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Carige e Alitalia: un filo rosso nel Paese del lieto fine che non lo era

C’è una costante, di questa stagione italiana fatta di chiacchiere e danni che persisteranno: la tendenza a lanciare messaggi rassicuranti su esiti che continuano ad essere rinviati. Le due ultime situazioni, in ordine cronologico, sono molto diverse tra loro ma unite da un filo rosso: parliamo di Carige e Alitalia.

La prima, che ha ricevuto un prestito salvifico (per ora) dal braccio volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi, è in attesa di un cavaliere bianco per attuare l’ennesimo aumento di capitale risolutivo (ah no, scusate, non si deve usare quel termine ma “decisivo”).

Ebbene, qualche giorno addietro, sui giornali, è comparsa la notizia di un interesse niente meno che del maggior asset manager del pianeta, BlackRock. Ora, io mi intendo poco di queste cose, ma l’idea che BlackRock. che nella vita fa tutt’altro, possa comprarsi direttamente una banchetta locale italiana, passando attraverso l’acquisto del suo “patrimonio” di sofferenze e crediti deteriorati, mi è sempre suonata singolare.

Al limite potremmo ipotizzare, per le Non performing exposure di Carige,che uno dei fondi globali creati e gestiti dall’asset manager americano possa fare un’offerta. Del tutto differente è comprarsi la banca. E leggere, come si è letto nei giorni scorsi, che in realtà l’operazione sarebbe molto sensata perché Carige dispone di un piccolo brand di private banking, quindi perfettamente funzionale (!) a distribuire i prodotti BlackRock, fa semplicemente sorridere.

Ma non mettiamo limiti alla divina provvidenza. Come noto, tutti gli asset italiani sono estremamente appetibili per lo Straniero. Del resto, tutto si inserisce in quella operazione un po’ strabica che da un lato punta ad evitare svendite del nostro patrimonio nazionale e dall’altro spinge a mendicare acquirenti esteri, a volte anche esprimendosi in termini che nulla hanno a che spartire col concetto di dignità.

In ogni caso, visto che in Carige è presente in modo massiccio il braccio volontario del fondo interbancario, come fortemente desiderato dai nostri banchieri, quelli che hanno appena finito di chiedere la testa di Margrethe Vestager per la sentenza del tribunale Ue, siamo nel migliore dei mondi possibili.

Ora il Fondo potrà dare prova della sua potenza di fuoco e magari aumentare la dotazione ben oltre i 320 milioni messi sin qui.Diversamente, in caso non vi fossero altri soci potenziali, il rischio è quello di giungere alla risoluzione della banca, ed in quel caso l’obbligazione subordinata del Fondo verrebbe azzerata o abbattuta significativamente di valore. Ma, ehi, che sarà mai? In fondo (letteralmente), è quello che i nostri banchieri auspicavano, no? Voglio dire, avere la possibilità di usare schemi “privati” di salvataggio per dimostrare in modo inoppugnabile che il bail-in è brutto, sporco, cattivo e desueto. Un vero atto contro natura.

E, in nome del sacro articolo 47 della Costituzione (“risparmio morto che parla”, nella Smorfia), potremo finalmente immolare decine di miliardi del sistema bancario, per dimostrare che il bail-in è una pessima idea e che le nostre banche sono solidissime, anche se sottoposte a ripetuti traumi. E nessuno fiati, altrimenti il ministro Giovanni Tria potrebbe accusarvi di disfattismo ed intelligenza col Nemico, cioè con quelle forze che “nell’Unione europea” tramano per indebolire i nostri istituti. Però se ha i nomi li faccia, ministro.

Come che sia, tranquilli: l’aumento di capitale di Carige ci sarà, sarà ottimo e abbondante perché la banca fa gola a molta gente, non solo in Europa, e vivranno tutti felici e contenti. Anche per quel motivo l’altro concorrente immaginario si è tirato indietro stamane. Ma si sa, tutta tattica per non pagare il giusto ed altissimo prezzo di ciò che vale.

Proprio come il lieto fine per Alitalia è ormai in avvicinamento alla pista di atterraggio. L’amministratore delegato di FSGianfranco Battisti, è ottimista per natura, altrimenti non potrebbe guidare le ferrovie. Di partner industriali c’era anche qui la fila, tutti col cappello in mano. Torme di compratori premono alla frontiera, gridando “Italia, Italia!”.

Ad oggi, manca circa il 40% di non si sa cosa, ma siamo fiduciosi che “entro Pasqua”, che notoriamente è legata al concetto di resurrezione, avremo quadrato il cerchio. Nel frattempo, pare che Battisti si accinga a chiedere una proroga al suo tentativo. C’è chi dice a fine maggio, magari dopo la fatidica data del 26, quando l’Europa sarà ai piedi di Salvini e Di Maio e lo statuto della Bce sarà stato modificato per poter monetizzare il deficit italiano.

Io invece continuo ad avere soprattutto un grande desiderio: capire quali sono le centrali che producono questi spin sui meravigliosi epiloghi che non lo saranno. Un meccanismo che da sempre mi affascina, visto che l’Italia è il luogo sulla terra dove tutto punta all’happy end fino ad un minuto prima che la situazione precipiti. Deve esistere un ruolo per la nostra libera stampa, in questo processo di caduta dal letto.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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