• domenica 27 maggio 2012
  • Agoravox France Agoravox Italia Agoravox TV Naturavox
  • Fai di AgoraVox la tua homepage
  • Contatti
AgoraVox Italia
NOVITÀ
Agoravox TV
  Home page > Attualità > Società > Non sono d’accordo con chi condanna le violenze
di Francesco Piccinini (sito) lunedì 17 ottobre 2011 - 50 commenti oknotizie
9%
Articolo interessante?
 
91%
(167 Voti) Votate quest'articolo
  • Fare una donazione
  • Stampa
  • Lasciare un commento
  • Marquer et partager

Non sono d’accordo con chi condanna le violenze

"E' meglio essere violenti, se c'è violenza nei nostri cuori, che vestire i panni della non violenza per nascondere l'impotenza. C'è speranza perché il violento diventi non-violento. Non c'è speranza per colui che è impotente".

                                          Mahatma Gandhi

 

Se per trent’anni si è spinta la società dei consumi oltre il limite stesso del denaro, il "conflitto" è il meno che possa accadere. 

Ho letto centiaia di articoli, analisi e opinioni sugli scontri di Roma. In tutti si stigmatizza la violenza senza se e senza ma. Fiumi di parole per criticare chi ha distrutto vetrine e auto, critiche perché “avevano l’iPhone”, perché sono “fuori dalla democrazia” o perché sono dei “poveracci”. Alla fine di questa lava di parole mi resta un solo sentimento: la tristezza. Anni di informazione da stadio hanno trasformato questo mondo in un’arena in cui il migliore è colui sa puntare il dito verso il fango piuttosto che investigarlo. Il migliore è colui che si “eleva” sopra questo “fango” per dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il migliore è colui che decide chi può indignarsi e chi no. Il migliore è colui che celebra per giorni la morte di Jobs e poi critica il manifestante sfasciavetrina che compra l’iPhone. 

Per trent’anni in Italia abbiamo perorato un’idea di emancipazione sociale non legata alla scolarizzazione – tipica della cultura contadina – ma al possesso di prodotti. Chi si sente indenne da questo pensiero rilegga le prime pagine dei giornali che hanno condotto un’interminabile celebrazione di uno degli uomini più ricchi del mondo, il quale ha costruito la sua fortuna economica sulla decentralizzazione della produzione in Cina e sulla sua enorme capacità comunicativa capace di trasformare il prodotto in culto. Qual è il frutto di questa celebrazione se non l’istigazione all’acquisto? 
 
Perché siamo così ipocriti da parlare, ancora oggi, di uno spettacolo a Broadway sulla vita di Steve Jobs e poi ci indignamo se un giovane vuole un oggetto Apple? Chi ha deciso dove mettere la soglia di ciò che si può desiderare? Il PD? Sel? L’IDV? Gli intellettuali di questa gauche caviar? Solo gli operai di Termini possono “incazzarsi” o può farlo il ragazzo per il quale l’iPhone è l’unico oggetto di riscatto sociale? 
 
Ciò che è terribile che da una parte si perora un sistema che pretende la crescita attraverso l’aumento dei consumi – da cui dipende l’aumento della produzione e non viceversa - e dall’altro si stigmatizza chi li acquista se non è conforme al gruppo che può possederlo. Dire che sono dei “poveracci”, inoltre, pone lo scrivente in una posizione di superiorità che non vuole sforzarsi di capire i perché di una reazione violenta. E’ fin troppo facile dire “sono delle merde”; e soprattutto ricorda i discorsi post 11 settembre in cui da destra a sinistra si diedero la mano per scatenare la guerra in Afghanistan – si leggano in proposito le ultime dichiarazioni di Di Pietro su una Legge Reale 2 che ha subito trovato una sponda favorevole in Maroni -.
 
