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di crespi enrico (sito) giovedì 8 dicembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Nepal: gli ultimi maoisti s’estinguono fra stato e mercato

Continua, faticosamente, ma con qualche successo lo smantellamento di quella che fu il People Liberation Army (PLA) la guerriglia maoista che combattè con il governo per 11 anni. Ritirati dopo la pace del 2006 in campi di raccolta adesso ne stanno uscendo per tornare nella società. Giustamente, prendendo esempio dai leader massimi, pensano al loro futuro nell’apparato di partito, nell’esercito regolare e nel business.

Giustamente attratti dall’opportunità di un posto fisso (esercito nazionale), da un posto nel partito o da un finanziamento per iniziare un business, i guerriglieri maoisti (veri o falsi), abbandonano divise, rivoluzioni, libretti rossi e falci e martello (lasciandole ai contadini veri le cui condizioni sono sempre uguali) e rientrano nel mondo reale.

Lo stesso sta facendo Sanu Magar scappato dalla scuola e dal villaggio per inseguire un’opportunità e un ideale. Lo ritroviamo nel cantonment (campo) di Sindhuli, speriamo ancora per poco.

Tutto è iniziato nel 2000 quando il ragazzo aveva più o meno 15 anni. Oggi ne ha 26, è sposato con una compagna di lotta e ha una piccola bambina di tre anni. Vive fra il campo e il suo villaggio, non distante fra le colline, dove, malgrado il divieto è andato e tornato dal 2006 per aiutare la famiglia nei lavori agricoli (mais, qualche bufalo). Uno dei suoi insegnanti era un capetto locale maoista, oggi funzionario di partito, che lo convinse con fiumi di parole e retorica a unirsi al movimento, allora in pieno sviluppo.

Da studente divenne militante, con un gruppo, un ruolo e prestigio di riporto. Iniziò a distribuire materiale fra i contadini, chiedere donazioni lasciando l’inutile ricevuta, poi salì a Rolpa (l’area roccaforte maoista) per iniziare un training militare.

Insegnanti e studenti dei villaggi furono la componente più numerosa dell’Esercito Popolare di Liberazione. Frustrati e incazzati per i bassi salari, la scarsa considerazione sociale, la mancanza di prospettive (se non la migrazione). I villaggi sono, da sempre e anche adesso, dimenticati dal potere concentrato a Kathmandu e dai furbi capaci d’installarsi nel sistema politico-affaristico che spartisce potere e denaro proveniente dal commercio e dagli aiuti internazionali. Nei villaggi non arriva niente, solo qualche burocrate pomposo. Oggi arrivano solo le rimesse dei migranti che compongono il 20% del PIL e la fonte di sopravvivenza per molte famiglie.

Negli anni in cui Sanu entrò nel PLA, altre migliaia di ragazzini lo seguirono; e nel 2001 iniziò l’escalation del conflitto (e delle vittime contate in 11.000) con il primo attacco dei maoisti all’esercito regolare e successive rappresaglie. Sanu Magar (Sanu significa piccolo ed il soprannome dato al figlio minore in tutto il Nepal) ha fatto tutto il percorso: ha sparato a qualche poliziotto, minacciato un bel po’ di contadini per avere donazioni e cibo, fatto discorsi infuocati. Oggi nella bella divisa comprata con i soldi dei donatori occidentali è ancora convinto di aver salvato il paese, di aver mandato via un re-tiranno e vorrebbe continuare il suo contributo entrando nella Nepal Army.

Questa scelta l’hanno fatta il 40% dei 17.000 ex guerriglieri verificati dal Army Integration Special Committee (AISC), l’ente governativo nepalese che ha abilmente compiuto in meno di un mese un lavoro ciò che l’UNMIN non è stata in grado di fare in 5 anni con soldi e personale dieci volte superiori.


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