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Perché Trump non è razzista con gli immigrati e cosa c’è dietro la sua politica di "tolleranza zero"

Tra le politiche della “tolleranza zero” attuate da Trump c'è l'inasprimento dei procedimenti legali per chi entra illegalmente negli Stati Uniti o l'aver reso più semplici i rimpatri. Così l'aver ridotto il numero dei nativi stranieri americani, oggi al 14 percento del totale della popolazione. Ma non chiamatelo razzismo, è il Partito Democratico ad avere una “dissonanza cognitiva di massa” dice un'immigrata. Proviamo a capirne di più.

Maglietta rosa shocking, capelli arruffati, sguardo all'insù. Occhi scuri e rigati dalle lacrime. La foto della bimba di due anni, alta poco meno di un metro, catturata dal fotografo di “Getty Image” John Moore è probabilmente l'apice della brutalità nella politica immigratoria a “tolleranza zero” voluta dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Una follia ragionata, quella della separazione familiare, aperta e chiusa nel giro di pochi mesi, dall'aprile al giugno scorso, simbolo della deterrenza all'assillo dei richiedenti asilo o dei migranti economici che si schiacciano sul confine meridionale degli Stati Uniti, e antitetica all'approccio intrapreso dai dem durante la presidenza Obama, engagé nel dipanare la crisi migratoria dei minori non accompagnati del triangolo settentrionale del centro America.

Negli ultimi decenni il fenomeno migratorio verso gli Stati Uniti è mutato, nei numeri e nella sostanza: dallo stereotipo del clandestino messicano che da solo sgattaiolava oltre il confine tra Messico e Stati Uniti, ai minori non accompagnati, o ai nuclei familiari con minori a seguito di oggi, per lo più provenienti da Guatemala, El Salvador e Honduras. Nel 2017 un immigrato su due che ha attraversato il confine meridionale degli Stati Uniti era centroamericano. Numeri simili nei primi sei mesi del 2018, quando poco più di una persona su tre presente nei centri di detenzione dei migranti risultava essere un genitore con almeno un minore a seguito. Nel 1970 l'immigrazione incideva per il 4.7 percento sul totale dei migranti regolari presenti sul territorio degli Stati Uniti, ed è salita al 13.6 percento nel 2016, quando Trump è stato eletto.

Il Guatemala è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di denutrizione, ha un tasso di omicidi tra i più alti dell'America Latina, la corruzione è all'ordine del giorno e i giornalisti e gli operatori internazionali che operano nel Paese rischiano la vita continuamente. La situazione sta comunque pian piano migliorando: l'esercito è sempre meno costretto ad intervenire per garantire la sicurezza dei cittadini, e anche la Giustizia migliora, nonostante il livello di impunità rimanga altissimo, soprattutto se si è afro, indigeno, donna, bambino o LGBTI. Situazione molto simile in Honduras e nel Salvador, dove negli ultimi anni sono state segnalate torture, sparizioni e violenze, per mano delle gang criminali (la banda Ms13 su tutti).

La situazione di questi Paesi è ben chiara a Trump. Alcuni editorialisti si sono persino chiesti se non sia più efficace inserire in cima all'agenda politica estera americana la lotta alla corruzione in questi Paesi. Dal suo canto Trump tira dritto, pensando a come barricare i propri confini, avvalorando l'idea che non tutti i centroamericani necessitino di asilo politico, e, più in generale, che non tutti i migranti in difficoltà debbano esser accolti dagli Stati Uniti. Molti migranti che varcano il confine chiedendo il diritto di asilo, finiscono poi per tagliare la corda, e sparire nel nulla. Per questo motivo Trump ha impostato una politica migratoria crudele, soprattutto contro i clandestini, molto meno permissiva di quella di Obama, ma non eccessivamente distante dal “Patriot Act” voluto da George W. Bush all'indomani dell'attentato dell'11 settembre a New York, quando molti migranti illegali furono incarcerati perché sospettati di essere terroristi.

L'immigrazione costa agli americani 18 miliardi di dollari l'anno: dai 140 ai 208 dollari per ogni singolo adulto immigrato, ai 319 per ospitare una famiglia. L'alto numero di migranti ha reso necessaria la costruzione di grandi campi di detenzione, necessari per abbattere i costi pro capite dell'accoglienza. Ma la condizione in cui vivono i migranti e il business delle strutture private convenzionate ha sollevato non poche proteste. Come quelle contro l'introduzione della detenzione temporanea nelle strutture per migranti, anche per le donne incinte.

