La Cina, con tanti casini interni e minoranze incazzate, ha sempre avuto l’interesse che il Nepal fosse stabile, non fungesse da base per attività politiche e militari dei tibetani e limitasse l’influenza indiana. Un risultato pienamente raggiunto durante i 50 anni di monarchia come quando l’esercito nepalese (nel 1974) collaborò a distruggere i guerriglieri tibetani Khampa che operavano nel Mustang e nelle regioni settentrionali del Nepal. Addirittura il loro leader fu imprigionato e giustiziato a Kathmandu. L’astuzia dei sovrani fu di mantenere una equidistanza fra le due superpotenze vicine, muovendosi verso l’una o l’altra in base alle convenienze di Kathmandu. Una strategia che dovrebbe essere seguita dai confusi governanti attuali.
Quindi Pechino vide con enorme fastidio l’insorgenza maoista e la considerò un elemento di disturbo, di rischio per la stabilità del Nepal e di potenziale scusa per gli indiani per occupare (in forme diverse) il paese. Nel 2005, l’Ambasciata cinese di Kathmandu emise un comunicato richiedendo ai guerriglieri di non abusare del nome di Mao; nello stesso anno il portavoce del ministero degli esteri Kong Quan dichiarò “this group (i maoisti nepalesi) has nothing to do with China, and we felt indignant that they usurped the name of Mao Zedong, the great leader of the Chinese people.” La stampa cinese li definiva ribelli e i maoisti nepalesi per reazione parlavano dei leader cinesi come revisionisti e reazionari. Insomma i rapporti non erano brillanti. Come ovunque nel mondo, Pechino pensava più al denaro che alle comunanze ideologiche e a tutti gli osservatori sembrava stravagante l’idea di una rivoluzione proletaria; non si era più negli anni ’50 o ’60.
L’atteggiamento dei cinesi iniziò a cambiare quando i maoisti emersero come principale realtà politica del paese dopo al rivoluzione e la fine della monarchia nel 2006 nell’ottica sempre dei propri interessi non certo per ragioni di comuni ideali. Prachanda, fino ad allora tenuto lontano come la peste, fu invitato come ospite d’onore alla chiusura dei Giochi Olimpici (2008) e flussi di funzionari iniziarono a muoversi fra i due paesi. Obiettivo dei cinesi firmare un nuovo trattato d’amicizia che consentisse una più fluida presenza commerciale cinese e un mutuo controllo delle frontiere (e dei tibetani di Kathmandu).


























