(In)ter(per)culturando: analisi-confronto da ’Il libro nero del mondo’ e G.Dadati- I parte
‘Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.
Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.
Il primo elemento che colpisce è un nome. Gabriele. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già un altro autore italiano contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.
Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.
Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:
Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra il Gabriele che scrive e quello che dentro una storia, respira e vive?
“Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.”