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Il tempo, la morte e l’amore nel lungo racconto dei Baustelle

Amati, odiati, geni, intellettualoidi: non si fanno mancare nessuna etichetta, ma loro vanno avanti e spiazzano con un concept album sul tempo, non semplice, ma che si insinua pian piano nelle maglie della diffidenza.

Non è facile scrivere dei Baustelle e a volte non è facile, di conseguenza, dire che ne apprezzi il lavoro. Perché sono l’archetipo del gruppo da odiare.Quelli indie che ce l’hanno fatta (anche grazie a una canzone sul suicidio), quelli intellettuali che se la tirano, che citano a ogni pie’ sospinto Bianciardi, Ciampi, Baudelaire. Quelli che hanno appena fatto un concept album sul tempo (che passa) e quindi sulla morte, che aleggia – nominata frequentemente, tra l’altro – su tutto l’album.

Sono quelli che l’ultimo album lo registriamo con un’orchestra sinfonica (la FilmHarmony Orchestra di Wroclaw/Breslavia), quelli di cui si dice che “eh, ma mi hanno detto che Bianconi stona”, quelli che “sì ma chi vogliono rappresentare?”.

Intanto avendo amato molto, e in maniera differente, i primi 4 album, ed essendo rimasto abbastanza insensibile al fascino de I Mistici dell’Occidente (capitato, forse, in un periodo sbagliato), ero combattuto tra la paura di una seconda delusione consecutiva e l’attesa, nella speranza di poter ritrovare un ritorno alle origini.

“La morte (non esiste più)”, primo singolo tratto dall’ultimo album del gruppo, “Fantasma”, non è piaciuto a molti miei amici baustelliani e la cosa m’ha spiazzato. Io la trovavo, invece, molto nelle corde di Bianconi e soci e dopo pochi ascolti mi era rimasta abbastanza stampata in testa. Ma ho imparato che i fan dei Baustelle sono dei gran rompicoglioni (nessuno escluso, sia chiaro). Comunque questo è un album coraggioso: c’è coraggio nella scelta del singolo, con quella poco radiofonica “morte” nel titolo, nonostante il testo reciti frasi come “Poi improvvisamente arrivi tu/Sorridi e penso che non ho più timore/Lascio correre il dolore e non c’è più/E niente muore”. Ma l’operazione “ammazza la radiofonia” è anche quella che li portò alla ribalta nazionale, quando un’enorme “tranvata” di radio e tv (non c’è altra spiegazione) mandò in heavy rotation “La guerra è finita”, canzone che parlava di un suicidio, ma con una musichetta molto orecchiabile (con “La Malavita”, album che conteneva questa canzone, in comune c’è anche l’attacco strumentale). Ci vuole coraggio a fare un album di 19 pezzi (sì, sì ci sono 4 intermezzi strumentali più titoli di testa e di coda, ok), bello lungo, con un’orchestra che non sempre alleggerisce il tutto, testi che parlano di cimiteri, morte, ragazze sgozzate, figli di troia che appaltano la Rai, delle antenne di Segrate in cui “cominci a decifrare i segnali/ineluttabili del vuoto che verrà”. Insomma ci vuole coraggio.

Certo, forse 19 brani sono, in effetti, un po’ troppi a lungo andare, e a volte l’orchestra sembra togliere spazio a un po’ di immediatezza (e, infatti, sono curioso di ascoltarle nude, queste canzoni), ma sono i Baustelle e non ci si aspetta altro. C’è De Andrè, in quest’album, c’è Ciampi, amore mai negato, ma ci sono soprattutto loro, i Baustelle: nel loro citazionismo, appunto, nella semplice scelta dei pezzi da far cantare alla Bastreghi, nella voglia di esagerare, nel raccontare la società e la politica senza essere etichettati come un gruppo politico, e nei testi appunto, in cui ormai Bianconi si è oramai specializzato.

I ragazzini degli altri album sono cresciuti, pensano ancora alla morte, criticano ancora il liberismo, ma lo fanno con uno sguardo adulto. Lo fanno guardando al tempo che (non) passa, perché alla fine è quello il fulcro attorno a cui ruota tutto, come hanno più volte detto. Se poi lo usi come concept per fargli girare attorno un album i dubbi spariscono. E quel tempo è lo stesso che serve per raccontare l’amore, altro tema portante dell’album. E così, prendendo in prestito un po’ di western, e di preludi, interludi etc si scorgono storie d’amore e rughe nel disagio di Nessuno:

Non credo alla bibbia, mi chiedo perché/Dovrei consultarla, offende gli dei/Non prego la chiesa il fetore che fa/Non credo nel cielo e nemmeno all’inferno/E non so distinguere il bene dal mare/Che nutre Cariddi di voracità/Non credo al mercato, produce demenza/Così com’è falsa la beneficienza/Diffido del saggio e di quello che sa

ma anche:

Arrivi e dici dolcemente/Che vecchio stupido che sei/Ed accarezzi con la mente/Le rughe che ti regalai

C’è il tempo statico (o eterno?) di Diorama: “Nel diorama il tempo non ci può far male/Non c’è prima e non c’è poi”, e c’è l’hic et nunc del cimiterocantato dalla Bastreghi in Monumentale: “Vieni all’ombra dei cipressi/dona amore, al pomeriggio/a chi sospende la sua vita/tra le urne amiche del monumentale”.

Il passato che torna in Cristina: “Gli spettri abitano dimore gotiche/Come succede in Edgar Allan Poe/Ma quelli che fanno più paura sono qui/A ricordare il tempo agli uomini”. Oppure “Il futuro cementifica/La vita possibile/Qui la vista era incredibile/Da oggi è probabile/Che ciò che siamo stati non saremo più” de Il futuro. C’è la contemporaneità propria del cantato (tutti e tre i componenti del gruppo “parlano” il testo contemporaneamente) de L’orizzonte degli eventi.

C’è il romanesco (e chissà quante critiche si saranno presi), nel senso di dialetto, in cui è cantata Contà l’inverni, un vero e proprio racconto noir nel quale si mescolano, ovviamente, amore, morte e carcere (dove si contano l’inverni, appunto).

C’è voglia di spiazzare, insomma, e di non fermarsi ad accontentare il gusto facile o chi ama i gruppi che ripetono se stessi all’infinito. Loro non lo fanno, ma mantengono, fortissima, l’impronta che li ha portati nel tempo a essere comunque uno dei migliori gruppi italiani, amati e odiati (poche vie di mezzo), appunto, ed ennesimo esempio di come l’indie possa avvicinarsi a un mainstream che non contempli il sempre presente “cuore-amore”.

Tutti i testi sono stati presi da qui: http://www.bauaffair.it/?p=2609

Questo articolo è stato pubblicato qui

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