Ricorda il pensiero unico che non vuole capire ma solo accusare. Sa di società che esclude chi non si siede al tavolo delle regole prestabilite. Sa di gruppo chiuso che per nulla al mondo pretenderà mai di riscrivere, realmente, le regole di una società allo sbando. Se è questa l’Italia che sognate, mi spiace ma io non ci sto. Non ci sto anche se a scrivere le regole fosse il 99% della popolazione, perché è da chi non si allinea che, spesso, nascono i cambiamenti. I cambiamenti non emergono da un gruppo di amici che si tutelano, ma da visioni differenti, da incontri di mondi differenti. I cambiamenti non nascono nel seno della reazione “indignada” del “cancelliamo il debito?” (anche se fosse tra trent’anni che facciamo? Lo ricancelliamo?). I cambiamenti non nascono in seno a questo consumismo laico. E nemmeno in seno alla frase fascista che condanna le violenze “senza se e senza ma”. Quanto è reazionario il pensiero unico buonista postveltroniano? Ciò che dovrebbe indignare è che in questo sentimento nazionalpopolare non c’è ricerca di dialogo ma solo la solita Italia fatta di guelfi e ghibellini. Non conta se in questo caso i guefli siano la stragrande maggioranza, perché non hanno necessariamente ragione tout court. E non starò qui a tediarvi con vecchi discorsi sulle maggioranze oceaniche...
 
Sulle bacheche dei reazionari del “senza se e senza ma” si continua a citare Pasolini e la sua Valle Giulia senza attualizzarlo e senza aprire gli occhi alla diversità che emergono dagli scontri. Perché la violenza è diversità, che ci piaccia o no. E’ un sentimento umano che esisteva prima di noi e continuerà ad esistere anche dopo piazza San Giovanni. Stigmatizzarla non aiuterà a fermarla ma ne accrescerà solo le dimensioni. Se non fosse chiaro guardate questo video del Fatto Quotidiano e la frase del manifestante “pacifico” che invita il “black-bloc” a coordinarsi con loro. La violenza è un sentimento che esiste in ciascuno di noi, comprenderne i fattori scatenanti è uno sforzo necessario
 
Sono stanco di questa Italia ipocrita sempre pronta a delineare il limite dell’indignazione. Di quest’Italia che condanna la violenza “senza se e senza ma” ma che celebra Piazza Tahrir o la fine di Ben Ali.
 
Se la rabbia cresce, sale, esplode e ha bisogno di sfogarsi, un motivo ci sarà. Cerchiamolo, invece di sentirci migliori. Poniamoci la domanda se sia giusto continuare a perorare modelli di vita irragiungibili – vedi il caro Jobs – o se questo porterà, prima o poi, ad una condizione per cui chi non può accedervi si stancherà di fare il precario/emarginato a vita e si unirà a chi già ha rotto le vetrine. E allora saranno ancora di più mentre noi continueremo a sentirci migliori. La rabbia crescerà e potrebbe trovare sponda negli strati più esposti della popolazione
 
Invece di continuare a emarginarli cerchiamo di capirne le ragioni; ascoltare servirà a capire quali bisogni abbiamo “indotto” e poi non siamo stati in grado di mantenere. Ascoltiamo anche se non ci vogliono parlare, anche se è difficile, anche se all'inizio diranno che "noi non discutiamo di politica con i giornalisti". E' difficile, è vero... Se fosse semplice sarebbe banale e non saremmo qui a scriverne. Ascoltandoli possiamo inziare ad immaginare un mondo in cui non ci sia, per forza, una continua richiesta di consumo dei beni. Ascoltiamo i "black bloc" (perdonatemi la banalizzazione), ascoltiamo gli spacciatori, ascoltiamo i carcercarati, ascoltiamo i folli, ascoltiamo gli immigrati, ascoltiamo gli emarginati: solo loro ci possono dire dove abbiamo sbagliato. Solo ascoltandoli possiamo inziare ad immaginare un mondo che non sia esclusivo e top-down ma che sia, veramente, partecipato. L’informazione è specchio di questa realtà che guarda dall’alto in basso le persone, basta leggere il Corriere di oggi che, riguardo al caso dell’uomo con il giaccone, parla di “ingenuità del popolo della Rete”. Come se in rete esistesse un “popolo”, magari anche un po’ di serie b...
 
In fondo è tutto qui il problema pretendiamo un mondo 2.0 ma solo quando non tocca il nostro orto o destabilizza le nostre certezze. Non siamo pronti, davvero, ad ascoltare tutti ma solo chi non si allontana troppo dal nostro pensiero (fermatevi a riflettere, ad esempio, su come navigate e vi informate in rete). L'ascolto serve per costruire un'alternativa alla violenza e finché non saremo capaci di offrirne una, continueremo a costuire una società fondata solo sulla repressione. Ne arrestiamo 800? Benissimo, tra sei mesi ce ne saranno altri 800 che ne prendereanno il posto, perché non avremmo affrontato le ragioni sociali e culturai che spingono al "conflitto".
 
