Le recenti dichiarazioni del presidente statunitense, oltre ad accusare l'Euorpa di essere all'origine dell'attuale rallentamento dell'economia mondiale, sembrano auspicare una maggiore integrazione del nostro continente.
Questo mondo, che pur con tutti i suoi problemi è il più felice di sempre, è figlio dell’Europa e dei suoi figli. La gente vive più a lungo, è meglio nutrita e più istruita che mai, non solo nei paesi più sviluppati, grazie alle tecnologie scaturite dalle scoperte della curiosità europea; ha più diritti che mai (o perlomeno ha dei diritti) grazie all’affermazione di principi e valori affatto europei. La democrazia stessa, è figlia dell’inquietudine europea. Anche la nostra propensione all’autocritica, il nostro costante chiederci se abbiamo fatto e stiamo facendo bene, è solo europea, prodotto di un relativismo culturale, di un rispetto dell’altro, che è solo nostro; di noi occidentali, che abitiamo nel vecchio continente o nella Magna Europa, oltre Atlantico e in Oceania.
Chi tra noi gioisce all’idea di un tramonto dell’occidente, non è, di solito, mai vissuto fuori dallo spazio europeo e non si è mai fermato a riflettere su come sarebbe un mondo retto dall’autoritarismo asiatico, da una teocrazia islamica o, per quanto si possa amare l’India, dal fatalismo della tradizione indù.
Non v’è dubbio, peraltro, che il nostro dominio planetario, dal punto di vista economico e, soprattutto, militare, abbia i decenni contati: una bomba atomica è ormai alla portata di qualunque stato sovrano voglia davvero impossessarsene; la stessa tecnologia missilistica sta diventando sempre più banale.
La nostra invasione dell’Afghanistan potrebbe essere il canto del cigno di una politica delle cannoniere ormai diventata troppo costosa e rischiosa; dobbiamo trovare metodi diversi da quelli militari per far valere i nostri interessi, se non vogliamo che uno dei conflitti locali scatenati dal nostro interventismo, (ed è una lezione di cui già abbiamo avuto ripetizioni) ci scappi di mano, prima o poi, per farsi tragedia mondiale. Dobbiamo, come occidentali, ripensare per questo la nostra strategia globale.
Da bel oltre un secolo almeno la politica estera aglosassone, britannica prima e statunitense poi, è stata volta al controllo dell’“Heartland”; il centro di massa dell'Eurasia, tra il Volga e lo Yangtze, considerato chiave di volta del mondo.
Si tratta di una visione da potenza continentale, che sottostima il fattore navale, la cui validità è negata dalla stessa storia del '900, che ha visto l’Unione Sovietica dominare lungamente quell’area senza arrivare, per questo, al predominio mondiale.
Una visione, ed è il suo difetto più grave, che dà per scontato il dominio dell’Atlantico, l’oceano “stretto” attraverso cui scambiano i propri prodotti quattro continenti: il “Mediterraneo” della koinè occidentale; di questa nostra cultura comune che certo ha dei difetti, ma ha pure al suo interno gli strumenti per correggerli.
Condivido a pieno la sua visione. Bell’articolo.
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