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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 25 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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(In)ter(per)culturando: Alcune annotazioni su ’Piccolo testamento’ di Gabriele Dadati

Esce il 2 settembre 2011, il nuovo romanzo di Gabriele Dadati, ‘Piccolo testamento’, per Laurana, nella collana Rimmel (pagine 128 a euro 12).

Basta l’incipit, a spiegare cos’è questo libro e quali intenzioni ha l’autore:
 

“È la prima volta che sogno Vittorio da quando non c’è più. In genere è raro che al risveglio ricordi i sogni, ancora più raro che abbiano a che fare con qualcuno che amo e se proprio succede non è mai uno dei miei morti. A parte questo s’è trattato di un sogno che non valeva niente, completamente privo di azioni: c’eravamo solo noi due, io seduto e Vittorio in piedi. Lui indossava un completo sportivo e la cravatta scura, io non so. Mi piacerebbe dire che aveva
un’aria particolare, che nel suo sguardo c’era un grado di consapevolezza che non ho mai misurato nello sguardo di nessuno, ma non è così. Lo sguardo di Vittorio era consapevole quando era vivo, mentre nel mio sogno era solo sconsolato. In più non siamo riusciti a scambiare nemmeno una parola e anche questo non mi pare sia granché”.


‘Piccolo testamento’ è la storia d’un lungo monologo, una voce prende per mano il lettore e lo accompagna in un viaggio che sembra breve per lunghezza del libro (sono centodiciassette le pagine effettive del narrare) ma anche breve rispetto all’arco temporale in cui si svolge la narrazione principale - un’afosa notte di giugno, è questo il contesto in cui il protagonista-narratore preso dall’insonnia, ricorda, incastra pensieri, consapevolezze, a portare a galla la morte di Vittorio (peraltro già presente nell’incipit) e la separazione da Marta.

Due nodi centrali, insomma, (la perdita dell’amico che è stato anche la guida, l’interlocutore preferenziale, ma anche l’amore impossibile da trattenere sostituito coi molti corpi nei quali cercare il piacere estermporaneo) nella vita di questa voce che narra alternando piano temporali, mescolando flussi interiori a macro tematiche del vivere. Si tratta di una storia, quella del protagonista, eppure dentro si rintracciano facilmente aderenze che esulano dalla mera intimità del singolo.

Malattia, morte, affezioni, legami fragili eppure profondamente durevoli, crescita personale quanto intellettuale, necessità di dire, dialogare, ascoltarsi e ascoltare: tutto questo e molto altro si contorce in questo libro che espone, nel suo processo creativo, alcune accomunanze col vivere dell’autore stesso.

“Alla base del libro c’è un lutto reale” - scrive Dadati nelle note finali - “che è stato per me particolarmente doloroso. Avrei preferito non doverlo affrontare, e non mi illudo che scrivere un romanzo possa costituire una forma di risarcimento.”

Inoltre, il narratore è un giovane non ancora trentenne che lavora nelle larghe maglie dell’editoria e Dadati, classe 1982, rientra evidentemente nella categoria sebbene ritengo che questo romanzo non sia parte delle recenti dinamiche italiane attribuite alle c.d. ‘autofiction ombelicali’.
Tra l’altro per Dadati non è il primo romanzo in cui innesca dinamiche di vicinanza tra se stesso e il proprio personaggio. In ‘Il libro nero del mondo’ il regista protagonista si chiamava per l’appunto Gabriele.

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