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Innamorati dell’iPhone: ce lo dice una "ricerca"

Non dico nulla di nuovo rilevando come il "feticismo della merce digitale", clamorosamente evidente soprattutto sul versante gadget, smartphone in testa, lavori in perfetta sinergia con il sistema dei media

Mostriamolo quindi all'opera con qualche dettaglio: il 30 settembre il New York Times pubblica You Love Your iPhone. Literally, articolo di Martin Lindstrom, neuroscienziato, autore di Brandwashed: Tricks Companies Use to Manipulate Our Minds and Persuade Us to Buy e brand consultant (no, argomenta Lindstrom nel suo sito, non vi è contraddizione tra le due ultime attività), in cui "si dimostra scientificamente" che noi amiamo il nostro iPhone [1].

L'articolo viene ripreso in tutto il mondo, vedi, per un esempio italiano, Repubblica (tra parentesi, noto che ancora una volta si conferma la sacra pratica del nostro massimo quotidiano: non linkare mai la fonte originale disponibile in rete). Con callida confusione Federico Rampini scrive: "Se chiama vi precipitate a rispondere. Non sopportate la separazione, vi fa sentire un senso di isolamento doloroso. I sintomi sono chiari: questo è amore, amore vero", per poi svelare: "è il sentimento che vi lega al vostro iPhone".

Non ho le competenze per giudicare il valore scientifico degli studi di Lindstrom (ma sui palesi e nascosti presupposti ideologici qualcosina da dire ce l'avrei), rilevo solo come "il succo dell'articolo" sia che non è corretto dire che siamo dipendenti\drogati dall'iPhone, in quanto, propriamente, scientificamente detto, lo amiamo. Situazione, come ciascuno vede, molto migliore, anche se insomma, certo, amare una cosa è diverso da amare una persona.

Ma banalmente: se ti chiedono di fare una pubblicità sul compratore e l'iPhone ti pare più efficace compararli a un tossico e alla sua dose o a due innamorati?
Il momento più di culto del cultuale pezzo, il momento più tossico di questa narrazione tossica che ai tossici dell'iPhone sostituisce l'amore tossico per l'iPhone, è però il confronto tra il Blackberry lame e l'iPhone cool, con tanto di bambini approvanti e sorridenti come negli spot dei pannolini:

I gathered a group of 20 babies between the ages of 14 and 20 months. I handed each one a BlackBerry. No sooner had the babies grasped the phones than they swiped their little fingers across the screens as if they were iPhones, seemingly expecting the screens to come to life. It appears that a whole new generation is being primed to navigate the world of electronics in a ritualized, Apple-approved way.

Dove l'unica "cosa chiara" è che i frugoletti dell'esperimento hanno genitori iPhonodotati; altro che bambino borghese di Freud e svizzero di Piaget, qui proprio siamo alla nicchia demografica... Prova a condurre l'esperimento ad Ancona, se non in Angola, e i risultati saranno non poco diversi! In questo mondo ideale però i pargoletti globali sono già fidelizzati in culla al marchio, marchiati a vita dal feticcio ritualized.

Il consiglio finale di Lindstrom, molto dixit et salvavi animam meam, è di spegnere l'iPhone, ordinare un po' di champagne e trovare "love and compassion the old-fashioned way". Dopo un pezzo che lavora, ovviamente in maniera del tutto "corretta e scientifica e dalla parte del consumatore", alla costruzione adorante dell'iPhone adorabile, del feticcio digitale che non puoi non amare.

Come del resto si comprendeva già dall'incipit di Lindstrom, "With Apple widely expected to release its iPhone 5 on Tuesday", evento subito rilanciato con l'enfasi sulla "intense consumer devotion" che motiva, nei fatti, l'esperimento e l'articolo e mostra in tutta la sua amorevole tossica inestricabilità il pasticciaccio brutto tra ricerca, giornalismo e pubblicità.

[1] Il noi è artificio retorico, continuo a chiedere ai lettori di regalarmi performante astutofono, preferibilmente con il quasi open source Android (ognuno ha diritto al proprio sottofeticismo digitale preferito e poi io sono un ribelle!), ma con mio grandissimo stupore e rammarico nessuno si fa avanti...

Aggiornamento:

l'articolo di Lindstrom viene analizzato da The Neurocritic in Neuromarketing means never having to say you're peer reviewed (but here's your NYT op-ed space), che gli nega valore scientifico. Da questo post apprendo anche che "Reputable academic neuroimaging gurus Russ Poldrack and Tal Yarkoni have already written posts about this debacle: NYT Editorial + fMRI = complete crap and the New York Times blows it big time on brain imaging".

Già solo i titoli dovrebbero far capire che la comunità scientifica is not amused... E insomma ho fatto proprio bene a pubblicare questo pezzo su La Repubblica è una colonna di destra invece che su jumpinshark, perché il NYT si è proprio abbassato al livello della colonna di destra di Repubblica (dove ovviamente stava il pezzo del molto meno colpevole Rampini).

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