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(In)tra(per)culturando: analisi-confronto con Demetrio Paolin - ultima parte

Già pubblicate nelle scorse settimane:
Parte I: conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
Parte II: approfondimento sul libro.


Parte 3
: ’ragionamenti collaterali’.

Sposterei ora l’attenzione su una ’questione collaterale’ al libro, ma a esso legata da un sottile filo. ’Il mio nome è legione’ è uscito il 13 maggio 2009. Due mesi fa circa. In mezzo, anzi a ridosso dell’uscita c’è stata la presentazione, la prima, anteprima la si può chiamare, alla Fiera del Libro di Torino, assieme all’autore c’erano Giulio Mozzi
(che lo ha appunto presentato) e Giorgio Vasta (arrivato più tardi). Un passo indietro, il 19 settembre 2007, Giuseppe Genna scrisse sul suo blog: Pubblicate il mio nome è Legione di Demetrio Paolin. 
 

Ad oggi, fine giugno 2009 (periodo di conclusione di questo pezzo, attualmente a metà luglio non sono a conoscenza di variazioni in proposito - n.d.r.), le letture più autorevoli, recensioni direbbe qualcuno, o comunque scritture importanti su questo libro sono proprio di:
 
Genna, segnalazione dell’uscita su Carmilla, poi la sua recensione.

Vasta, su Vibrisse.
 

Mozzi, su Vibrisse è stato pubblicato una sorta di ’conto alla rovescia’, i post dal 5 al 13 Maggio che propongono
anche i disegni che Nadia Zorzin ha realizzato proprio per il romanzo di Paolin. Ma, più rilevante ancora, questo post dal titolo emblematico - La differenza - sempre su Vibrisse (consiglio la lettura di tutti i commenti fino alla fine). 

Ogni testo è stato divulgato on line. 
Eccezione
(che io sappia), voce fuori dal coro - per ora - Anna Mallamo, su La Gazzetta del Sud ( è possibile seguire la rassegna stampa cartacea dal sito di Transeuropa). 

Ricapitolando. Mozzi. Genna. Vasta. Hanno tutti scritto
(o detto) del libro di Paolin. Si sono ’esposti’ esprimento pareri sul testo, ognuno col proprio senso e modo. Eppure si tratta di tre nomi di rilievo dell’attuale panorama letterario in Italia. Autori a loro volta, anche operatori culturali ed editoriali. E ci sono, inutile girarci attorno, legami tra di loro, di produzioni letterarie, conoscenze, attività, approcci. Tra l’altro Mozzi viene citato esplicitamente nei ringraziamenti (“mi è stato vicino nella stesura e perché è un amico”) così come Genna (e molti altri, ben inteso). 

Allora - forse - si può tentare di chiarire (risottolineo ’tentare’). Perché ci sono due concetti, che cozzano
, mi pare.  

Da una parte, l’idea, nell’immaginario collettivo quanto meno, che un libro o un autore, se vale, se merita, se ’è bravo’ prima o poi otterrà i consensi che gli spettano (per cui, forse, è ancora presto per questo romanzo e per il suo autore, chissà).  



E dall’altra, il peso del tanto temuto e altrettanto praticato ’clientelismo’ (non solo nell’editoria intendo, praticato e temuto per mantenere l’immagine ‘bene’ di sé) ma anche quella sorta di tacito accordo da ‘siamo amici dai, faccio qualcosa per te, poi tu farai lo stesso’. 

Ovviamente la questione è più complicata, l’apparenza è abile menzognera. 

Per leggere un libro bisogna poterlo acquistare, prima ancora sapere che esiste. Dunque reperibilità e conoscibilità. 

Ma per chi scrive di libri, per chi lo fa di mestiere o in quanto operatore culturale (in ogni sua forma ed eccezione), tutte queste dinamiche si flettono, dovrebbero tendersi diventando meno prepotenti (dovrebbero), rendendo più facile la ‘circolazione’ dei libri. 

Dunque.
Mozzi, Genna, Vasta si sono pubblicamente espressi su ‘Il mio nome e Legione’, ma quali sono i reali legami, le conoscenze, le esperienze e i sensi con Demetrio Paolin?

Preciso, a scanso di equivoci, che non sto affatto mettendo in discussione l’integrità di quello che hanno scritto/detto, la volontarietà svincolata da ogni altro fine. Mi piacerebbe, però, quanto meno ’abbassare il volume’ di un certo brusio di fondo, fastidioso, che pare quasi coprire il resto, il libro per quello che è ad esempio, in un ’mondo’ (quello editoriale) dove la maggior parte delle ’equazioni e dinamiche economiche’ si storpiano, limano e virano trainate dai ’più forti’ (o furbi, dipende dall’angolazione o fortunati, altrettanto, o altro evidentemente).

