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I "gerarchi" del federalismo: credere, obbedire, arraffare

I "gerarchi" del federalismo: credere, obbedire, arraffare

Invito chiunque - di destra, di centro, di sinistra, di sghimbescio - a fornire le cifre anche solo indicative, quelle esatte le sa solo il Padreterno, dei costi del federalismo fiscale. E’ come l’araba fenice: tutti ne parlano, ma nessuno ha mai visto un numero.

A sentire i "gerarchi" della Lega (la definizione è di Berlusconi) bisogna solo crederci, quando anche i cattolici più ferventi hanno qualche difficoltà a credere nella verginità di Maria Santissima o nell’infallibilità del papa. Così, a scatola chiusa come il tonno, anche chi dovrebbe interdersene di numeri e di cifre ha già messo le mani avanti.

Prendiamo un’agenzia di rating, Moody’s: dal suo rapporto sui conti pubblici italiani per il 2010, pubblicato nei giorni scorsi, emerge che "sui conti pubblici dell’Italia pesa il fattore incertezza del federalismo fiscale".

Più drastico il giudizio dell’inglese Economist che boccia senza mezzi termini il progetto di Bossi: "Ogni forma di decentramento - scrive il settimanale - rischia di far aumentare, almeno nell’immediato, la spesa pubblica del paese". E questo allontanerebbe l’Italia dall’Unione europea, sempre più orientata verso una stretta sui conti pubblici dei paesi membri, alla luce della crisi dei debiti sovrani che ha colpito il Vecchio continente.

In casa nostra i giudici contabili dello Stato, la Corte dei Conti, invitano a "guardare con maggiore attenzione (e preoccupazione) "alle ’prime difficoltà’ che emergono nella finanza degli enti locali, soprattutto in coincidenza con la impegnativa fase di attuazione del federalismo, in cui il processo di decentramento della spesa sarà completato da una maggiore autonomia fiscale".

Non mancano le prese di posizione di chi osserva la società sotto altri profili.
"Il federalismo fiscale marcia verso il caos, o quasi - scrive il Secolo XIX a proposito del recente documento dei Vescovi sul futuro della nazione - Moltiplicazione del centralismo, aumento delle ingiustizie, mancanza di una reale devoluzione di poteri e funzioni ai governi locali. È una sonora bocciatura quella che arriva dalla Conferenza Episcopale Italiana, accompagnata dall’allarme per il declino dell’Italia come media potenza e dal richiamo per un debito pubblico spaventoso che rischia di ricadere sulle generazioni future".

C’è chi poi, come Giovanni Sartori, va al centro del problema:

Tutti abbiamo sempre saputo sin dal tempo dell’istituzione delle Regioni che il personale dello Stato (ministeri e parastato) non si sarebbe mai trasferito altrove, e quindi che le burocrazie decentrate sarebbero state aggiuntive. Né si tratta soltanto di cancellare «organismi diventati inutili». E poi il problema è che il personale «raddoppiato» si risolve, per mezza Italia, in uno sfascio, in un sistema di clientelismo e di familismo politico che non ha nulla a che vedere con un’amministrazione decentrata, ma moltissimo a che vedere con una putrefazione localistica. I costi dei quali stiamo parlando non sono soltanto sprechi di denaro; sono anche, e sempre di più, costi di inefficienza e di disfunzioni. Li vogliamo rendere intoccabili, e persino eternizzare, sotto le mentite spoglie di un federalismo?

La risposta a tutti questi uccelli del malaugurio viene ovviamente (solo) dai "gerarchi" della Lega, come Luca Zaia, secondo il quale il federalismo "farà risparmiare e sarà l’iniezione di modernità indispensabile alla ripresa e al successivo sviluppo di tutti i territori". Quanto e quando, non si sa. Perplesso è lo stesso presidente della Lombardia Formigoni ed il ministro dell’economia Tremonti ("Siamo nell’imponderabile: ci sono troppe variabili da conteggiare per formulare un calcolo").

Ora sappiamo che cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: se a Roma sostituiamo Bergamo, il risultato del ladrocinio non cambia. E’ impopolare (e forse demodé) dire che il problema non sta nel sostituire al centralismo statale il centralismo regionale, ma nell’azione di risanamento sociale e morale, a partire dagli amministratori centrali e periferici.

Non è pensabile che la holding mafiosa rinunci - per il solo fatto del federalismo - al suo fatturato non fatturato con 63 miliardi di euro d’imposta non pagata. Ma non è questione solo di Meridione: dicevo qui della "virtuosità" della Padania, in prima fila nell’evasione fiscale (Lombardia con +10,1% e il Veneto con + 9,2%).

Si sente dire [dai leghisti] che, responsabilizzando le regioni sulla spesa, gli amministratori locali saranno indotti a risparmiare perché altrimenti gli elettori li puniscono. Mi pare sia vero il contrario: la spesa fuori controllo è fatta per accontentare le clientele locali, agevolando evasori fiscali e contributivi, falsi invalidi, abusivisti edilizi, per comprarsene i voti: più l’amministratore è vicino ai suoi elettori, più temerà di perdere consensi con politiche di rigore.

Questo è il problema.

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