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Rapporti India-Italia: dai marò ai due italiani sequestrati

Due casi politico-diplomatici in poche settimane scuotono i rapporti con l'India, nuova potenza globale che pretende rispetto. E' sempre meglio capire il punto di vista dell'altra parte se vi è l'intenzione di risolvere i problemi. Senza fare i gradassi e senza demagogia.

Come sempre, le disgrazie non vengono mai sole, ed ecco che accanto alla questione dei due marò italiani in prigione in India sì è aperta quella dei due italiani rapiti in Orissa.

Sulla seconda, un sacco d’articoli e commenti sui maoisti (naxaliti) indiani. Un fenomeno complesso che collega gruppi tribali espropriati dalle loro terre, banditi, intellettuali frustrati, poveracci di ogni luogo del subcontinente. Si ritiene che non esista una vera strategia unitaria, ma siano tante bande poco collegate da una vaga ideologia; le armi arrivano dagli immensi mercati clandestini nati con la guerra dell’Afghanistan (con i soldi dell’Occidente) che transitano dal Pakistan (spesso gestiti dai servizi segreti pakistani, finanziati massicciamente dagli USA), insieme all’eroina, per il Nepal senza governo, malgrado anche qui l’Occidente abbia speso miliardi di dollari, impiegate migliaia di espatriati con l’UNMIN e le altre organizzazioni internazionali per stabilizzarlo. Dalle lunghe frontiere bucate arrivano ai trafficanti del Bihar, ai guerriglieri Naga dell’Assam, e alle tante bande che agiscono nell’India nord-orientale.

I maoisti nepalesi presero spunto ideologico e organizzativo da quelli Indiani ma i rapporti sono stati sempre molto limitati e, ora, nulli per ovvie ragioni economiche e politiche. Insomma armi e denaro che provengono, indirettamente dall’Occidente; tensioni sociali sottostanti alla guerriglia dalla corsa dei grandi gruppi finanziari indiani e occidentali per accaparrarsi le risorse naturali nelle aree tribali e periferiche dall’India, togliendo la terra ai contadini. Ma per approfondire questa vicenda è meglio lasciar perdere i giornali italiani che ripetono sempre le stesse cose e leggersi il bel libro di Arundhati Roy, "In marcia con i ribelli" (Guanda, 18 euro), che questa gente e i loro problemi almeno conosce direttamente. Fra l’altro il libro è appena uscito anche in Italiano.

Anche sui marò italiani la situazione è complessa. Probabilmente non sono state definite precisamente a livello di trattati internazionali, compiti, limiti, giurisdizioni e diritti di queste missioni di polizia internazionale; si è dato troppo per scontato, considerando che s’agiva, in prossimità di paesi considerati a basso peso politico. Ma l’India è una superpotenza, anche come “mood” dei suoi cittadini e vorrebbe, anche esagerando, essere trattata come tale. I politici indiani, come i nostri, devono assecondare l’opinione pubblica e sono in perenne campagna elettorale.

Gli amici indiani ci segnalano i toni non propriamente diplomatici usati durante i contatti fra i due governi e quello regionale. Pensano che poco si è detto e scritto sulla morte dei due pescatori, povera gente. Poi è chiaro, aggiungono, tutto diventa più complesso quando è strumentalizzato dai politici indiani e italiani. Pensieri confermati dalle migliaia di commenti giunti ai giornali sulla vicenda.

Quasi tutti scrivono di non minacciare l’India, che essa ha il diritto di processare (non necessariamente condannare) chi ha ucciso i due indiani, si sottolinea che il sistema giudiziario è indipendente da quello politico come in tutte le democrazie, si scrive delle azioni intimidatorie fatte da gruppi estremisti di destra ad indiani a Roma. Questo, per dire, che è sempre opportuno vedere le cose da tutti i punti di vista, per capire qual è la strada migliore per risolvere i problemi. In questo caso, fare i gradassi, non è la via migliore per riportare a casa i due militari.

Questo articolo è stato pubblicato qui


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