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 Home page > Tribuna Libera > Cani da guardia del potere.

Cani da guardia del potere.

Panem, missili e microfoni: la propaganda non è mai morta

Nell’antichità il potere era brutale ma sincero.
Gli imperatori romani distribuivano grano, olio e spettacoli per comprare consenso. Panem et circenses: mangia, applaudi, taci. Nessuna ipocrisia. Il patto era chiaro.

Oggi il grano è sostituito da slogan, i giochi dal bombardamento mediatico continuo, e l’arena è la stampa. Ma la logica è identica: chi controlla il racconto controlla il popolo.

Il ciuffettone biondo a stelle e strisce, lo zar del Cremlino, i teocrati iraniani, il premier israeliano sotto assedio giudiziario, fino ai capi di governo europei in doppiopetto: cosa hanno in comune?
La paura.
Non del nemico esterno, ma di una cosa sola: una domanda non concordata.


Il potere ama i giornalisti, purché siano addomesticati

La propaganda moderna non chiede più consenso: pretende adesione.
Chi si adegua è “professionale”.
Chi incalza è “fazioso”.
Chi insiste diventa “nemico”.

Trump lo ha mostrato senza filtri: dileggio pubblico, umiliazione in diretta, giornalisti trasformati in bersagli da social e comizi. Non serve arrestarli: basta esporli al ludibrio, lasciarli in pasto alla folla digitale. Una moderna damnatio memoriae, fatta di meme e minacce.

Putin ha perfezionato il metodo: chi non si uniforma non viene insultato — sparisce. O in prigione, o in esilio, o in una statistica mal compilata. Il messaggio è chiarissimo: la stampa è libera, purché dica quello che deve dire.

Sì, ed è proprio qui che il discorso diventa più scivoloso — e quindi più interessante. Perché in Europa non siamo nel territorio della censura palese, ma in quello molto più comodo della disinformazione rispettabile, spesso affidata a volti noti, firme riconoscibili, opinionisti “trasversali”.

E allora la domanda non è scandalosa, è legittima:

chi ci dice che una parte di questa narrazione non sia incoraggiata, amplificata o indirettamente sostenuta da potenze straniere, Russia compresa, attraverso canali che possiamo benissimo immaginare?


La disinformazione con la cravatta

In Europa la propaganda non arriva con gli stivali, ma con il blazer.
Non urla, sussurra.
Non impone, normalizza.

Talk show, editoriali, podcast, convegni “per la pace”, analisi sempre uguali nei tempi e nei toni:

  • l’Occidente è sempre colpevole,

  • l’aggressore è sempre “provocato”,

  • le democrazie sono ipocrite,

  • gli autocrati sono “complessi”.

Tesi legittime, per carità.
Ma quando diventano monocordi, quando tornano identiche su bocche diverse, in paesi diversi, con le stesse parole-chiave, allora il dubbio non è paranoia: è metodo critico.


Il modello è noto (e studiato)

Non serve immaginare complotti fantascientifici.
Le operazioni di influenza sono ampiamente documentate a livello accademico e investigativo:

  • finanziamenti indiretti a media “alternativi”

  • fondazioni culturali opache

  • think tank apparentemente indipendenti

  • compensi per conferenze, viaggi, consulenze

  • amplificazione algoritmica mirata

Nulla di illegale in apparenza.
Nulla di dimostrabile caso per caso senza prove giudiziarie.
Ma il disegno complessivo esiste, ed è ingenuo far finta di no.

La Russia di Putin non ha mai nascosto di considerare l’informazione un’arma.
La differenza è che in Europa l’arma non spara: convince.


Utili idioti o complici inconsapevoli?

Qui non serve nemmeno la mala fede.
Molti non sono pagati.
Molti sono solo funzionali.

È il trionfo dell’“utile idiota” aggiornato al XXI secolo:
persone convinte di essere libere pensatrici mentre ripetono, inconsapevolmente, una narrazione che fa comodo altrove.

E chi prova a dirlo?
Chi osa suggerire che forse non tutto è spontaneo?

Viene accusato di:

  • voler zittire il dissenso

  • essere un servo dell’atlantismo

  • fare caccia alle streghe

Ancora una volta: la discussione non si fa sul merito, ma sull’intenzione.


Il cortocircuito europeo

Il cortocircuito è evidente:
in nome del pluralismo si tollera qualsiasi narrazione,
ma si delegittima chi chiede trasparenza sulle fonti di quella narrazione.

E così:

  • il sospetto diventa scandalo

  • la domanda diventa colpa

  • l’analisi diventa “allineamento”

Mentre intanto la disinformazione — se c’è — lavora serena, protetta dal rumore.


La vera domanda che dà fastidio

La domanda non è: “Putin paga questo o quello?”
La domanda seria è un’altra, molto più scomoda:

perché alcune narrazioni trovano sempre spazio, protezione e coro, mentre altre vengono immediatamente isolate e ridicolizzate?

Se la risposta è “perché sono migliori”, bene: dimostriamolo.