I tempi non sono maturi per una società post-capitalista data la mancanza di modelli economici antagonisti. I tempi non sono maturi per gettarci alle spalle il capitalismo perché crediamo di avere ancora troppo da perdere.
 
Ma siamo sicuri che ci sia rimasto ancora qualcosa?
di Francesco Piccinini (sito) lunedì 17 ottobre 2011 - 50 commenti oknotizie
9%
Articolo interessante?
 
91%
(167 Voti) Votate quest'articolo
  • Fare una donazione
  • Stampa
  • Lasciare un commento
  • Marquer et partager

I commenti più votati

  • 7 votes
    di Davide Falcioni (xxx.xxx.xxx.123) 17 ottobre 2011 19:27
    Davide Falcioni

    Cosa c’è di agghiacciante in questo articolo? A me sembra una delle poche analisi oneste, prive di ipocrisia. Io ero a roma. Ero a San Giovanni durante gli scontri, a cui hanno partecipato, più o meno attivamente, centinaia di giovani. Non black bloc, sebbene sarebbe consolatorio pensarlo (quelli li ho visti, e non avevano abbastanza palle da andare contro la polizia, se la prendevano con le auto parcheggiate).
    Allora: guardiamoci in faccia e diciamoci la verità. Volete sapere che c’era a San Giovanni? C’era una piazza piena di giovani. Precari, studenti, operai. Alcuni erano molto organizzati ed evidentemente si preparavano da tempo. Altri hanno comunque partecipato (chi soccorreva i feriti, chi distribuiva limoni...). Altri assistevano agli scontri, MA NON FUGGIVANO e non fischiavano i "violenti" come ci raccontano i giornali. Chi stava in piazza era una generazione senza futuro. Nulla da condannare. C’è solo da capire e tentare di studiare il fenomeno per arrivare al nocciolo.

    Sono l’autore dell’articolo. Ci tengo a precisare che il mio racconto vuole essere la semplice cronaca della giornata. Lungi da me dare giudizi, soprattutto ai famosi gruppi di violenti: l’unico giudizio che è dato è stato "politico": perché continuare a San Giovanni una battaglia priva di finalità. Non condanno la violenza degli scontri. Cerco di capirli e interpretarli e spiego il motivo.

    Ho scritto di teppisti. Ho evitato di proposito di parlare dei Black Bloc. Trovo deprecabile bruciare auto che sul mercato dell’usato varranno sì e no 1.000 euro (auto di operai o comunque di poveri cristi). Poi ho raccontato di San Giovanni: a centinaia hanno partecipato agli scontri. Io compreso, che però mi sono rifiutato di lanciare pietre. Ho lanciato al mittente i lacrimogeni, e tanto basta. Alcune decine di loro erano davvero organizzati bene, come una catena di montaggio. chi spaccava le pietre con dei martelli, chi le trasportava e chi le tirava. Non sono black bloc, e non sono teppisti. Sono studenti e lavoratori precari carichi di rabbia. Nessuno fuggiva dalla piazza, nonostante la violenza della situazione. Non ho visto persone fuggire. Chi se ne è andato lo ha fatto dopo aver saputo che l’assemblea si sarebbe tenuta al circo massimo.
    E’ consolatorio dare la colpa sempre ai soliti ma bisogna dire la verità. Chi ha partecipato, in modo più o meno attivo, agli scontri, è il mio vicino di casa, il mio collega di lavoro, il disoccupato senza assistenza e senza reddito. E’ l’operaio e lo studente. Basta dare la colpa a pochi violenti. Diciamoci la verità. C’è una generazione che sta riscoprendo, nella battaglia corpo a corpo, l’unico modo per farsi ascoltare. Direi che non è il caso di condannare. Direi, invece, che è il caso di capire questo fenomeno.

    Ma a parte questo, c’è un problema più grande. Quante manifestazioni, quanti referendum dovremo fare per essere ascoltati? Se le imponenti manifestazioni democratiche e pacifiche non hanno ascolto, cos’è la democrazia? 