Chiedo, infine, a Demetrio Paolin di chiarire il suo punto di vista:

Io credo d’essere una persona onesta e di avere intorno a me amici, pochi, ma onesti altrettanto. Io quando Mozzi, Vasta o Genna dicono determinate cose sul mio libro le leggo in questo modo: hanno letto e gli è piaciuto. Il fatto che con alcuni di loro io sia molto amico penso che non disturbi la loro capacità di discernimento e di giudizio.
Se non fossero stati convinti della bontà del mio romanzo non avrebbero scritto quello che hanno scritto e non avrebbero messo in campo le azioni di generosità che hanno attuato. Parlo di generosità perché, seguendo il tuo ragionamento, che cosa potrei dare io in cambio a loro tre, di quale valore aggiunto potrei essere latore?
Il loro spendersi per me è legato a qualcos’altro, che vada oltre l’amicizia e la frequentazione; e che riguarda una certa idea di letteratura. Con modi, stili e atteggiamenti diversi, il mio libro è fratello/sodale delle scritture di Vasta, Mozzi e Genna. Non scimmiotta nessuno dei loro lavori, ma dialoga, si confronta, s’arrabbia, smentisce e conferma le cose che loro in questi anni sono andati scrivendo.
Ci siamo trovati tutti e quattro in momenti diversi a parlare di temi medesimi, a rovistare negli stessi immaginari ed è normale che ci siamo parlati.
E’ normale che questa consonanza abbia portato loro a parlare per primi del libro, perché vedono ne Il mio nome è Legione qualcosa di simile a quello che hanno fatto in questi anni. C’è una idea di letteratura dietro, una idea di cosa si chieda alla scrittura e ai romanzi e che va oltre le belle trame, le immagini perfette, il compito preciso. E’ il tentativo, credo, di dire qualcosa che abbia a che fare con il bello ma anche con il vero: una tensione etica forte comune agli scritti di Mozzi, di Vasta e di Genna.
Giorgio nella sua recensione al mio libro parla di “ricapitolazione”, che mi pare un termine che spieghi perfettamente l’atteggiamento, che sto cercando di descrivere: è il tentativo non di dire tutto (questa è l’ossessione catalogativa di certi romanzi post moderni e non solo), ma di scrivere e salvare nella scrittura quelle che saranno le cose ultime. E’ una tendenza, o tensione se vuoi, apocalittica: parliamo e scriviamo come se fossimo alla fine di ogni tempo.
Mi pare in questo senso azzeccata la scelta di Genna che studia e mette sullo stesso piano tre libri - il mio, quello di Falco e quello di Vasta - che sembrano essere differenti rispetto ai protocolli narrativi del NIE (il discorso qui ci porterebbe lontano, quindi prendiamo per buona e finita questa mia affermazione). Tutti e tre i libri in questione hanno una tensione che non ha nulla di epico, al modo in cui l’intende Wu Ming nel suo saggio, ma hanno una tensione a ricapitolare, a fare i conti come se il tempo finisse. Scriviamo mentre cielo e la terra si sfanno sotto i nostri occhi.
Quindi per tornare alle tue riflessioni, io credo che esistano delle comunanze, esistano idee diverse di letteratura che si incontrano, scontrano e confrontano: queste idee producono vicinanze che è bene ed è giusto registrare.
C’è poi un discorso, che Mozzi fa nel suo breve articolo La differenza che riguarda il potere. Posto che esistono differenze di distribuzione, è ovvio che Transeuropa non è l’Einaudi, ci sono altre motivazioni che sanciscono il silenzio o qualcosa di simile verso un libro. E’ questo un argomento delicato che riguarda il tema dell’industria culturale. Io non ho un’idea precisa del perché del mio libro i giornali, contrariamente al web, ne parlino poco. Forse è un testo che richiede uno spazio di approfondimento che un giornale non può permettersi (quale giornale avrebbe ad esempio pubblicato un pezzo come questo?). Il mio nome è Legione è un libro che non suscita nessuna simpatia, che non si fa leggere, che non ammicca e che non concede la battuta brillante al giornalista di turno. 
Negli scorsi anni, registrando un modifica nelle pagine culturali dei quotidiani, Tiziano Scarpa aveva parlato di critici letterari dei giornali come dei dee jay del libro coniando il termine book jay: io credo che Legione sia un testo un po’ recalcitrante rispetto a questa modalità di presentazione e recensione dei libri. E sta forse in questo il mistero, poi neppure tanto misterioso, del silenzio intorno a Legione e a libri simili a questo. 

Ringrazio Demetrio Paolin per il confronto, e la disponibilità.

Altre letture recenti, condivisioni, analisi dalla rete del romanzo di Paolin: Saverino Simonelli, Stefania Ricchiuto. 

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