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Quella, non è mia figlia. Il caso irrisolto di Romina Del Gaudio

Una ragazza scompare.

Saluta la madre al mattino, e parte alla volta di Giugliano, alle porte di Napoli, anzi no.

Aversa.

Chissà, se quella mattina di giugno, il caldo era così soffocante come in questi giorni, tale da non consentirti di rammentare neanche il tuo nome, o di distinguere con facilità cifre e lettere stampate su un foglio, di quelli che servono ai promoter per vendere abbonamenti telefonici.

Ti ho chiesto di parlarmi, ma non mi hai dato risposta.

Nel tuo appartamento, al Vomero, scorgo tua madre.

La vedo ferma, con gli occhi persi nel vuoto ed il cervello che gira.

La “sento”, pensare.

Provo a ripercorrere le fasi di quella giornata, quel maledetto 4 giugno 2004.

Entravi ed uscivi dai negozi del centro di Aversa, carica di speranza, per concludere un contratto, che tradotto nel linguaggio di chi lavora, significa denaro: poco, ma in grado di soddisfare parte dei tuoi bisogni.

Romina Del Gaudio aveva 19 anni quando è scomparsa nel nulla, quella drammatica giornata di sette anni fa.

Vendeva contratti telefonici, per esercizi commerciali.

I colleghi la seguono con lo sguardo, nell’entrare ed uscire dai negozi.

Spesso a mani vuote.

Ma ad un certo punto della mattinata, la perdono di vista.

Romina non si trova.

Attimi frenetici che diventano giorni, tra polizia, informazioni, depistaggi, teorie, telefonate.

Ed il 21 luglio del 2004, a San Tammaro (Ce), presso il sito borbonico del bosco di Carditello, viene rinvenuto un cadavere, meglio, uno scheletro.

Ossa che si presentano subito, ad uno sguardo attento, come “vecchie” di secoli.

Ma non è così, diranno gli inquirenti. Sono stati i topi, i cani, a dilaniare il corpo, a seguito dell’omicidio.

Sì. Omicidio. Una coltellata alla schiena e due colpi calibro 22 alla testa, come per porre fine a quella vita in modo deciso.

O come un’esecuzione. 

Comincia un dramma, che conduce fino ai nostri giorni.

Ho incontrato Giorgio Pace, coraggioso avvocato di parte civile, legale della madre di Romina, Grazia Gallo.

Una donna combattiva, che non si è mai arresa e che vive ancora aggrappandosi ad una speranza.

“Quel cadavere non è mia figlia” – suole ripetere.

Avvocato Pace, chi era Romina Del Gaudio?

Una semplice ragazza del vomero di appena 19 anni, al momento della sparizione, che lavorava come promotrice di contratti di telefonìa.

La mattina del 4 giugno 2004 partì da casa con destinazione Giugliano (Na), insieme ai suoi compagni di lavoro; successivamente - come dichiarano gli stessi colleghi - “mutarono idea” e si recarono ad Aversa, per promuovere questi contratti.

Arrivati sul posto, Romina si diede appuntamento con i colleghi, nel posto ove si erano lasciati, per rivedersi lì per l’ora di pranzo, ma a quell’appuntamento lei non si presentò mai.

Gli amici cercarono nell’immediato di contattarla, telefonandole, ma il cellulare squillava e nessuno rispondeva; in seguito se ne perderanno tutte le tracce, perché ad un nuovo tentativo, il cellulare risulterà “staccato”.

Vennero avvertiti i familiari, che cominciarono le ricerche (la madre ed alcuni parenti); attivate le forze di polizia, che inizialmente presunsero un allontanamento volontario, poi, trascorsi i giorni cominciarono ad indagare in altra direzione.

Il 21 luglio del 2004 vengono trovati dei resti umani presso il bosco della reggia di Carditello, grazie ad una segnalazione telefonica anonima. Dall’esame del Dna disposto dal pm ed eseguito dal Ris si evinse che i resti erano appartenuti a Romina Del Gaudio; da quel momento in poi partirono le ricerche dei colpevoli di questo efferato delitto, perché la ragazza venne trovata con una coltellata alla schiena e due colpi di pistola alla testa; i resti furono trovati in avanzato stato di decomposizione e quindi anche questo comportò una grande difficoltà, nella ricerca del Dna della vittima e dell’assassino; secondo il perito nominato all’epoca dal pubblico ministero, il corpo fu dilaniato dai cani randagi, dai ratti e poi a ciò si aggiungeva un’esposizione di circa un mese agli agenti atmosferici. In un simile contesto, le operazioni peritali furono davvero complicate.

