In realtà chi ha avuto modo di incrociare Federica Sgaggio quanto meno nelle virtualità - ad esempio sul
suo blog - non si stupisce del sottotitolo di questo libro:
perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare.
Innanzi tutto un’affermazione implicita:
il giornalismo non informa. Si potrebbero aprire numerosi dibattiti, in proposito, di teorie a decostruire il mestiere giornalistico ne sono già state enunciate fin troppe, mi limito a notare come un’affermazione così semplice, racchiude mondi di significati e implicazione che il lettore può gradualmente rintracciare nel libro di Sgaggio.
In seconda battuta, ma proprio di poco:
il giornalismo ci dice da che parte stare. E ancora si tratta di un’affermazione, che è il nodo centrale di tutto il lavoro di Sgaggio, un lavoro iniziato molto prima che questo libro iniziasse a prendere forma, un lavoro che si rintraccia nel già citato blog, ad esempio, ma anche in ogni intervento (non solo nel web), in ogni partecipazione di Sgaggio negli anni. Difficile stabilire quando la frase da domanda è diventata affermazione, per l’autrice. Difficile perché il percorso, partendo da quel ‘sogno’ ad aprire i ragionamenti del libro, il percorso è stato lungo, complicato, faticoso.
La domanda, invece, è un’altra:
perché (il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare). Le risposte, quali che siano per il lettore quanto per i professionisti del settore, emergono da una trattazione che non ha alcuna pretesa di teorizzazione o accademismo. Sgaggio parte dalle basi, dai singoli esempi per nulla aleatori o ‘costruiti
ad hoc’, come precisa sul finire dell’introduzione:
Questo libro raccoglie decine e decine di esempi – articoli di giornale, dispacci di agenzie di stampa, comunicati stampa, volantini, interventi sui social network, commenti dei lettori sui siti web dei giornali, testi di appelli e petizioni, manifesti politici, testi di videointerventi – in cui risulta chiaro il ruolo che il giornalismo ha assunto nella creazione di una società cristallizzata in tifoserie avversarie.
Si troveranno pezzi 'aperti' e dissezionati; si troveranno analisi e critiche delle retoriche giornalistiche. E anche quando si tratta di frammenti di testi non direttamente giornalistici ma appartenenti al più ampio settore della retorica pub-blica, va ricordato che i volantini e i comunicati vengono scritti perché i giornali e i media ne parlino, e che dunque, in definitiva, sono retorica giornalistica anch’essi.
Tutte le citazioni – con pochissime eccezioni, tutte specificate – provengono dalle edizioni online dei quotidiani citati, anche quando dovesse non essere esplicitato il suffisso ".it" o "punto qualcos’altro": se avessi usato riferimenti alle edizioni cartacee, il lettore avrebbe faticato moltissimo per trovare i testi originali e completi. In questo modo, invece, la ricerca delle fonti risulta favorita.
Una contestualizzazione fondamentale per capire il lavoro imponente che sta dietro questo libro, un lavoro a recuperare, riproporre, analizzare, ragionare e spogliare parole, significati quanto conseguenze di ‘ciò che viene scritto’ e di ‘come viene scritto’. Un lavoro per nulla scontato, e il lettore se ne accorge subito, anche chi abitualmente acquista e consulta quotidiani cartacei - senza dunque avere particolare dimestichezza col web dove tutto si muove velocemente e dove si dice e contraddice con grande facilità.
Sgaggio si occupa di tematiche differenti, a scandire i
cinque diversi capitoli-corpo della trattazione, tenendo così divise le ‘sfere applicative’ in cui opera il giornalismo: La retorica della cronaca nera e del lettore ‘buono’; La retorica del
testimonial e del ‘
brand’; la retorica della
meritocrazia, della
giustizia e della
par condicio; La retorica dell’antimeridionalismo; La retorica della “guerra di pace”.