  • 6 votes
    di Rocco Pellegrini (xxx.xxx.xxx.3) 17 ottobre 2011 18:11
    Rocco Pellegrini

    Mi dispiace Francesco che alla tua analisi, per tanti argomenti condivisibile da parte mia, sfugga, però, completamente il punto dirimente che fa la differenza e spiega tanta unanimità di giudizi contrari a quello che si è visto sabato pomeriggio a Roma.
    La gente vive nella violenza, nella prepotenza dei ricchi e della classe dirigente che offre uno spettacolo penoso che noi tutti abbiamo sotto gli occhi.

    C’è grande mobilitazione nella pubblica opinione e mai come in questo momento c’è un baratro tra chi governa ed il paese reale.
    Si sente la necessità di apportare dei cambiamenti alle regole del vivere comune e questo desiderio è diffuso, forse come non mai.
    Quello, però, che tutti, o quasi tutti, pensano e che il processo di cambiamento debba avvenire senza violenza.
    C’è troppa tradizione violenta nella storia italiana, in particolare, ed in quella del mondo perché si possa sperare che da quella radice venga qualcosa di buono.
    Tu hai visto che si discuteva delle ragioni degli indignati poi dopo i botti ed il fuoco per le vie di Roma la discussione è finita e sono rimasti solo i comportamenti violenti.
    Dunque puoi trovare tutte le ragioni che vuoi per spiegare la disillusione, l’avversità, il distacco ma se sfocia in comportamenti violenti allora va nel torto subito ed irrimediabilmente.
    Insomma questo secolo deve esser diverso da quello passato ed i cambiamenti devono avvenire nella legalità e nella civiltà.
    Chi non ci sta deve essere emarginato e represso.
    Gli piaccia o meno... Quale che siano le sue ragioni.
  • 6 votes
    di Francesco Piccinini (xxx.xxx.xxx.92) 18 ottobre 2011 09:52
    Francesco Piccinini

    Tra cercare di capire le ragioni della violenza e giustificarla c’è una bella differenza e non mi pare di essermi schierato a favore del suo utilizzo 

  • 5 votes
    di Filippo Cusumano (xxx.xxx.xxx.48) 17 ottobre 2011 21:16
    Filippo Cusumano

    Sono d’accordo con Rocco.
    La violenza non solo e’ antistorica, ma, nel caso specifico, e’ piu’ che inutile, dannosa e controproducente.

    Oggi si parla dei disordini e non delle ragioni di chi non ha futuro.
    Si progetta, grazie anche agli assist di Di Pietro, una nuova edizione della legge Reale.

    Possiamo almeno dire che questi teppisti stanno facendo un regalo a Berlusconi? Ma molto grosso, non piccolo.
    Possiamo dire che proprio nel momento in cui il paese prende le distanze da un potere mai così arrogante e violento, questi individui fanno comodo a questo potere?

    Possiamo almeno dire che quei teppisti sono degli imbecilli?

Commenti all'articolo

Lasciare un commento


(Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Attenzione : questo forum è uno spazio di dibattito civile che ha per obiettivo la crescita dell’articolo. Non esitate a segnalare gli abusi cliccando sul link in fondo ai commenti per segnalare qualsiai contenuto diffamatorio, ingiurioso, promozionale, razzista… Affinché sia soppresso nel minor tempo possibile.

Sappiate anche che alcune informazioni sulla vostra connessione (come quelle sul vostro IP) saranno memorizzate e in parte pubblicate.

I 5 commenti che ricevono più voti appariranno direttamente sotto l’articolo nello spazio I commenti migliori

Un codice colorato permette di riconoscere :

  • I nuovi iscritti
  • I reporter che hanno già pubblicato un articolo
  • L’autore dell’aritcolo

Se notate un bug non esitate a contattarci.

Pubblicità


Pubblicità

Sondaggio

Sei favorevole alla possibilità che una coppia omosessuale adotti dei bambini?


Voter

Palmares

Pubblicità

  • Groupe Agoravox sur Facebook
  • Agoravox sur Twitter
  • Agoravox sur Twitter
  • Agoravox Mobile

AgoraVox utilizza software libero: SPIP, Apache, Debian, PHP, Mysql, FckEditor.


Sito ottimizzato per Firefox.