Partirono le indagini, dunque. Su chi si concentrò, l’attenzione degli inquirenti?

In principio, su un corteggiatore di Romina, tale Agnino Luciano, dirimpettaio della ragazza. Romina respingeva i suoi continui slanci, ma sempre con rispetto. In precedenza, lo stesso le offrì un passaggio, per accompagnarla sul posto di lavoro; la ragazza, acconsentì, per toglierselo dalle orecchie e chiarire con educazione la sua indisponibilità; era molto gentile e non amava scontri.

La madre non ha mai creduto che quel corpo fosse di Romina.

Sì, non si è mai fermata e continua a combattere per ottenere giustizia e conoscere la verità. Forti dubbi, hanno assalito la signora, fin dal rinvenimento del corpo, che presenta in ogni caso delle anomalìe (stato di decomposizione troppo avanzato, rispetto al tempo trascorso dalla scomparsa al ritrovamento; tenuto conto di tutti gli agenti atmosferici possibili e dell’opera dilaniatrice di topi o cani); dubbio che è tornato, al momento in cui abbiamo ottenuto la riesumazione del corpo (aprile 2011) ed abbiamo potuto osservare, con i nostri consulenti di parte (Luciano Fattore e Salvatore Valiante ndr), che queste ossa sembravano riposare da tempo immemorabile, in quella posizione. Convinti da questo particolare aspetto e siccome personalmente ritengo che nessuna pista dev’essere trascurata, attendiamo a breve i risultati delle analisi su questo campione osseo (e la comparazione del Dna prelevato con il sangue della signora Gallo), che ci rivelerà se quel corpo è o non è di Romina Del Gaudio.

E se si trattasse di Romina?

Beh, qualora fosse lei, le piste seguite dalla Procura nella ricerca dei responsabili sono state in sostanza tre: un maniaco occasionale, che aveva rapito la ragazza, forse violentato e poi uccisa (non è stato possibile rilevare con certezza, questo ultimo particolare, ma è stato trovato il reggiseno tagliato con un coltello e questo farebbe presumere una violenza sessuale; insieme al reggiseno è stato rinvenuto un perizoma coperto da tracce spermatiche, il cui Dna sembra non appartenere ad alcuno, tra gli indagati – e poi la madre ha precisato che quelle mutandine non potevano essere della figlia, in quanto conosceva bene i suoi indumenti intimi; v’è da aggiungersi che quello era un luogo frequentato da “coppiette” e prostitute, quindi era facile trovarvi simili oggetti).

E poi c’è la strana storia del padre di Romina, Gennaro (che lavorava in Germania). Si è detto di una truffa di 150 milioni delle vecchie lire, cui avrebbe contribuito, per conto di criminali della zona casertana. Alcuni, ed anche la madre, hanno parlato del coinvolgimento del clan dei Casalesi.

La Procura si è mossa su più fronti; un po’ di confusione si è creata all’inizio, con alcune telefonate anonime che arrivavano alla madre di Romina per finire con la trasmissione di RaiTre “Chi l’ha visto?”, che in un certo modo hanno depistato anche le indagini.

Come dicevo, le piste seguite sono tre: quella del maniaco, alla quale dà molto peso la Procura (io ci credo poco); quella che porta al padre, il quale si era prestato a fare da interprete ad un gruppo di truffatori che erano di origini casertane e presenti in Germania (pare che Gennaro Del Gaudio abbia poi collaborato con la Giustizia tedesca, per smantellare questa organizzazione; che siano legati al clan dei Casalesi non è un dato accertato, allo stato non risulta affatto – molto spesso, di questi tempi, erroneamente si associa il fatto di trovarsi alla presenza di un “delinquente nato a Caserta” con la conseguenza: allora è “Casalese”; allo stato, ripeto, nessuna delle persone indicate, o sulle quali la Procura ha fatto attenzione risultano essere appartenenti od affiliati al clan dei Casalesi, né tantomeno risultano in alcun modo indagati per associazione camorristica o con l’aggravante dell’articolo 7).

Sì, ma questa collaborazione del padre con l’Autorità giudiziaria tedesca, risulta contemporanea alla sparizione di Romina?

Di poco precedente, ma non abbiamo dati certi rispetto a questa operazione, perché quando il pm chiese per rogatoria alle autorità giudiziarie tedesche di avere notizie, in merito a questo procedimento in Germania, fu negata l’autorizzazione così come la perquisizione domiciliare presso l’abitazione del Del Gaudio. Quindi, in sostanza, la Germania ha negato una serie di autorizzazioni che avrebbero consentito di far piena luce su questo aspetto della vicenda. La mamma di Romina racconta che molto spesso si recavano a Napoli, dalla figlia, degli “amici del padre”, che le portavano del denaro per conto suo.

