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di crespi enrico (sito) sabato 4 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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ONG: persi fra le chiacchere

Uno sguardo dal Nepal su cosa fanno, secondo le fonti ufficiali, le migliaia di ONG locali e internazionali presenti nel paese. Non sorpende che il 70% dei fondi siano spesi per training, meeting, workshop. Si parla, solo qui, di quasi 3.5 milioni di euro spesi in chiacchiere mentre la gente cerca di sopravvivere con 700 euro all'anno.

 Bharat Jungam è un attivista di lungo corso delle campagna contro la corruzione in Nepal dai tempi del regime monarchico assoluto del Panchayath, è anche scrittore e uno dei primi libri che lessi di un autore nepalese era proprio il suo, Black Sun. Malgrado non sia più giovanissimo, insieme a qualche discepolo, è sempre in giro per il Nepal.

Nei giorni scorsi girava per il profondo Ovest, la parte più povera e dimenticata del paese e vediamo cosa riporta la stampa:

"Based on the study of investment in Mid and Far-western regions, it is found that around 90 per cent of the expenditure of the NGOs is apparently expended in staffing, allowances for office-bearers and administrative works, said Bharat Jungam, an anti-corruption activist. Jungam, who has arrived Nepalgunj in course of the campaign, said the amount stated to be channelized for poverty alleviation, HIV/AIDS, women empowerment and other programme in the name of people has not reached to the target beneficiaries".

Scrivo questo per dire che quanto detto in questo blog sul fancazzismo dell’industria dell’assistenza è costantemente riscontrato. A Kathmandu, poi, saltano fuori altri dati (arricchiti da indiscrezioni non ufficiali di funzionari governativi) del Social Welfare Council (SWC), l’ente governativo (appena riformato) incaricato di registrare e controllare le organizzazioni locali e internazionali dell’assistenza: “The large number of NGOs in the country are investing massively in studies, workshops, seminars, trainings and campaigns rather than in real development works”.

L’avevamo già scritto e spiegato nella logica del sistema che è quella di fare cose che implicano poco lavoro e i cui risultati siano semplicemente dimostrabili a chi versa i soldi. E’ la scorciatoia delle grandi e medie ONG che, così, non devono andare nei villaggi, coinvolgere con fatica la popolazione, pensare a progetti durevoli, controllarne l’implementazione. Invece, belli comodi, possono scrivere sui loro rapporti per i donatori che hanno fatto training, seminari, workshop (awareness regarding federalism, constitution and constitutional process, promoting justice and peace, among others, continua il rapporto) dove l’unico dato certo è quello dei partecipanti, non importa se coscritti o addormentati.

Gli espatriati responsabili delle ONG, belli comodi a Kathmandu, possono scrivere articoli inconsistenti su Republica, fumare nei locali di Thamel, fare i turisti ben pagati; mentre i dirigenti nepalesi delle ONG locali arricchirsi, mettersi in politica come membri della “società civile” e parlare del loro lavoro per i contadini di Kavre, per i Dalit o i bambini poveri.

Il sistema delle Nazioni Unite non sta indietro visto che l’UNDP “has spent Rs 25 million on 15 ethnic and regional networks to advocate for ethnic issues under a project on inclusive constitution”, cioè altri soldi dati per il mantenimento delle ONG (oltre che per favorire dispute e conflitti etnici). "SWC guidelines for NGOs suggest that their work profile should at least have 60 percent physical development work, this does not add up to even 30 percent of their overall work profile” concludono scoraggiati dal SWC".

Forse è meglio che questa gente pascoli a Kathmandu, quando vanno nei villaggi fanno solo disastri e aumentano o nascondono i problemi. Da decenni si parla della contaminazione d’arsenico in molti pozzi e sorgenti (magari costruiti dalle ONG) del Terai (e nello stesso acquedotto di Kathmandu a dire il vero) e delle conseguenze gravissime e a lungo termine sulla popolazione. Per intervenire su questo problema, tutti (ONG, UNICEF, governi) hanno raccolto e speso fondi per l’acquisto di filtri distribuiti in oltre 15.000 unità (costo singolo USD 70). Basta farsi un giro nei villaggi del Terai per vedere che questi filtri sono sparsi nei villaggi e utilizzati come fioriere, mangiatoie, asciugatoi, deposito per attrezzi, una volta capito cosa sono. Anch’io mi ero spesso domandato (e chiesto) che schifezza era, poi, proprio in questi giorni, sono stato confortato dalla studiosa americana Linda Smith che in giro per Nawalparasi ha scritto: "We didn’t raise money for broken filters". La morale: il sistema li ha distribuiti e poi se ne sono impippati di spiegare come utilizzarli e controllare. Si sta più comodi a Kathmandu a parlare di cambiare il mondo.

 
 
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di crespi enrico (sito) sabato 4 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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