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Cancro e consumo di cibi elaborati: nuove evidenze su BMJ

Un aumento del 10% nella proporzione di alimenti ultra-trasformati nella dieta è associato a un aumento significativo del 12% di rischio di sviluppare un tumore, in particolare al seno. Incriminate anche frutta e verdura: se troppo processate non sono genuine come speriamo.

di Cristina Da Rold

La relazione fra alimentazione e rischio di cancro si chiarisce sempre di più. Oggi uno studio prospettico condotto e pubblicato su BMJ ha evidenziato che un aumento del 10% nella proporzione di alimenti ultra-trasformati nella dieta è associato a un aumento del 12% di rischio di sviluppare un tumore e in particolare dell’11% di cancro al seno.


Podcast: BMJ

Per fare un paragone, quando un paio di anni fa lo IARC aveva pubblicato la sua famosa monografia sulla cancerogenicità della carne rossa, il rischio aumentato di cancro al colon retto per ogni porzione da 50 grammi di carne lavorata assunta ogni giorno era del 18% maggiore rispetto al rischio medio fra la popolazione di sviluppare lo stesso cancro.

In questo studio a essere incriminati sono gli alimenti e le salse ultra-elaborate: non solo di prodotti dolciari di qualsiasi tipo (biscotti, dessert da frigo) ma anche le tanto salutari frutta e verdura, se vengono consumate molto elaborate, in forma di purea di frutta o sciroppi, succhi di frutta e verdura confezionati, sandwiches, e pizza surgelata.

Lo studio ha coinvolto 104.980 partecipanti dai 18 ai 79 anni, con un’età media 42.8 anni, della coorte francese NutriNet-Santé per il periodo 2009-17, raccogliendo per ognuno di loro informazioni periodiche su 3300 diversi alimenti consumati, classificati in base al loro grado di elaborazione.
Oltre la metà di questi prodotti trasformati era un prodotto industriale, un quarto fatto in casa e per il rimanente quarto si trattava di alimenti confezionati da ristoranti o simili.
Se guardiamo invece a quanto ogni tipo di alimento ultra-elaborato contribuiva alla dieta del campione esaminato, al primo posto troviamo i prodotti zuccherini (26% dei prodotti consumati) seguiti dalle bevande (20%) e da alimenti ricchi di amidi come i cereali da colazione (16%). Al quarto posto frutta e verdura ultra elaborate, che pesano per il 15% sul totale.

Chi è dunque più a rischio? I ricercatori hanno suddiviso il campione in gruppi, a seconda della quantità di cibi ultra-processati consumati all’interno della propria dieta, per confrontare i risultati. Questo ha permesso di osservare che il primo quarto – coloro i quali cioè mostravano un consumo più elevato di questi alimenti (in 18,7% degli alimenti consumati nella giornata) avevano un rischio di sviluppare il cancro maggiore. Senza dimenticare il fattore socio-economico. In questo gruppo erano presenti persone tendenzialmente a essere più giovani, fumatori e mediamente meno istruiti, con meno storie di cancro in famiglia e meno avvezzi all’attività fisica.

Le ipotesi che i ricercatori avanzano su BMJ a proposito di questa correlazione sono tre: primo, questi alimenti contengono più grassi e zuccheri rispetto ad alimenti più semplici, giocando un importante ruolo sullo sviluppo dell’obesità, che è un fattore di rischio riconosciuto per cancro al seno nelle donne in menopausa, cancro allo stomaco, al fegato e in molti altri siti. Per non parlare del contenuto di sale, spesso elevatissimo in prodotti come zuppe pronte, biscotti e carne lavorata. Già altri studi precedenti avevano suggerito che gli alimenti ultra-elaborati contribuiscono ad aumentare il rischio di disturbi cardiometabolici – come l’obesità, l’ipertensione e la dislipidemia, ma nessuno studio epidemiologico prospettico aveva valutato l’associazione diretta tra un gruppo di prodotti ultra elaborati e il rischio di cancro.

La seconda ipotesi riguarda invece il range di additivi contenuti negli alimenti confezionati, e in particolare la presenza in un unico prodotto di più sostanze, di cui non conosciamo gli effetti congiunti sul nostro organismo. Sono oltre 250 gli additivi autorizzati nell’industria alimentare in Europa e Stati Uniti e solo per alcuni di essi abbiamo delle evidenze scientifiche circa le loro proprietà carcinogene, e per la maggior parte – chiosano gli esperti – solo da modelli animali. Un esempio – si legge – è il Diossido di Titanio, un additivo molto usato come agente sbiancante o in imballaggi a contatto con alimenti o bevande per fornire una migliore consistenza e proprietà antimicrobiche. Studi sperimentali, condotti principalmente su modelli murini suggeriscono che questo additivo potrebbe iniziare o promuovere lo sviluppo di lesioni pre-neoplastiche nel colon e infiammazione intestinale cronica. L’Organizzazione mondiale della sanità e l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro hanno valutato il TiO2 come “potenzialmente cancerogeno per l’uomo” (gruppo 2B). Un altro esempio è il bisfenolo A, un contaminante sospettato di migrare dagli imballaggi in plastica di alimenti ultra-elaborati. Le sue proprietà di distruttore endocrino hanno portato l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) a giudicarla “una sostanza estremamente preoccupante”.

In terzo luogo, la lavorazione degli alimenti e in particolare i trattamenti termici producono contaminanti neoformati (ad esempio l’acrilammide) in prodotti ultra-elaborati come patatine fritte, biscotti, pane o caffè. Una recente meta-analisi ha rilevato una modesta associazione tra l’acrilamide in ambito alimentare e il rischio di cancro del rene e dell’endometrio nei non fumatori. Inoltre, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare ha ritenuto che le prove ottenute da studi su animali fossero sufficienti per classificare l’acrilamide come genotossico.

@CristinaDaRold

Questo articolo è stato pubblicato qui

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