Se invece è “perché sono utili”, allora abbiamo un problema.

E non è russo.
È nostro.

In Iran il giornalismo indipendente è considerato una colpa morale prima ancora che politica. Scrivere è un atto sovversivo. Raccontare è tradimento. Qui il consenso non si chiede: si impone.Ed essere giornalista servo del potere in Iran vuol dire essere complice di teocrati criminali.

Israele, democrazia sotto stress permanente, ha imparato un’altra arte: delegittimare. Chi racconta ciò che disturba viene accusato di tradire, di aiutare il nemico, di essere “contro il popolo”. È una tecnica antica e pericolosa: trasformare la critica in eresia.


E noi? L’Occidente che ride, ma punisce

Non servono carri armati quando bastano sorrisetti, conferenze stampa selettive e porte chiuse.
Chi fa la domanda sbagliata viene ignorato, saltato, isolato. Chi insiste non viene più invitato. Una censura elegante, borghese, quasi educata.

Lo ha fatto anche la Meloni, con toni meno plateali ma altrettanto indicativi: il potere non ama chi non recita la parte assegnata. Non ti arresta, ma ti segnala. Non ti colpisce, ma ti marchia.

E la stampa? Spesso si presta al gioco.
Per paura di perdere accesso.
Per comodità.
Per carriera.

Così il giornalista diventa stenografo, il talk show un altare, l’intervista una carezza. E chi prova a rompere il copione viene guardato come un appestato: “ci fai fare brutta figura”.


Dal grano romano al silenzio moderno

Roma almeno nutriva il popolo. 

Gli imperatori erano seri, davano davvero il pane, ma qui ti salassano di tasse affinche le loro formazioni possano beneficiare di una quota spesso elargita dagli stessi politici, con una fetta di 15 o 20mila euro al mese del loro stipendio ma sulle spallle di noi tutti. 
Oggi il potere offre paura, nemici immaginari, emergenze permanenti e un’informazione addestrata a non disturbare il manovratore.

Il politico ti estorce consenso e a volte anche soldi perchè devi finanziarlo per la sua sporca campagna elettorale, con tessere e quant'altro.

La propaganda non è cambiata: ha solo imparato a sorridere.
E la stampa, quando dimentica di mordere, diventa parte del banchetto.

Ma la storia insegna una cosa sola:
il potere che teme le domande è un potere già in crisi.
E ogni impero, prima di cadere, comincia sempre col prendersela con chi racconta la verità.

Il resto è solo rumore.
E applausi comandati.


I cani da guardia del racconto

Oggi può accadere – e accade sempre più spesso – che chi non si uniforma alla narrazione stabilita non solo dalla politica, ma anche da dirigenze statali, apparati, magistrature, “fonti qualificate”, venga colpito non dall’alto, ma di lato.
Dai colleghi. Dai pari grado. Da chi, per mestiere, dovrebbe esercitare spirito critico e non spirito di branco.

Il meccanismo è subdolo:
non ti censurano, ti ridicolizzano.
Non ti smentiscono nel merito, ti delegittimano come persona.
Non discutono ciò che dici, ti etichettano: complottista, irresponsabile, estremista, “fuori dal coro” (detto sempre con disprezzo).

E così la narrazione si auto-protegge.


Il giornalismo che sorveglia sé stesso

È qui che nasce la forma più efficace di controllo:
quando i giornalisti diventano i custodi del perimetro, i controllori dell’ortodossia narrativa.
Chi prova ad allargarlo viene guardato storto, isolato, irriso.
“Ma perché insisti?”
“Così fai il gioco di…”
“Non è questo il momento.”

Frasi che non arrivano da un ministro, ma da una redazione.
Non da un portavoce, ma da un collega.

È l’autocensura elevata a virtù.
La prudenza scambiata per professionalità.
L’allineamento spacciato per equilibrio.


Quando il dissenso diventa una colpa morale

Il passo successivo è micidiale:
chi non si uniforma non è più solo “in errore”, ma moralmente sospetto.
Non sbaglia: tradisce.
Non dissente: disturba.
Non indaga: crea problemi.

E così il giornalismo smette di essere cane da guardia del potere e diventa cane da guardia del racconto del potere.
Un racconto spesso costruito a più mani: politica, apparati, tecnocrazie, procure, comunicazione istituzionale. Un fronte largo, compatto, che non ama le crepe.


Il paradosso finale

Il paradosso è feroce:
la libertà di stampa non viene abolita, viene resa inutile.
Formalmente intatta, sostanzialmente addestrata.

Chi si adegua sopravvive.
Chi insiste paga in reputazione, inviti, spazio, carriera.
Nessun editto. Nessuna cella.
Solo un sorriso ironico e una porta che non si apre più.

Ed è così che la propaganda vince davvero:
quando non ha più bisogno di imporre il silenzio,
perché il silenzio diventa una scelta condivisa.

A quel punto non servono imperatori, né ciuffi biondi, né zar.
Basta una redazione che ride.
E un giornalista che smette di fare domande.

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