O i napoletani accettano le condizioni di lavoro che propone Marchionne o, se a loro non stanno bene, continuino pure ad affidarsi alla camorra. È in questi termini che Pietro Ichino, giuslavorista e parlamentare del Partito Democratico, vede la vertenza sullo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco. Al pacchetto sottoposto a referendum a fine giugno i lavoratori campani hanno un’unica alternativa: «Il lavoro nei sottoscala controllati dalla camorra a 800 euro al mese senza contributi e alcun minimo diritto sindacale», ha spiegato ieri mattina Ichino dai microfoni di Radio24. È inutile quindi che il sindacato stia a tanto cavillare: «Questa – ha aggiunto il giuslavorista - è la realtà del mercato del lavoro nella periferia di Napoli. La deroga peggiore al contratto collettivo tollerata da decenni è quella governata dalla criminalità organizzata, altroché le deroghe che chiede Marchionne».
Insomma se i campani hanno accettato la camorra, è strano credere non debba passare la proposta Fiat: in fondo non si ammazza nessuno, si va solo in deroga al contratto nazionale.
Il ragionamento di Ichino, secondo il quale gli operai diventerebbero camorristi se la casa automobilistica torinese abbandonasse la Campania, non va affatto giù ad Angelo Bruscino, presidente campano di Confapi giovani, l’associazione delle piccole e medie imprese. «La Fiat sarà anche la più grande impresa italiana, ma in percentuale dà lavoro a una piccola fetta di persone, rispetto a quella impegata nelle piccole e medie aziende. Le parole del professor Ichino sono irrispettose nei confronti delle migliaia di imprese che operano in Campania nel pieno del rispetto delle leggi. E, sfidando condizioni ambientali molto difficili, danno lavoro a centinaia di migliaia di napoletani e casertani».
In altre parole: Marchionne non è l’unico datore in Campania. Bruscino opera in un settore delicato dell’economia campana: la raccolta rifiuti. Ha subito più volte minacce e intimidazioni, ma ha preferito modificare il proprio modello di business piuttosto che andar via. Da qualche anno, infatti, le sue aziende lavorano esclusivamente con i comuni ricicloni. «Anche la Fiat – dice – ha i nostri stessi problemi nel rapportarsi al contesto. Ma vorrei che Ichino capisse che non è attraverso la modifica di un contratto, come sta facendo Marchionne, che si combatte la battaglia per la legalità in Campania».
La sortita del giuslavorista democratico è stata poco apprezzata anche da don Tonino Palmese, coordinatore in Campania dell’associazione antimafia “Libera”: «In quelle argomentazioni c’è qualcosa di ricattatorio». Il prete anticamorra non condivide il presupposto del ragionamento: «Finché al sud penseremo che la scelta è tra la grande industria e il nulla, corrente di pensiero sposata anche da Ichino, faciliteremo la vita alla camorra. I territori infatti devono recuperare una vocazione propria, guardando all’artigianato e al turismo».