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34.361 morti: ecco la lista dei migranti deceduti sulla rotta per l’Europa

Nella sua versione cartacea del 20 giugno il Guardian ha pubblicato una lista di 34.361 persone morte sulla rotta verso l'Europa: un numero certamente incompleto e impreciso, ma che ci dà una misura della tragedia che si sta consumando sotto i nostri occhi. 

Il quotidiano inglese Guardian in occasione della Giornata Mondiale del rifugiato che correva mercoledì 20 giugno ha pubblicato la lista delle 34.661 persone morte sulla rotta per l'Europa. I dati arrivano dalla Ong olandese United for Intercultural Action, che dal 1993 recensisce le morti sulla rotta verso l'Europa: 61 morti nel 1993, anno della prima registrazione, 3915 nel 2017. 

Il quotidiano inglese ha aggiunto la lista, stampata, alla sua edizione di ieri, 20 giugno. 

The Guardian today has printed in their newspaper a list of 34,361 refugees who are known to have died trying to make it to Europe. pic.twitter.com/IqqLD5rCCX

— Scott Bryan (@scottygb) June 20, 2018

Qui è possibile scaricare il pdf con la lista completa di 56 pagine suddivisa per data di ritrovamente del corpo, nome, origine (quando possibile), causa della morte e la fonte dell'informazione. La maggior parte dei corpi, purtroppo, non hanno un nome.

Vieni chiarito, dalla stessa United for Intercultural Action, che la lista non è esaustiva e che rappresenta solo una parte dei rifugiati morti scappando dal loro paese: di molti non si saprà mai il nome. La maggior parte delle persone sono morte in mare (80% dei nomi presenti), altre in centri di detenzione, circa 400 sono morti per suicidio; 600 uccisi per mano di qualcun'altro. 

"I corpi giacciono senza documenti sul fondo del Mediterraneo; nessuno sa quanti migranti sono scomparsi nel Sahara, che può anche essere mortale quanto il mare per coloro che lo attraversano. È quasi impossibile seguire i rimpatriati, soprattutto se non vi è la volontà di farlo", dice il quotidiano. Come fare? Esistono studi che suggeriscono che i Big Data potrebbero aiutare a migliorare il monitoraggio dei decessi. Un gruppo di ricercatori del progetto Global Pulse delle Nazioni Unite suggerisce che modelli predittivi che si basano sui dati dei disatri in mare, potrebbero rendere più efficaci le squadre di ricerca e salvataggio.

Qui sotto l'infografica del Guardian. 

500 nomi, inoltre, appartengono a persone morte una volta arrivate in Europa, quando il processo di richiesta di asilo era inziato: in un centro, una prigone o un campo. Dal 2014 il numero annuale di morti è aumentato, in conseguenza dell'esplosione del conflitto siriano. 

"Il significato principale rappresentato da questa lista sta nel fatto che è un segnale: ci mostra che questo processo va avanti da 25 anni e chi è scioccato ora avrebbe dovuto esserlo già molto tempo fa" dice Thomas Spijkerboer, professore di Migration Law at Vrije Universiteit Amsterdam. 

Continua, il Guardian, parlando della politica europea a questo riguardo: 

L'UE ha risposto cercando di esportare il problema in Africa, con un fondo fiduciario UE-Africa di 2 miliardi di euro destinato al sostegno di politiche che impedissero alle persone di partire. Nel 2014 sono circa 1.700 i decessi dentro e fuori le coste africane attribuiti a migranti che cercavano di raggiungere l'Europa; nel 2017 questo numero era quasi raddoppiato, mentre nello stesso periodo i decessi in Europa si sono dimezzati." 

 
"Alcuni direbbero che ci siano meno morti in Europa e che, di conseguenza, la politica dell'UE sta funzionando", dice Ann Singleton, professoressa specializzata in questioni relative alle migrazioni dell'Università di Bristol. "Ma sono talmente tanti i dati sconosciuti. I decessi non sono riportati se si verificano in aree remote dell'Africa, nell'entroterra, o nei campi di detenzione libici". 
 
 
"Se si guardano le mappe (interettive, prodotte dal Guardian), sembra che il Mediterraneo sia la zona più pericolosa del mondo per i viaggi dei migranti. Ma non possiamo dire se è vero con certezza, perché semplicemente non sappiamo cosa sta succedendo altrove", spiega Singleton.
 
Per quanto riguarda il monitoraggio e la raccolta di dati Singleton è molto chiara: "Ci sono ottimi esempi in Italia e Grecia di progetti che utilizzano dati forensi per identificare i corpi, raccogliere dati e rintracciare la famiglia del defunto" ma si tratta di analisi costose. Ed è normale che la priorità delle Ong sia salvare chi rischia di morire, non recensire i morti. 
Secondo l'accademica un'informazione migliore sulla morte dei migranti è un primo passo importante, ma non è una soluzione. "Non vogliamo raccogliere dati, ma rotte migratorie sicure (...) In un mondo ideale, in un mondo umano, non ci sarebbero dati da raccogliere".
 
Suicidi
 
Il Guardian cita l'esempio di Oumar Dansokho, che si è tolto la vita in Belgio dandosi fuoco per non aver ottenuto lo status di rifugiato: 25 anni, orginario della Guinea, aveva inziato il processo di richiesta nel 2008. Nel 2015 l'Agenzia belga per l'asilo gli ha negato lo status. 
Oppure, ancora, in Inghilterra (unico stato in Europa che detiene immigrati irregolari a tempo indeterminato, dice il Guardian) il caso di Manuel Bravo, che nel 2005 si è impiccato nel centro di detenzione di Yarl Wood, nel Bedfordshire, il giorno prima della sua deportazione, insieme al figlio in Angola. Sapeva che i funzionari dell'immigrazione non potevano espellere il figlio Antonio, 13 anni, senza un genitore. Una nota è stata ritrovata nella sua stanza: "Mi uccido perché non ho più una vita da vivere. Voglio che mio figlio Antonio rimanga nel Regno Unito per continuare gli studi". Manuel Bravo è morto nel giorno del suo 35° compleanno. 
 
 
Metodologia
I volontari e il personale di United for Intercultural Action aggiornano i dati ogni anno, trascorrendo sei mesi a verificare i rapporti, classificando i decessi e inserendoli nel database. Hanno iniziato a raccogliere dati nel 1992, anche se i primi dati risalgono al 1989. Il 1993 è
il primo anno con un numero significativo di dati pubblicati. 
 
Quando il progetto è iniziato, l'Ong riceveva ritagli di giornale da tutta Europa. Ora lavorano ricevendo segnalazioni via email e con Google Alerts in diverse lingue. "Ci siamo detti che leggere di una morte in mare potrebbe non scioccare, ma che se le mettevano insieme i numeri di tutte le persone decedeute avrebbero iniziato a interessarsene", dice Geert Ates, membro fondatore dell'organizzazione. 
 
"Il numero totale di decessi deve essere usato con cautela. Ci sono migliaia di morti che non possiamo recensire ed è possibile che in qualche caso una morte venga riportata più volte perché magari un incidente è stato riportato da più fonti. Si tratta di un utile punto di partenza per iniziare a osservare le principali tendenze, ma non è in nessun modo un resconto completo e attendibile", dice il quotidiano inglese. 

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