la posizione della regione rispetto ai popoli italici che, attraverso le migrazioni sacre (ver sacra), lasciavano i territori d’origine per fondare nuove comunità, spesso dopo conflitti con le popolazioni locali. Ai confini della Lucania si trovavano, oltre a Greci ed Etruschi, Enotri, Ausoni, Iapigi, Brutii e Vituli – questi ultimi considerati all’origine del nome Italia. Le conquiste lucane, come quella di Poseidonia, contribuirono al loro processo di espansione e alla formazione di una cultura mista, come mostrano anche le ricerche archeologiche e la mostra dedicata ai rapporti tra Etruschi e Lucani tenuta a San Gimignano nel 2018. Tracce di questa commistione emergono persino nell’enogastronomia antica, come nel caso della coltivazione della vite “maritata”. La funzione di cerniera della Lucania tra Tirreno, Ionio e Adriatico era evidente già in epoca protostorica e continuò nei secoli successivi. Dopo essere stata parte del ducato longobardo e del Principato di Salerno, ritrovò centralità con l’ascesa dello Stato normanno: Melfi divenne prima capitale della Contea di Puglia e poi del Ducato di Puglia e Calabria. Questa centralità si indebolì quando la principessa longobarda Sighelgaida sposò Roberto il Guiscardo, favorendo l’unificazione del Mezzogiorno ma spostando il baricentro politico altrove. Dal tardo Medioevo in poi, con la nascita del Regno di Sicilia e poi del Regno di Napoli, la Basilicata perse definitivamente il ruolo di area di transito e mediazione. Eventi successivi, come la promulgazione delle Costituzioni di Melfi di Federico II di Svevia, l’assegnazione dei feudi a famiglie potenti come i Doria o le riforme borboniche, non modificarono la condizione strutturale della regione. La Basilicata rimase soprattutto una terra di estrazione di risorse, funzionale alle esigenze fiscali e politiche dei centri di potere esterni, secondo una logica che potremmo definire oggi “estrattivista”. Una dinamica, per molti aspetti, ancora riconoscibile. Questa sintesi storica non è un esercizio erudito, ma un punto di partenza. Per secoli la Basilicata è stata un crocevia del Mezzogiorno, un luogo di incontro e trasformazione. Rileggere questa vocazione oggi significa puntare su connessioni forti: infrastrutture moderne, corridoi logistici efficienti, reti culturali e territoriali capaci di unire le diverse aree della regione e di rafforzare i legami con il resto del Sud. Accanto a ciò, la valorizzazione del patrimonio archeologico e la promozione di un turismo culturale integrato possono diventare leve economiche importanti. Lo stesso vale per il sostegno alle economie locali, in grado di innovare le filiere tradizionali e di crearne di nuove, radicate nel territorio. Per ricostruire una funzione unificante servono condizioni precise: una governance regionale stabile e autorevole, reti di collaborazione strutturata con Puglia, Calabria e Campania, e politiche pubbliche mirate che tengano conto delle specificità territoriali. Solo così la Basilicata può tornare a essere un nodo strategico nel Mezzogiorno contemporaneo. Il candelabro di Ruvo del Monte, oltre al suo valore artistico, è un simbolo: ricorda come la Lucania – oggi Basilicata – abbia più volte svolto un ruolo cruciale di intermediazione culturale, economica e politica. Rileggere il passato con gli occhi del presente significa adottare politiche coerenti su infrastrutture, tutela del patrimonio, formazione, valorizzazione dell’Università della Basilicata e sostegno all’imprenditorialità locale. Solo così la Basilicata potrà recuperare e reinterpretare la propria funzione storica, trasformandola in una strategia moderna di crescita per l’intero Mezzogiorno: non replicando modelli antichi, ma traducendoli in nuove opportunità di sviluppo.
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