Tra le politiche della “tolleranza zero” attuate da Trump c'è l'inasprimento dei procedimenti legali per chi entra illegalmente negli Stati Uniti. Così come la riduzione del numero dei nativi stranieri americani, oggi al 14 percento del totale della popolazione. E' da leggere in questo contesto l'abolizione del “Daca”, che nei cinque anni in vigore ha permesso la naturalizzazione di 200 mila figli di clandestini presenti sul suolo americano, rendendoli immuni dall'essere deportati e permettendogli di studiare.

Con la semplice nomina dei capi dipartimento nelle Agenzie, Trump ha silenziosamente irrigidito alcuni regolamenti, senza dover passare al vaglio del Congresso: tra questi anche la facoltà di controllare social media, email e tabulati telefonici dei richiedenti asilo o dei possessori di“Green Card”. In generale si continua a chiedere di conoscere la lingua e la cultura americana, ma anche di dimostrare di non essere ostile o pericoloso per la collettività. A differenza di quanto accaduto in passato Trump ha impedito a molti di chiudere un occhio, ha reso più semplici i rimpatri più spinosi e più difficile il rinnovo di alcuni visti. Il risultato è che il numero di richieste di naturalizzazione è sceso drasticamente: non rinnovare il permesso di soggiorno per tentare di acquisire la cittadinanza americana è infatti visto come un rischio troppo alto da correre.

In generale, da quando c'è Trump, i migranti registrati sono scesi del 42 percento, e le naturalizzazioni sono calate del 20 percento. Negli ultimi due anni anche il numero dei rimpatri è salito.

Non andrà meglio nei prossimi anni: oltre alla costruzione del muro lungo tutto il confine del Messico, un cavallo di battaglia del tycoon, Trump ha ventilato che a breve potrebbe chiudere alcuni porti ad alto transito di migranti, e di negare la naturalizzazione ai migranti più poveri.

Sempre per volere di Trump, nel censimento del 2020, il questionario che raccoglie le informazioni degli americani e stranieri domiciliati sul suolo americano, sarà necessario inserire anche la nazionalità dei censiti. I critici hanno etichettato però questa decisione come pericolosa, visto il rischio di penalizzazione che i territori più multietnici potrebbero correre. Altri reputano come sterile questa polemica. 

Il tema immigrazione è molto divisivo tra Democratici e Repubblicani, ed è una questione che gli spin doctor della comunicazione tengono molto a mente. I dati diffusi dall' ”Us “Immigration Policy” prevedono che entro il 2020 il 18 percento della popolazione degli Stati Uniti avrà radici latinos, il due percento in più nel 2030. I territori con percentuale più alta di latinos sono il Texas e l'Arizona, dove alle elezioni presidenziali del 2012 e del 2016 i Repubblicani hanno fatto “cappotto” ai democratici (36/38-0 in Texas e un doppio 11-0 in Arizona). Gli occhi sono però puntati agli “Swing States”, Florida, Colorado e Nevada, il cui voto incide in modo decisivo nella scelta del Presidente degli Stati Uniti. Qui un americano naturalizzato in più o in meno può fare la differenza. Così come comunicare bene la natura di determinate politiche.

Saritha Prabhu, un'immigrata che da 26 anni vive non lontano da Nashville, nel Tennesse, non è sorpresa della svolta intrapresa da Trump. “Non si tratta di razzismoha chiarito. “La lotta all'immigrazione e all'immigrazione illegale è stato uno dei temi che ha portato alla vittoria Trump” e alla sconfitta dei Democratici, troppo avvezzi al multiculturalismo. Un partito, quello Democratico, che a sua opinione è affetto da “dissonanza cognitiva di massa”, e che è sentito come lontano dagli interessi degli americani medi. Saritha, come molti elettori Repubblicani, non è favorevole a concedere a chiunque l'ingresso negli Stati Uniti, siano esse persone rispettabili o meno. In generale i Repubblicani preferiscono accogliere migranti di qualità, soprattutto dai paesi più evoluti.

Non è giusto però affermare che Trump possa respingere "alla cieca" le persone bisognose di aiuto, soprattutto rispedendole in Messico, un paese con altissimi tassi di violenza proprio contro i migranti. Gli Stati Uniti, come l'Italia, la Francia e l'Ungheria, sono soggetti alle leggi internazionali che tutelano le persone in fuga da guerre e da persecuzioni. Ciò non toglie che anche il Brasile e gli altri paesi sudamericani possano accogliere le persone in difficoltà o che le leggi possano cambiare in futuro. Infine, non è giusto che Trump dia scarsa importanza all'“E-Verify”, uno strumento che permette al datore di lavoro di controllare facilmente se un lavoratore è in regola o meno. Molti Repubblicani incolpano Trump proprio di non punire adeguatamente chi sfrutta la clandestinità, togliendo lavoro agli americani e permettendo l'abbassamento dei loro salari. 

 

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