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Pillole secondiglianesi III - 300 caffè

Posologia: una pillola al giorno lontano dai pasti.

Effetti indesiderati: conati di vomito, reazioni spropositate, colpi di 9x21 alla testa e allo stomaco.

Li ho immaginati, uno ad uno. “Me ne fai uno?”. Tac-tac, poi inserisci il blocco, tiri una prima volta, poi una seconda. La San Marco porta l’acqua alla giusta pressione, una piccola nube bianca esce da dietro la macchina e dal becco scende un denso profumo che si mischia al marrone intenso, quasi nero. Gesti semplici che lasciano la tazza sporca, perché se non macchia non è vero caffè.

In una guerra il consumo di caffè è il metro degli avvenimenti.

Non lo sapevo, l’ho appreso in una giornata di sole. Scendo e vado da Pasquale a tagliarmi i capelli. Anche quella mattina Pasquale era in ritardo. Pasquale è l’unico barbiere che apre alle 10, lo vedi arrivare con calma, da lontano, con la sua S3. Cerca un posto, parcheggia e ti propina una scusa: la figlia, la moglie, la mamma. Solo dopo l’ennesima fesseria decide che è ora di cominciare. Ad attenderlo c’era anche un altro cliente, Massimo.

Lo incontro spesso Massimo, gira per le strade di Secondigliano al mattino fingendosi indaffarato. Massimo ha un bar, un noto Bar del Corso Secondigliano. Massimo va sempre di fretta ma poi ama perdersi tra un discorso e un caffè.

Con Pasquale non parliamo mai della guerra, la vogliamo dimenticare o forse non abbiamo molto da aggiungere. Massimo no, Massimo è un vulcano. Così quella mattina ci siamo ritrovati, tra un taglio ed un cornetto, tra uno shampoo ed un caffè a parlare di quei giorni, perché a Secondigliano c’è stata una guerra. Non ha altri nomi un conflitto armato tra due gruppi, un conflitto armato talmente violento da cambiare l’economia di un quartiere. Non parlo né di droga né di armi ma di negozi, merci, uomini e donne. Massimo ci parla dei suoi conti: 300 caffè in meno al giorno. Allora ho cominciato ad immaginare i tac-tac, il fumo e il gusto, ho immaginato il bar vuoto. 300 caffè in meno in un solo locale. Provate a moltiplicarli per tutti i bar del quartiere, immaginate i negozi, le pasticcerie vuote di domenica mattina; aggiungeteci i posti di blocco, l’elicottero alle 6, alle 14 e alle 18. Aggiungeteci i morti. Solo allora ho capito che eravamo sopravvissuti ad una guerra. In tanti sentivano solo la paura, altri dicevano: tanto si ammazzano tra loro. Non è così, quei 300 caffè sono vite che “hanno dovuto cambiare”.

Perché eravamo in guerra ma nessuno ce l’aveva chiesto.

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