Di nuovo lunedì. Mi sveglio naturalmente di cattivo umore. Sono andata a letto di cattivo umore. La domenica sera è il momento più triste della settimana. Quello in cui mi sento strappata alle braccia materne, ributtata a forza nel vuoto, rispedita al fronte.
Lavoro in una multinazionale, inutile specificare cosa produce o vende quella in cui lavoro. Ho avuto modo di appurarlo, le multinazionali sono tutte uguali, si comportano tutte come organismi semplici che inseguono un unico obiettivo, aumentare il valore delle proprie azioni alla Borsa di New York, e temono un solo virus, la discesa dei medesimi titoli alla medesima Borsa.
Le Risorse, come veniamo chiamati noi che ci lavoriamo, sono il problema da gestire in direzione dell’obiettivo, le nostre residue capacità di autodeterminazione sono la sabbia di un ingranaggio altrimenti perfetto. Il rapporto causa-effetto tra ciò che facciamo e ciò che ce ne viene non esiste, perché niente di ciò che possiamo umanamente fare può influire sulla fluttuazione del titolo sul tabellone del NYSE. E motivarci autenticamente al di là dell’istinto di sopravvivenza è in realtà impossibile, anche se per provarci c’è gente che ci studia con applicazione.
Una decina di anni fa, con l’esplosione del tecnologico ci raccontavano che eravamo una famiglia, uniti da una Missione (spesso terra-terra come far funzionare un PC, ma, tant’è, riuscivano comunque a chiamarla così), e in nome di quella ci chiedevano di rinunciare a questo o a quello. Oggi con la recessione è tutto più facile, hanno sfrondato di molte parole, ci chiedono di rinunciare a questo e a quello e stop che tanto il perché lo sappiamo già. La retorica di questo tempo dice che “ne possiamo venire fuori”, ma solo perché “ce la possiamo fare” l’ha già detto qualcun altro.
Noi, le Risorse, siamo inerziali e globali. Impossibilitati a scegliere alcunché per noi stessi e chiamati a contribuire ai destini mondiali.
Aggiungendo alla retorica globale il provincialismo italiano che rende indistinguibile la differenza tra gestire risorse e possedere persone, da noi il peggio si realizza facilmente al suo meglio; il mio capo, nello specifico, mi tratta come una cameriera che ruberà le posate (d’acciaio) appena smetterai di sorvegliarla.
Mi sono detta per anni che avrei dovuto fare qualcosa, accettare di perdere quel poco di dolce e gratuito e fondamentale per le mie viscere, la vista dei miei genitori, il caffè del sabato al bar con mio fratello, le chiacchiere vacue col miglior amico, e provare a procedere. Ho 40 anni ma non riesco ad uscire dall’infanzia di questa vita che prometteva di farmi grande.
Mi sono detta per anni che la dignità non ha prezzo. E che morire disperati e liberi è meglio che al caldo da schiavi. E perciò ci ho provato per anni, e intanto che provavo mi accorgevo che tutto il mondo era diventato uguale e che dappertutto mi chiedevano la stessa cosa, di essere inerziale e globale.
La formica globale di Silvietta apre una questione molto sentita da larga parte delle persone (...)
10/02 12:38 - Pirozzi