Nessuna indagine ha portato ad identificare od indagare tali soggetti; sono stati eseguiti anche controlli sui “ponti”, impegnati dalle conversazioni telefoniche di quella giornata, ma non risultano telefonate in tal senso, né si è riuscito a ricavarne elementi utili all’indagine in corso.

Questa telefonata alla madre, poco dopo la scomparsa di Romina, dove si chiedeva che farmaci assumesse la ragazza?

Telefonata effettuata dai presunti rapitori, sì. Le dicevano di non andare a “Chi l’ha visto?”; che tutto si sarebbe risolto; e le chiedevano se Romina soffrisse di qualche patologìa, in particolare e che farmaci assumesse. E Romina soffriva di svenimenti.

In definitiva, oltre la pista del maniaco occasionale (sostenuta con forza dalla Procura) e quella della vendetta sul padre (a quanto pare caduta), restano i sospetti sul dirimpettaio…

Agnino Luciano, in sede di interrogatorio, attirò subito l’attenzione degli inquirenti, quando telefonò alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, chiamando più volte, prima in forma anonima (o facendo parlare il suo datore di lavoro, per timore) e poi successivamente esponendosi in prima persona, dicendo di aver visto Romina alla stazione di Caserta, giustificando la sua presenza in quel luogo dal fatto che era in attesa del suo treno per Busto Arstizio, dove lavorava. Da accertamenti seguenti, si è rilevato che alcun treno parte da Napoli e passando per Caserta arriva a Busto Arstizio e quindi, che ci fosse stato un depistaggio da parte sua era evidente. L’alibi che si era creato, viene smentito dai suoi stessi familiari (dalla sorella, in particolare, che aveva riferito agli organiinquirenti la presenza del fratello a Napoli, sebbene quest'ultimo affermasse di trovarsi a Busto Arstizio, quel 4 giugno); vengono rinvenuti sul luogo del delitto delle sigarette della stessa marca che fumava lui; sotto interrogatorio davanti ai pubblici ministeri, ebbe modo a difendersi (prima ancora di apprendere la notizia della morte di Romina – non era ancora stato rinvenuto il corpo), rispondendo “vuoi vedere che sono stato io, ad ammazzare Romina? Che gliel’ho data io, questa coltellata?” (ripetiamo, prima ancora che fosse evidente, questa coltellata – ha sottolineato il decesso e le modalità dell’omicidio, all’epoca circostanze sconosciute anche alla Procura, considerato che si cercava ancora Romina viva). Agnino tira in ballo anche Fabio Fiore, nella ricerca disperata del suo alibi (e da lì, la Procura “attenziona” anche quest’ultimo, ipotizzando fossero stati in due, ad eseguire l’omicidio). 

C’è da dire, che anche i commercianti ai quali Romina si era presentata per concludere i suoi contratti, quel giorno, sostengono che in strada l’attendeva una persona che la seguiva; che la ragazza fosse molto nervosa; però sembrava che i due si conoscessero, perché lei usciva dal negozio, rientrava, gli parlava. Quindi se fosse questa, la persona che l’ha in seguito rapìta, è certo che avesse un rapporto di conoscenza, con la ragazza, altrimenti lei non avrebbe dato confidenza.

Un’amarezza. Oggi, purtroppo si dà molto valore a sistemi quali le intercettazioni telefoniche, l’analisi del Dna; strumenti efficaci ed importanti, ma sacrificano le attività d’indagine pura, che forse comporterebbero maggiori risultati. Troppa poca rilevanza ai testimoni, ad incrociare le testimonianze, ad indagini sul vecchio stile, di polizia. E poi assistiamo ad esiti spesso nefasti, come appare ad oggi, in cronaca. Crimini irrisolti, quasi al 90%.

Cosa pensa, oggi, l’avvocato Pace, di questa vicenda?

La Procura ha chiesto per la terza volta l’archiviazione. Grazie alla tenacia della madre di Romina, alla sua forza ed al contributo di un GIP (Paola Piccirillo ndr), illuminato ed attento, siamo riusciti a proseguire ed abbiamo insistito su tutta una serie di indagini, che speriamo portino a qualcosa. Attendiamo l’esito dell’esame sul campione osseo prelevato ad aprile, sul corpo che si presume essere di Romina. Da quel momento, saranno da compiere molte altre valutazioni.

E chissà, magari, potremmo sorprenderci tutti.

E la madre di Romina…

La madre aspetta.

Che quella ragazza, non è sua figlia.


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