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 Home page > Attualità > Politica > La furbesca pubblicità di Mediaset nel (quasi) generale disinteresse

La furbesca pubblicità di Mediaset nel (quasi) generale disinteresse

Ai tempi di Carosello, quello originale di metà del secolo scorso, la pubblicità aveva una e una sola “mission” (si sopporti qualche termine mutuato dall’inglese, altrimenti si rischia di passare per ignoranti): vendere i prodotti o i servizi pubblicizzati. Col trascorrere del tempo si è assistito al proliferare di spot il cui fine è, o in cerci casi appare, differente come ad esempio quelli di carattere umanitario, sociale o di pubblico interesse nei quali la sollecitazione consiste nella richiesta di adesione a un invito o, più spesso, a una sottoscrizione di denaro.

Le pubblicità prettamente commerciali sono incappate in più di un’occasione nei provvedimenti dell’Authority (valga quanto già detto in fatto di ricorso agli inglesismi) sia riguardo ai contenuti a volte scorretti, a volte fuorvianti, sia per la diffusione di messaggi truffaldini al punto tale da descrivere l’oggetto della pubblicità con caratteristiche in parte o del tutto difformi rispetto alla realtà.

Con l’esperienza affinata dai pubblicitari nel corso del tempo, anche sulla scia di sentenze giudiziarie e pronunciamenti delle stesse autorità competenti in materia, si è fatta strada una forma di spot in cui il messaggio diventa subliminale senza cadere nelle ingenue proposizioni dell’antico Carosello. Per intenderci, quelli di una certa generazione ricorderanno “L’infallibile ispettore Rock” il quale alla soluzione del micro-giallo, dopo l’osservazione del suo subalterno secondo il quale lui “non sbaglia mai”, si levava il cappello e, mostrando la pelata, esclamava: “Anche io ho commesso un errore, non ho mai usato la brillantina Linetti”. Pubblicità da considerarsi tanto simpatica e ironica quanto discutibile visto che non è mai esistita sulla faccia della terra una brillantina capace di contrastare anche di poco la caduta dei capelli, altrimenti chi scrive potrebbe utilizzare oggi una piastra per farsi le “onde” e non la lametta per decapitare i rari capelli superstiti, ultimi ostinati quanto fieri rappresentanti di quella che fu, in tempi remoti, una fluente chioma.

Su questa scia, da un po’ di tempo ha fatto l’apparizione sulle reti Mediaset una nuova (ma non troppo) forma di pubblicità autoreferenziale, di dubbio gusto nella forma e di profonda indisponenza nel contenuto, di quelle verso le quali però nessuna Authority troverà spunti per un intervento. Il riferimento va alla serie esagerata di spot il cui messaggio subliminale dovrebbe suonare all’incirca così: “Visto quanto siamo bravi, onesti, altruisti, benefattori, rispettosi delle leggi?”. Sin qui, niente da eccepire, se non l’ovvio consiglio ai dirigenti dell’azienda di tenere sempre a mente il proverbio che recita: “Chi si loda s’imbroda”.

Quando però in uno degli spot (il secondo, il testo lo trovate qui, Ndr) si sostiene che “loro” le tasse le pagano tutte in Italia, lo stomaco del telespettatore inizia a contrarsi fastidiosamente. È pur vero che Mediaset ne è uscita non colpevole da alcune delle inchieste riguardanti la Società, ma è altrettanto vero che il proprietario ha dovuto subire l’onta di una condanna definitiva per evasione fiscale di proporzioni impressionanti, guarda caso. Un briciolo di buonsenso avrebbe dovuto consigliare prudenza e pudore ai dirigenti Mediaset i quali evidentemente sono infastiditi dalla classica coda di paglia attaccata al loro fondo schiena tanto da sentirsi in dovere di rabbonire il gregge dei telespettatori. Ciò che più indispone, però, è quel “Così… giusto per ricordarlo” pronunciato al termine degli spot, quasi a sottolineare l’ovvietà e l’incontestabilità di quanto sostenuto.

Ma quando mai! Se solo fosse applicabile anche per questa categoria di messaggi il criterio di valutazione della pubblicità ingannevole, varrebbe la pena di scomodare l’Authority. Costoro, quelli di Mediaset, vorrebbero convincere i telespettatori di essere gli unici a non far pagare il canone, ma dimenticando di dire per quale ragione il loro proprietario non abbia mai eliminato il canone RAI, nonostante sia stato al governo per 3.340 giorni a datare dal 1994. Vogliono svelarci quanto pesi il canone in contingentamento di pubblicità alle reti pubbliche e, dunque, a vantaggio dei concorrenti? Vorrebbero costoro svelarci quanto sia costato a tutti noi contribuenti il famoso decreto Craxi che svendette le frequenze TV? E queste sono solo due o tre delle innumerevoli riflessioni in materia.

Così… giusto per ricordarlo.

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